Uno stambecco coglie il primo raggio di sole nella Valle della Forcola © Alberto Urbani, wikicommons
Un esemplare di Steenbok (Raphicerus campestris), gemello diverso dello stambecco, in Namibia © Hans Hillewaert, wikicommons
Un esemplare maschio di stambecco © xiSerge, Pixabay
Un cucciolo di stambecco alpino sulle Alpi Marittime © Fede1983g, wikicommons
Uno stambecco in tutta la sua possenza. Foto di Davide Berton
Chi incontra uno stambecco sulle rocce del Gran Paradiso e ne pronuncia il nome, senza saperlo, dà voce a una parola arrivata sull'arco alpino centrale circa ottocento anni fa. E, appellandolo, pronuncia addirittura un termine "adattato" per l'orecchio italiano perché, lungo il tragitto che ne ha permesso l’inserimento nel nostro vocabolario, quella parola ha subito un piccolo incidente che l'ha resa più familiare di quanto avrebbe dovuto essere.
Fino a un arco di tempo compreso tra il X e il XIII secolo, infatti, la parola stambecco per come la pronunciamo oggi ancora non esisteva, neanche in forma embrionale: “Gli antichi romani lo chiamavano ibex, una forma che proviene probabilmente da una lingua alpina prelatina e che oggi, nel parlato, è andata completamente persa. Nel passaggio dal latino al volgare, forse per questioni geografiche, l’italiano potrebbe aver ereditato il termine non dalla radice latina, ma dal medio-alto tedesco”, afferma Margherita Di Pisa, filologa e classicista.
Le radici germanofone dello stambecco
La storia della parola stambecco, secondo la ricostruzione etimologica di Di Pisa, va ricercata nelle lingue che hanno preceduto il latino, e sarebbe riconducibile all’unione di due termini di origine protoindoeuropea: *bʰuǵ (capra, montone, caprone), già presente in lingue come celtico, armeno, persiano e sanscrito, e *steyh₂ (irrigidirsi, indurirsi), dal quale discendono il greco stîon (ciottolo) e lo slavo stěna (roccia, parete), radici osservabili nel termine croato stijena, nel serbo stena o nell’inglese stone.
“I due termini sarebbero entrati nel lessico del protogermanico a partire dal 500 a.C. come *bukkaz, che vuol dire caprone, e *stainaz, che vuol dire pietra. A partire dal XII secolo, il 1100 circa, sarebbero stati poi uniti fino a formare la parola steinbock, o steinboch”, aggiunge Martina Paolucci, linguista. È così che lo stambecco sarebbe entrato nel lessico del medio-alto tedesco per come lo pronunciamo ancora oggi, ma non senza dare vita a una serie di curiose declinazioni.
L’evoluzione del termine in Francia e Italia
Non è possibile ricostruire con precisione quando o come la parola steinbock/steinboch sia giunta ufficialmente nel lessico volgare, mentre è possibile spiegarne una curiosità tutta italiana. La forma attesa in italiano, seguendo le normali regole di adattamento fonetico dei prestiti tedeschi, sarebbe stata stambocco: “Potrebbe essere diventata ‘stambecco’ per paretimologia, un fenomeno linguistico per cui i parlanti modificano parole sconosciute accostandole per assonanza a termini più noti”, aggiunge Paolucci. In questo caso, i parlanti potrebbero aver involontariamente accostato le sillabe finali alla parola becco, il caprone, già esistente nel lessico italiano, e il suono della parola straniera sarebbe stato ricostruito su quello di una parola nativa che aveva un significato simile.
Anche in Francia, il meccanismo che potrebbe aver trasformato la parola steinbock/steinboch nell’odierno bouquetin è alquanto curioso. Secondo l’ATILF, il laboratorio di ricerca linguistica dell’Università della Lorena, anche in questo caso l’etimologia della parola deriverebbe dall’alto tedesco antico steinboch, ma con l'inversione dei due elementi (da pietra-capra a capra-pietra) per adattarsi alle regole di composizione del francese. Da steinboch la parola si sarebbe prima evoluta in boc estaign in area alpina provenzale per poi, mentre in Italia, secondo il Dizionario etimologico italiano, veniva attestata la forma stambecco, trasformarsi in bosquestaym a fine Duecento. Infine, nel Settecento, si sarebbe affermato il termine bouquetin, in uso ancora oggi.
Il curioso caso che “avvicina” Spagna e Regno Unito
L’evoluzione di questa parola, dunque, sembrerebbe aver messo fine alla radice latina della parola. Ma il termine ibex, nei secoli, non si è unicamente limitato a rimanere in vita, ma è diventato anche qualcosa di più. Fu lo stesso termine utilizzato per la prima volta da Plinio il Vecchio nella sua Naturalis Historia (77 d.C.) a venire ripreso, nel 1758, dal naturalista svedese Linneo che, nella sua classificazione, stabilì che il termine scientifico corretto da utilizzare per appellare lo stambecco delle alpi fosse proprio Capra ibex.
Sul suolo europeo, inoltre, questa radice latina è sopravvissuta in almeno due lingue: “In inglese, ibex è diventato il nome comune dell'animale, mentre lo spagnolo ha conservato un discendente diretto, íbice, che proviene dal latino ibex, ibĭcis, affiancato nella penisola iberica da cabra montés, il termine col quale cacciatori e persone comuni hanno sempre chiamato lo stambecco iberico (Capra pyrenaica)”, prosegue Di Pisa.
Olandese e afrikaans, un nome per due specie
C'è un'ultima diramazione, infine, forse la più curiosa e sorprendente di tutte, così come la più lontana geograficamente. L'olandese aveva e detiene, ancora oggi, un proprio calco derivante dal tedesco per indicare lo stambecco alpino: steenbok. È probabile che, quando i coloni boeri arrivarono in Sudafrica, abbiano portato con sé quella parola, applicandola però a un animale completamente diverso. Da quel momento una piccola antilope delle savane africane (Raphicerus campestris) condivide con lo stambecco unicamente il nome in afrikaans e una vaga somiglianza cromatica.
“Anche in questo caso, però, è ipotizzabile una paretimologia”, conclude Paolucci. Come indicato anche nel dizionario inglese Collins, infatti, in un ulteriore passaggio dall’afrikaans all’inglese sudafricano la parola steenbok si sarebbe evoluta perdendo il riferimento originario alle rocce. La caratteristica della piccola antilope messa in risalto nel nuovo termine sarebbe, infatti, il color mattone del suo manto, steen appunto, e non stein, rocce. Lo stambecco, insomma, è rimasto sempre lo stesso. A cambiare, attraversando secoli e confini, è stata solo la parola con cui abbiamo imparato a chiamarlo.