Le marmotte stanno salendo in quota per sfuggire al cambiamento climatico?

Tra gli adattamenti al cambiamento climatico di cui più spesso si parla, in riferimento a specie, vegetali e animali, vi è lo spostamento a quote più elevate, alla ricerca di nuovi habitat ottimali. Come si stanno comportando in tal senso le marmotte?

I cambiamenti climatici, come dovrebbe ormai essere chiaro, non rappresentano una minaccia astratta, ma una realtà con effetti tangibili sugli ecosistemi più fragili del nostro pianeta. Tra questi, gli ecosistemi alpini. Sulle Alpi si sta già assistendo a una mutazione evidente dei modelli di precipitazione stagionale e delle temperature, con picchi al rialzo sempre più frequenti. Cambiamenti abiotici che si ripercuotono sulla biodiversità.

Tra gli adattamenti al cambiamento climatico di cui più spesso si parla, in riferimento a specie, vegetali e animali, vi è lo spostamento a quote più elevate, alla ricerca di nuovi habitat ottimali. In inglese il fenomeno prende il nome iconico di “stairway to heaven”, scala verso il Paradiso. Uno scenario alquanto drammatico, qualora non si riuscisse a porre freno all’innalzamento delle temperature. Uno studio di recente pubblicazione sulla rivista scientifica Ecology and Evolution, ha analizzato se e quanto stia migrando in quota una specie specialista del freddo, iconico abitante delle Alpi: la marmotta alpina (Marmota marmota).

 

Marmotte in risalita? Ancora no…

La marmotta sta lottando per adattarsi a inverni più caldi e a estati che mettono a rischio il suo vitale accumulo di grasso. Un team di ricercatori ha messo a confronto dati raccolti nel 1982 con quelli attuali per svelare la sua risposta a decenni di riscaldamento. Lo studio esamina, nello specifico, le variazioni altitudinali della distribuzione della marmotta alpina, che si sono verificate negli ultimi 40 anni nella valle Dischma, nelle Alpi Svizzere.

I ricercatori hanno applicato il medesimo metodo utilizzato nel 1982, basato su due ore di osservazione consecutiva su 25 aree identificate sui pendii della valle, svolta con binocoli e telescopi. I dati raccolti nel 1982 e di recente, sono stati applicati a modelli statistici per ricostruire le variazioni nella distribuzione della popolazione. E i risultati ottenuti hanno smentito, positivamente, le attese.

In 40 anni non si registrano colonizzazioni di siti a quote più elevate rispetto al limite noto, pari a 2.700 metri. L’areale non mostra dunque uno spostamento né del margine inferiore né del superiore. 

La ragione potrebbe risiedere nelle contenute mutazioni climatiche della zona. "La valle del Dischma registra ancora solo sei giorni all'anno con temperature superiori a 25 gradi, un dato troppo basso per avere un impatto negativo", chiarisce la biologa Anne Kempel dell'SLF (Istituto Federale per la ricerca su neve e valanghe della Svizzera), tra gli autori dell’articolo.

Gli esperti non escludono che, il mancato spostamento in quota, sia da legarsi ad altri fattori, quali ad esempio la minore disponibilità di terreni idonei allo scavo di tane, a quote più elevate. E ancora la necessità, in fase di letargo, di un manto nevoso che sia quanto più spesso e compatto, dunque isolante, o ancora la disponibilità di particolari specie vegetali, importanti per la loro alimentazione. Condizioni che si ritrovano nella zona in cui si concentra la distribuzione delle marmotte di Davos. 

Si può dunque tirare un sospiro di sollievo? Non del tutto. Osservando l'optimum altitudinale della specie, è stato infatti riscontrato che in media vivono a una quota di 86 metri superiore al 1982, pur restando al di sotto del limite dei 2.700 metri. Dunque qualcosa sta accadendo in conseguenza del cambiamento climatico. Inoltre, come evidenziato dalla dottoressa Kempel, sebbene le marmotte ancora non appaiano in risalita, lo è, in maniera lenta ma costante, il limite della vegetazione. Dal momento che le marmotte prediligono ambienti aperti, spostandosi le foreste più in alto, si andrà incontro a una riduzione dei loro habitat ideali. 

Lo studio, condotto in una limitata regione alpina, non può considerarsi rappresentativo dell’intero areale di distribuzione della specie. E purtroppo, non sono disponibili dati storici per altre località, che consentano di effettuare repliche. Si può solo giocare, al momento, per ipotesi. “Nelle zone più basse delle Alpi – afferma Kempel - , le condizioni potrebbero diventare difficili per gli animali, poiché soffrono di stress termico a temperature superiori ai 25 gradi Celsius. In questo caso, si ritirano nelle loro tane per lunghi periodi durante il giorno e quindi mangiano meno grassi per l'inverno, con conseguenze fatali nella stagione fredda.”

Nonostante le limitazioni, i risultati dello studio evidenziano l'importanza di un monitoraggio continuo e a lungo termine, che consenta di comprendere appieno gli adattamenti delle specie al cambiamento climatico. “Riconoscere i cambiamenti nella distribuzione delle specie vulnerabili ai cambiamenti climatici – concludono i ricercatori - è fondamentale per valutare i rischi di estinzione locali e per la conservazione della biodiversità.”