Lagorai e Cima d’Asta, le montagne di fuoco

In Trentino ci sono due gruppi montuosi che presentano una genesi molto diversa ma con un elemento in comune: il calore. Lagorai e Cima d’Asta diventano il punto di partenza per un fantasioso viaggio geologico nel tempo e nello spazio

 

Ci serve una mappa, meglio se di quelle fisiche, quelle che mostrano le rughe del territorio, una sorta di foto scattata dall’alto. Il focus deve andare sul Trentino, verso il confine con il Veneto, verso est. È impossibile non notare quella linea diagonale appena curvata che sale da sud-ovest verso nord-est. È questa la Catena del Lagorai, terribilmente lunga se confrontata con gli altri gruppi montuosi del circondario. Quella morbida curva che la caratterizza sembra volere abbracciare al suo interno un altro gruppo montuoso, ben più raccolto, quello di Cima d’Asta. Non sono montagne dai nomi altisonanti, conosciute sì, ma ben lontane dal fragore mediatico provocato dalle vicine e scintillanti Dolomiti.

Fra le rocce granitiche di Cima d'Asta © Denis Perilli

Uguali o diverse?

Lagorai e Cima d’Asta: “montagne di fuoco”. Definizione certamente semplicistica e ad effetto, ma non così distante dalla realtà. Le dirimpettaie e celebrate Dolomiti sono, almeno in parte, state generate da barriere coralline. Ma gli animali costruttori su che substrato appoggiavano? Proliferavano su rocce vulcaniche, granitiche e metamorfiche più antiche, quest’ultime note come “basamento metamorfico”, un insieme di scisti, filladi e gneiss risalenti all’orogenesi ercinica e datate 300-500 milioni di anni fa. Queste formazioni, visibili agli estremi meridionali e settentrionali delle Dolomiti, sono sovente osservabili nelle zone più meridionali del Lagorai. Proprio in questo consistente zoccolo si sono intruse delle masse magmatiche che si sono raffreddate molto lentamente in profondità, originando le rocce granitiche di Cima d’Asta, caratterizzate dai tipici cristalli ben visibili a occhio nudo. La montagna, nel suo complesso, sembra formata da due plutoni granitici intrusi nel basamento quando già era metamorfosato, circa 274-276 milioni di anni fa. La morfologia del rilievo principale mostra i tipici tratti “granitici”, con una possente e liscia parete ricamata da diedri e lunghe fessure. Le aree più snelle si presentano invece con lame a spigoli vivi.

La parete sud di Cima d'Asta © Denis Perilli

In epoche appena più recenti, circa 270 milioni di anni fa (Permiano inferiore) si è invece generato quell’insieme di rocce, comunemente definite come “porfidi quarziferi” (termine generico che in realtà definisce un insieme di più formazioni), che costituiscono gran parte della catena principale del Lagorai. Si tratta di una complessa successione di rocce violacee o rossastre, ruvide, ammassate in depositi che in alcuni punti superano i 2000 m di spessore. Interessante è capire come si sono generate queste rocce. Bisogna immaginarsi un deserto percorso da rari corsi d’acqua e da fratture da cui uscivano magmi incandescenti e densi, che difficilmente riuscivano ad allontanarsi dai larghi coni e duomi che si erano via via generati. Questa è solo la storia iniziale, preludio di una serie di eventi catastrofici in cui si sono formate le ignimbriti, letteralmente “rocce di fuoco”. Bisogna immaginare delle eruzioni di colate piroclastiche, ossia la formazione di immense nubi di lapilli, ceneri e blocchi di lava mischiati a materiale gassoso molto denso. La scena che si presentava era quella di nubi ardenti che scivolavano sui pendii, favorite dall’azione lubrificante delle componenti gassose. Questi ammassi devastanti, raggiungevano temperature di 300-500 gradi e, dopo essere stati pressurizzati, venivano espulsi a oltre 400 km/h, salendo talvolta per decine di migliaia di metri d’altezza e ricadendo violentemente al suolo, dove scivolavano seguendo le pendenze del substrato. I materiali formati erano dei miscugli di particelle di vetro (originate dal veloce raffreddamento della lava), cristalli e frammenti litici, saldati fra loro per contatto. 

Il Cauriol, una delle centinaia di cime del Lagorai © Denis Perilli

A chi percorre i sentieri del Lagorai appare subito evidente una cosa: il profilo asimmetrico della catena principale. Verso la Val di Fiemme tutta la dorsale scende con dei piani inclinati e sassosi, mentre verso sud e sud-est ricadono ripide pareti. I pendii settentrionali fiammazzi sono stati profondamente erosi e lavorati dal ghiaccio durante i periodi glaciali. Quelli meridionali sono invece il risultato delle forze orogenetiche che hanno spinto verso l’alto le Alpi: queste compatte rocce non sono state modellate, ma solamente innalzate da sud.

La Catena del Lagorai verso la Val di Fiemme © Denis Perilli

Porfidi e graniti nella penisola italiana

Se vogliamo, Lagorai e Cima d’Asta possono divenire un pretesto, una scusa per andare a curiosare in giro per l’Italia e capire dove si collocano altre grandi montagne di porfido e di granito.

Il porfido è diffuso per lo più in Trentino e in Alto Adige, originato circa 280 milioni di anni fa in quell’estesa area nota come Piattaforma Porfirica Atesina. Ecco quindi che, a gravitare attorno a questa antica ed enorme “caldera”, oltre al Lagorai troviamo la catena di Cima Bocche (zona del Passo Rolle e del Passo Valles), l’Altopiano di Pinè, la Val di Cembra e alcuni settori in Val d’Adige, con le formazioni rossastre e colonnari ben visibili dall’Autostrada del Brennero. Spostandosi verso la Lombardia si giunge a Cuasso al Monte, in provincia di Varese, dove l’estrazione di un particolare porfido rossastro è praticata fin dai tempi dei Romani.

Il granito è una roccia ben più nobile, almeno dal punto di vista degli arrampicatori. I gruppi montuosi granitici per eccellenza sono quelli delle Alpi Centrali, con due nomi di spicco: Badile e Cengalo. Il grosso nucleo roccioso fa capo alla Val Masino, alla Val di Mello e alla Val Bregaglia. C’è poi una montagna che non ha bisogno di presentazioni, il Monte Bianco, con un nucleo granitico circondato da complesse formazioni di rocce metamorfiche. Altre “isole” sono sempre sulle Alpi Occidentali, con il Mottarone e il Massiccio del Baveno note per il loro granito rosa, varietà rinvenibile anche nei pressi di Predazzo, in Val di Fiemme, sulle Dolomiti. Spostandosi al Sud è la Sila, in Calabria, l’area che mostra le formazioni più estese, mentre, fra le isole è la Sardegna quella nota per le sue originali e ben lavorate rocce granitiche del Gennargentu. C’è poi Cima d’Asta, di cui abbiamo già parlato per aprire tutti i discorsi.

Sotto i graniti di Punta di Senalonga, nella Sardegna Settentrionale © Michele Tameni