Laura Tiefenthaler: "Basta parlare di solitarie, il rischio aumenta"

In una intervista a 'Berg und Steigen', l'alpinista torna sulla salita alla Nord dell'Eiger e spiega come è cambiata in lei la percezione di quel tipo di scalata, offrendo una riflessione a titolo personale: "È un'attività ad alto rischio che può creare dipendenza e diventare estremamente pericolosa"

 

Laura Tiefenthaler compirà trent'anni il prossimo 14 luglio: un bel giro di boa per un'alpinista che svolge la propria attività senza dare troppo peso a raccontare tutto sui media e con un gusto particolare per l'avventura e per l'endurance: Comici, Cassin e Innerkofler in poco più di 15 ore in Tre Cime di Lavaredo, in Patagonia la via El Corazón sulla parete est del Fitz Roy in una salita di tre giorni, la Potter-Davis sulla parete nord dell'Aguja Poincenot, in un unico push di 35 ore. E poi, ovviamente, c'è la Nord dell'Eiger da sola, forse la sua ripetizione più celebre. È una scalata su cui è voluta tornare, con un racconto però ben lontano dai classici format della narrazione alpinistica.

La seduzione delle solitarie

In una intervista rilasciata a Rabea Zühlke, di Berg und Steigen, Laura è tornata sulla sua solitaria a una delle più temute e sinistre nordwand delle Alpi, salita nel marzo del 2022, pochi giorni dopo averla scalata con la tedesca Jana Möhrer. Al tempo, l'austriaca aveva parlato di una via intrapresa in solo per mera curiosità. "Non era nemmeno una possibilità, non ci avevo mai pensato ma quando me ne hanno parlato, il desiderio è subito cresciuto. All'epoca ero molto motivata nel mettermi alla prova. Trovavo inoltre allettante l'idea di non dovere comunicare durante la salita, ed ero curiosa di provare l'esperienza di scalare una via lunga in solitaria".

 

“Trovavo inoltre allettante l'idea di non dovere comunicare durante la salita, ed ero curiosa di provare l'esperienza di scalare una via lunga in solitaria”. Laura Tiefnthaler

 

Oggi però, riguardando indietro, non è tanto quell'esperienza che ha preso una piega differente, ma il concetto stesso di solitaria nel mondo moderno che ha portato Laura a una riflessione sulle motivazioni che stanno alla base di una scalata di quel tipo. "Credo che un problema fondamentale sia che le capacità tecniche e atletiche necessarie per scalare una via in solitaria senza corda e quindi attirare l'attenzione dei media non devono per forza essere particolarmente elevate. A nessuno importa di una donna sulla nord dell'Eiger o di una cordata che scala Attraverso il pesce [Marmolada, grado max 7b+, ndr], ma non appena viene fatta in solitaria senza corda, l'interesse cambia. Quindi, se sono giovane, voglio diventare un professionista, ma fisicamente e tecnicamente ho un livello medio-alto, l'arrampicata in solitaria sembra un modo facile per attirare l'attenzione. Non voglio insinuare che qualcuno lo faccia deliberatamente. Ci sono molte ragioni diverse per l'arrampicata in solitaria senza corda, e non posso e non voglio privare nessuno di questa libertà. Forse, però, dovremmo esaminare più attentamente le nostre motivazioni".

 

“A nessuno importa di una donna sulla nord dell'Eiger, ma non appena viene fatta in solitaria senza corda, l'interesse cambia”

Le solitarie? Non ne parlerò più

Tiefenthaler sottolinea che ci sono molte altre motivazioni che spingono a scalare in solitaria e che non vuole mettersi nella posizione di chi giudica, ma comunica che è anche giunta a una conclusione di carattere personale. "L'arrampicata in solitaria e in libera è un'attività ad alto rischio che può creare dipendenza, e quindi diventare estremamente pericolosa. Questo semplicemente perché il rischio si accumula. Commettere errori è umano, dopotutto, e anche se cerchiamo di eliminare tutte le fonti di errore, gli errori accadranno comunque. Il prezzo di un errore è alto. Personalmente, ho deciso di non pubblicare più le mie salite in solitaria, per proteggere gli altri e anche per la mia stessa incolumità".

 

"Ho deciso di non pubblicare più le mie salite in solitaria, per proteggere gli altri e anche per la mia stessa incolumità".

La verità, a volte, non si può conoscere

Nell'avere pubblicato un estratto di questa intervista, non intendiamo in alcun modo schierarci a favore di chi racconta le proprie salite o di chi le tiene per sé. Al di là di quello che si legge sui media, gli alpinisti hanno sempre scelto di raccontare quello che volevano e come desideravano farlo. C'è chi ha più consapevolezza della propria immagine pubblica, chi non se ne cura, chi decide di tenere per il proprio intimo l'esperienza alpinistica quasi nella sua totalità (e non sono pochi). Riteniamo però che sia preziosa anche la testimonianza di Tiefenthaler: ha scelto di esporsi su un tema delicato, che coinvolge un po' tutti: alpinisti, media, lettori. E ogni opinione in merito, quando espressa con rispetto, su queste pagine è ben accetta.