CAI Eagle Team, la 'Bonatti' di Vannucci: "Che via, che coraggio hanno avuto"

Il toscano del progetto dedicato ai giovani alpinisti ha salito la via sulla est del Grand Capucin con Lorenzo Dal Santo. "Bellissima. Ho sempre fatto roccia, ma potere crescere a trecentosessanta gradi è una grande opportunità. Lì nemmeno l'avvicinamento è banale”.

Fare parte del CAI Eagle Team non significa solo crescere sotto il profilo tecnico, ma arricchire anche la propria cultura alpinistica, intesa come esperienza di vie legate alla tradizione. In questo contesto di formazione a tutto tondo, ci sono salite che hanno un sapore particolare: per esempio la Bonatti-Ghigo al Grand Capucin. Nel corso del primo weekend di attività sul Monte Bianco, Matteo Della Bordella ha avuto l'idea di portare due ragazzi a salirla: Giacomo Vannucci e Lorenzo Dal Santo si sono cimentati così non solo con una delle vie più iconiche del massiccio, ma anche con un avvicinamento delicato. Hanno fatto bagaglio di insegnamenti preziosi sui terreni più diversi, tornando a casa con una esperienza piena.

Sulla scia del grande Walter

“L'obiettivo del fine settimana era fare goulotte e vie di misto, ma le giornate erano belle e molto calde, così c'è stato spazio per fare anche roccia – spiega Vannucci-. Io non ero mai stato sul ghiacciaio del Bianco e appena è uscita l'idea di fare la Bonatti ho accettato subito. È una via dall'estetica bellissima. E poi, quando ancora non scalavo, leggevo quei libri lì, mi piace fare le vie storiche”.

 

"Abbiamo fatto l'avvicinamento classico, risalendo un canale di ghiaccio e abbiamo traversato sopra le cenge, su terreno misto. Non è stato banale"

I ragazzi non sono “stati portati” a fare la Bonatti, ma si sono mossi a comando alternato. Certo, lo sguardo esperto del tutor c'è stato, ma hanno assunto su di loro il compito di mettere a frutto anche la capacità di interpretare il percorso, di valutare la roccia. Senza troppa preparazione specifica. “Non avevamo studiato molto la sera prima, avevamo da preparare la cena...anche se poi, una volta attaccata, è facile da capire e non abbiamo mai sbagliato a leggere. Più che altro, per me, non è stato banale nemmeno arrivare all'attacco. Abbiamo fatto quello classico, risalendo un canale di ghiaccio e abbiamo traversato sopra le cenge, su terreno misto. Ramponi e piccozza sono ancora un contesto in cui devo crescere ed è stata una esperienza preziosa”.

Una via esigente

Una volta su roccia, Vannucci si è trovato più nel proprio ambiente, anche se la Bonatti non regala assolutamente niente. “Molto bella e faticosa, come hanno detto anche altri. È stata aperta in artificiale, a volte forza la parete in fessure difficili da scalare. È molto varia: piccoli camini, diedri, traversi, c'è pure un boulder difficile. Va a scovare le linee di possibile salita sulla est, ma è molto strapiombante, a priori è difficile capire dove va”.

 

"Pensare, nel 1951, di aprire una via così al centro della parete, insomma è assurdo, senza sapere niente. Il coraggio certo non gli mancava”.

E poi c'è un muro di 40 metri, grado 7a, tutto da scalare. Complesso anche per chi, come Vannucci, in falesia arriva all'8c. Ma il paragone ovviamente non regge. “Non sono riuscito a passare in libera, riuscire a fare un tiro così a vista non è banale e poi lo devi mettere nell'economia della giornata, non puoi stare a provare e riprovare, bisognava chiudere la via e rientrare, c'era già tutto quello che avevamo fatto prima. Ma è una lunghezza sicuramente esigente”.

 

La Bonatti-Ghigo non è stata la prima esperienza sulle vie del grande alpinista per Giacomo. “Avevo fatto anche Bonatti-Mazeud alle Petit Jorasses, avevo già capito che tipo di alpinista era, la via ha rispecchiato le aspettative. Pensare, nel 1951, di aprire una via così al centro della parete, insomma è assurdo, senza sapere niente. Il coraggio certo non gli mancava”.

Partito da lontano

L'amore per l'alpinismo di Giacomo, classe 2001, è arrivato un po' alla volta. È stato un lento avvicinamento, dovuto anche banalmente a una geografia che gli ha imposto di partire da lontano. “Sono di Lucca, ho iniziato in un palestrina che era 4 metri per 6, a 12 anni. E poi falesia, ho fatto un corso roccia al CAI e con gli amici sono andato a scalare un po' in giro”. Le selezioni per l'Eagle Team hanno dato l'esito sperato “anche se con Domenico Totani l'atmosfera era molto rilassata, non sentivamo la pressione di doverci guadagnare un posto. È venuto tutto in modo molto naturale e sono felicissimo. Ho sempre fatto roccia, ma potere crescere nell'alpinismo a trecentosessanta gradi per me è una bellissima opportunità”.