Un'ape che beve © Pixabay
Le api, preziosi impollinatori © Denis Perilli
Un'ape su un fiore di rododendro © Lorenzo Comunian
Una prateria alpina ricca di biodiversità © Denis Perilli
Una spettacolare fioritura di rododendro all'interno del bosco © Denis Perilli"Se le api scomparissero dalla faccia della terra, all'uomo non resterebbero che quattro anni di vita" esclamò Albert Einstein. Anzi no! Siamo di fronte a una delle prime bufale dell’era moderna: un messaggio ecologico quanto mai attuale e prezioso, ma mai pronunciato dal genio tedesco. Sembra infatti che la frase sia comparsa per la prima volta su un volantino di apicoltori francesi nel 1994 in riferimento all’importanza di questi animali per il bene dell’agricoltura e la salvaguardia della biodiversità.
Sentiamo il parere dell’apicoltore
L’universo che ruota attorno al focus delle api è davvero vasto e ricco di curiosità. Questi familiari Imenotteri sono dei perfetti indicatori ambientali e climatici. Abbiamo scambiato quattro chiacchiere con Daniele Magagna, un giovane quanto appassionato apicoltore.
Daniele, è vero che i rapidi cambiamenti climatici si stanno ripercuotendo anche nella quotidianità della vita delle api e di conseguenza di quella di chi come te le cura?
Sono cambiate molte cose, riferibili in sintesi a una sempre minore sincronizzazione fra i tempi delle piante e quelli delle api. Gli inverni sono sempre più miti e diminuiscono le ore di pausa vegetativa delle piante, queste vanno sotto stress e fioriscono presto, quando le api non sono ancora pronte. La primavera è cambiata, con del caldo anticipato e dei rigurgiti di freddo a maggio, che gelano gemme e fioriture e portano danni notevoli alle piante da frutto.
Vecchi apicoltori raccontano che una volta potevano portare gli alveari in montagna a maggio, sicuri di una certa stabilità, cosa non più attuabile ai giorni nostri.
In estate è la mancanza di acqua a fare sovente la differenza, situazione che rende obbligatorio spostare le casette delle api in continuazione. In casi estreme le api smettono di bottinare e di conseguenza la regina non riesce più a nutrirsi e a deporre uova se non con l’ausilio dell’apicoltore.
Il controllo periodico dei favi © Denis PerilliCi sono delle sorte di “linee guida” a livello nazionale o locale che voi avete adottato per superare queste difficoltà? Una sorta di strategia comune?
No, non esistono delle linee guida, ma solo dei suggerimenti. Ma ogni anno sembra essere diverso dal precedente. Si devono in ogni caso trovare delle soluzioni: se per esempio manca l’acqua, in qualche modo va fornita. Si sta inoltre cercando di fare selezione genetica, in modo da avere api più resistenti proprio in ogni zona climatica. Si fa sempre più uso pure della tecnologia, ad esempio per monitorare ogni singolo alveare. Tutto questo porta a dover fare degli investimenti e, quella che era un’attività a basso costo e alto reddito, si sta trasformando in qualcosa di sempre più costoso.
“Si sta cercando di fare selezione genetica, in modo da avere api più resistenti proprio in ogni zona climatica”. Daniele Magagna
È possibile che nei prossimi anni sia possibile produrre miele in zone fino a poco tempo fa impensabili come le aree montane in quota?
Sì, probabilmente sarà così. Già ora a volte, ove possibile, gli apicoltori portano le api in quota durante le estati torride. Fra l’altro si è notato che proprio in occasione di periodi di scarsa pioggia si riesce a produrre un miele di rododendro più puro. Fra le variabili, bisognerà capire se e come cambierà la distribuzione delle fioriture in quota nei prossimi anni.
Le celle perfettamente esagonali dell'alveare © Denis PerilliLo spopolamento della montagna. Dell’uomo e delle api
Sleghiamoci per un attimo dall’immagine stereotipata delle casette e delle api “domestiche” e ricordiamoci che esistono anche api “selvatiche” e molti altri Insetti impollinatori. Ragionando in quest’ottica allargata e meno antropocentrica, ci stiamo rendendo conto che il progressivo spopolamento di alcune valli delle Alpi e degli Appennini sta creando un danno anche a questi preziosi animali. Ma qual è il nesso? In realtà il ragionamento è piuttosto semplice e ci porta in quelle aree utilizzate nei secoli per la pastorizia e l’allevamento, sui pascoli e nei dintorni delle malghe. In un articolo precedente (https://www.loscarpone.cai.it/dettaglio/la-montagna-spiegata-ai-bambini-le-api-fanno-il-latte-e-le-mucche-fanno-il-miele/https://www.loscarpone.cai.it/dettaglio/la-montagna-spiegata-ai-bambini-le-api-fanno-il-latte-e-le-mucche-fanno-il-miele/) avevamo riportato “le api contribuiscono a far proliferare le erbe e i fiori (nonché a mantenerne la varietà), mentre le mucche concimano il terreno e rinforzano, anche mangiando, le specie vegetali” giusto per fornire una spiegazione logica di come il tutto si sia coevoluto nel tempo.
Questi ambienti, il cui equilibrio floristico (e non solo) si è appunto generato nel corso dei secoli, una volta abbandonati vengono riconquistati dal bosco, e tutto ciò porta a delle conseguenze. L’equazione, se pur semplificata all’estremo e in realtà coronata da molte variabili è questa: meno fioriture uguale meno api (e altri Insetti).
Vaia: da disastro a opportunità
È fuori discussione che la Tempesta Vaia, abbattutasi a fine ottobre 2018 sulle montagne del Nord-Est Italia abbia creato un ingente quantitativo di danni sia a livello ambientale-gestionale che economico. Nel dramma però qualcosa di positivo lo si può e lo si deve ricercare, proprio per dar spazio a qualche pensiero positivo seguito da azioni concrete e tangibili.
In tutta questa baraonda sono proprio gli Insetti impollinatori quelli che ne hanno beneficiato. La copertura della monocoltura degli abeti rossi, drasticamente impoverita, ha lasciato infatti spazio a una crescente biodiversità e alla fioritura di specie mellifere ora “baciate dal sole” che prima non c’era.
Una spettacolare fioritura di rododendro all'interno del bosco © Denis Perilli
Una delle conseguenze dirette la ritroviamo confezionata in quello che è stato definito il miele della rinascita, risultato del bottinamento delle api e della seguente lavorazione umana. In realtà non si tratta solo di vasetti di miele, ma di una iniziativa di riqualificazione sviluppata e coordinata dalla Fondazione Edmund Mach di San Michele all’Adige, in Provincia di Trento. Il tutto è inserito in un contesto ancora più ampio, come Life VAIA, testualmente definito “Progetto applicativo di adattamento ai cambiamenti climatici: riqualificazione forestale dei boschi danneggiati con tecniche innovative di agroforestazione”. In sintesi, ora, si sta cercando di lavorare su una riforestazione con specie idonee per ricostruire un bosco con maggiore biodiversità che riesca a fornire reddito extra legname, tramite la vendita di erbe aromatiche, frutti di bosco, prodotti di arbusti vari e, appunto, il miele.