Legge sulla caccia, la contrarietà di Vaccarella: "Un attentato alla tutela della biodiversità"

Il disegno di legge che riforma la normativa è approdato in Senato: l'aumento delle specie cacciabili, la revisione delle tutele, del calendario e del potere degli organi di controllo trovano l'opposizione del delegato ambiente CAI: "L'attività venatoria non è uno strumento di sviluppo economico"
Stambecco - Foto di xiSerge da Pixabay

 

Dopo quasi un anno di esame e dibattito acceso in commissione, il disegno di legge di riforma sulla caccia è approdato ieri al Senato, dove nel pomeriggio sono stati esaminati circa 900 emendamenti. I lavori riprenderanno oggi. Il provvedimento modifica la legge 157 del 1992, che disciplina l’attività venatoria e recepisce le direttive dell'Unione Europea in materia di tutela della fauna selvatica.

I campi di intervento

I partiti di opposizione, hanno battezzato il ddl come “spara tutto” e hanno sottolineato, tra le criticità, l'ampliamento del numero di specie che possono essere cacciate, anche se dall’elenco è già stato eliminato lo stambecco, presente nella versione precedentemente approvata. Anche i livelli di tutela sono però investiti da revisione, come nel caso del lupo. Con la nuova legge, infatti, la specie non diventerebbe cacciabile, ma potrebbe essere abbattuta grazie a specifici piani di contenimento.

 

Un altro nodo cruciale riguarda l'ampliamento dell'attività venatoria, sia in termini temporali che geografici. I prelievi diventerebbero possibili in altura e sui valichi montani, anche durante i periodi migratori degli uccelli e dopo il tramonto. Sarebbe inoltre ammessa la caccia al cinghiale nel periodo invernale. Previsti, infine, limiti meno rigidi sui richiami vivi ossia gli uccelli usati come esca sonora negli appostamenti di caccia.

 

Il testo interviene anche sui vincoli: maggiore autonomia alle Regioni e contestuale ridimensionamento del ruolo di Ispra in determinati processi decisionali, come la definizione dei calendari venatori.

Scontro senza sconti

Il testo introduce, già nel titolo, il termine “gestione” in aggiunta a “protezione”, virando quindi da un ambito difensivo a un concetto più elastico nel trattare la materia. Il dossier che accompagna il disegno di legge afferma che “l’introduzione della nozione di gestione della fauna selvatica nasce dall’esigenza di raggiungere un punto di equilibrio tra la tutela della natura e l’attività dell’uomo (…). Non solo protezione della fauna selvatica, ma anche attività funzionali alla conservazione, al controllo e all’utilizzo del patrimonio faunistico. Si ricorda che da tempo il settore agricolo registra un incremento dei danni causati dalla fauna selvatica ed è così emersa la necessità di un nuovo quadro di regole con l’obiettivo di valorizzare la fauna e limitarne la pressione sul territorio”.

 

Già su questo primo punto si registra la contrarietà di Mario Vaccarella, delegato alle tematiche ambientali del comitato direttivo centrale del Club Alpino Italiano. “Mentre la legge 157/92 prevedeva misure di protezione della fauna selvatica, anche nel rispetto delle Direttive Europee Uccelli ed habitat, il nuovo decreto legge sostituisce il termine 'protezione' con 'gestione', con la conseguenza di proporre un modello di gestione che sembra orientato a favorire l’attività venatoria, considerata come strumento per lo sviluppo economico dei territori, anche montani”.

 

Il tema economico, secondo Vaccarella, è centrale nel progetto di riforma. “È particolarmente rischioso presentare la caccia come un’opportunità economica perché quando gli interessi economici diventano centrali, il rispetto delle regole ambientali può passare in secondo piano e il rischio di abusi aumenta considerevolmente. La caccia deve rimanere un’attività senza finalità di lucro, praticata da persone che nutrono un autentico rispetto per la natura e per la fauna selvatica, e non essere sostenuta come leva per lo sviluppo economico”.

Calendario e organi di controllo

Vaccarella è critico anche su allungamento del calendario e riduzione del potere di Ispra e Mase, per concludere con una considerazione che riguarda il futuro. “Le modifiche legislative proposte sembrano attentare alla tutela della biodiversità, mettendosi in contrasto con i principi della legge 157 del 1992 e soprattutto non rispettano l’articolo 9 della Costituzione italiana che tutela gli animali e la biodiversità anche per le future generazioni. Chi verrà dopo di noi ha il diritto di avere la possibilità di ascoltare il canto degli uccelli e vivere in un ambiente naturale in equilibrio senza il rischio di affrontare 'primavere silenziose', come era stato profetizzato, già nel 1962, dalla biologa e zoologa Rachel Carson”.

 

Nel frattempo, anche dieci organizzazioni scientifiche hanno sottoscritto una lettera alle più alte cariche dello Stato, denunciando i rischi che la riforma comporta per la biodiversità, il rispetto del diritto europeo e il ruolo della scienza nei processi decisionali. 

 

I firmatari sono Carlo Blasi, presidente della fondazione per la flora italiana; Marco Alberto Bologna, presidente del comitato scientifico per la fauna d’Italia; Rita Cervo, presidente della società italiana di ecologia; Elisa Anna Fano, presidente della federazione italiana di scienze della natura e dell’ambiente; Barbara Rosa Ines Manachini, presidente della società italiana di nematologia; Antonella Penna, presidente della società italiana di biologia marina; Lorenzo Peruzzi, presidente della società italiana di biogeografia; Maurizio Sarà, presidente centro italiano studi ornitologici; Luca Sineo, presidente società italiana di antropologia ed etnologia; Marco Zuffi, presidente della Societas Herpetologica Italica