'Lecco climbing festival': il racconto collettivo di una festa colorata di rosso

Si conclude oggi la tre giorni dell'evento dedicato agli 80 anni dei Ragni di Lecco, all'alpinismo e alla montagna. Non solo una celebrazione, ma un momento di aggregazione per rivivere insieme una grande passione, dove tutti sono un po' protagonisti

 

Caro Guido, mi hai chiesto di scrivere qualcosa di personale sui Ragni in occasione dell’80esimo compleanno del gruppo. Lo faccio proprio ora, nel mezzo del gioioso delirio di questa tre giorni di festeggiamenti.

Cammino per le strade di Lecco e ogni due o tre passi c’è una mano da stringere, un vecchio amico da abbracciare, uno nuovo da conoscere. La città è colorata dal maglione rosso dei Ragni e da quello degli Scoiattoli, che hanno risposto numerosi al nostro invito. Poi c’è il blu dei nostri fratelli del Gruppo Gamma e magliette, felpe e calzoni che non hanno stemmi, ma basta un colpo d’occhio e lo sai già: è uno che scala. E sono tantissimi!

Una storia di cui tutti fanno parte

Non siamo stranieri qui. La gente “normale” guarda e sorride. Ci conosce: “Sono i Ragni, è la festa dei Ragni”. È la nostra casa, la nostra città e in questi giorni si ricorda più che mai che lei è fatta così: con le montagne e le rocce lì, sopra i tetti delle case e dentro la storia la vita di ciascun suo abitante, anche di chi non ha mai messo piede su un sentiero. Perché c’è comunque sempre un nonno, uno zio, un cugino, un nipote, che lui o lei sì che in montagna ci va, e mio nonno conosceva Cassin, e mia zia era cugina di Casimiro Ferrari…

Siamo al cento dell’attenzione in questi giorni. Stimo facendo un bel casino e siamo emozionati e orgogliosi. Perché nasconderlo? L’orgoglio è un bel sentimento quando è prima di tutto consapevolezza di aver fatto del proprio meglio per fare la propria parte: la storia dei Ragni è un pezzo importante della storia dell’alpinismo lecchese, ma solo un pezzo. Senza il resto, senza il contesto in cui siamo cresciuti, molto probabilmente questi 80 di avventure tra le montagne del mondo non esiterebbero. C’è anche tanta gratitudine nell’orgoglio.

Alpinismo, sinonimo di collettivo

Spesso sento dire (e dico) che l’alpinismo è sempre di più una cosa individuale. Adesso sono qui, seduto al tavolo di un bar con Simone Pedeferri e Matteo Della Bordella. Due sedie più in là c’è Alessandro Baù, dietro di me Silvo Karo chiacchiera con Giuseppe Lafranconi, uno dei Ragni della mitica spedizione alla ovest del Cerro Torre del 1974. E ci sono i ragazzi dell’Eagle Team, che han la faccia di chi si è stato teletrasporto nel paese dei balocchi. No, non è vero: l’alpinismo non è una cosa individuale. È prima di tutto condivisione.

Penso a una frase che ho sentito dire da Reinhold Messner: “L’alpinismo è per metà azione e per l’altra metà racconto dell’azione”. Sì, racconto nel senso più profondo de essenziale: ti porto la mia vita, la mia storia, la mia passione, e condividendola con te anche io le do un senso. E tu la accogli, la fai tua, la reinterpreti, magari in modi che io non avevo neppure immaginato. È così che nascono i sogni, che poi magari diventano azione individuale o addirittura solitaria. Ma c’è sostanzialmente un noi all’origine di ogni io. Non solo nell’alpinismo.

Ora ti saluto, caro Guido, e torno a nutrirmi della gioiosa energia della nostra tre giorni di festa. Ti saluto con un incitamento o un augurio, anzi una certezza, parafrasando ancora una volta il grande Reinhold: “Il Drago è vivo”… Viva il Drago!".