1. Il cinipide del castagno impedisce il normale sviluppo dei germogli, ostacolando la fioritura e riducendo la produzione di castagne anche dell'85% © Gyorgy Csoka, Hungary Forest Research Institute, Bugwood.org, wikicommons
2. Un castagno colpito dal cinipide (Dryocosmus kuriphilus) © F Ceragioli, wikicommons
3. Antagonisti del cinipide del castagno all'interno di una galla: le sue larve si nutrono delle larve del cinipide, riducendo il danno recato al castagno © Mhl87, wikicommons
In foto, un esemplare di T. japonicus depone le proprie uova all'interno di quelle di cimice marmorata © Oregon State University, wikicommons
Importare il nemico naturale di una specie invasiva per limitarne gli effetti negativi sul territorio. È questo il principio base della lotta biologica, la tecnica ecologica che sfrutta i rapporti naturali di antagonismo fra gli organismi nei loro territori di origine per contenere le popolazioni di specie aliene dannose: “L'obiettivo è quello di ristabilire, almeno in parte, quei meccanismi di regolazione naturale che spesso vengono meno quando un organismo arriva in un nuovo territorio”, afferma Marco Valerio Rossi Stacconi, ricercatore presso l'unità di difesa delle piante della fondazione Edmund Mach. È proprio il centro di ricerca e innovazione della fondazione che ha progettato e applicato i programmi di contrasto alla cimice asiatica (Halyomorpha halys) e al moscerino dei piccoli frutti (Drosophila suzukii), due insetti invasivi che hanno avuto un forte impatto sull'agricoltura del Trentino.
L’introduzione di un organismo esotico, in ogni caso, “richiede sempre particolare attenzione, perché una volta stabilito nell'ambiente potrebbe diffondersi anche oltre le aree inizialmente interessate dal rilascio”, afferma Rossi Stacconi. Un effetto sperato, da un lato, così da permettere alla specie nemica di contrastare la specie invasiva su tutto il territorio, e deleterio dall’altro, nel caso in cui i danni dovessero superare i vantaggi. Anche per questo, spiega l'esperto, “le richieste di autorizzazione sono accompagnate da dossier di valutazione dei rischi e dei benefici. Una componente fondamentale riguarda lo studio del cosiddetto ‘host range’, cioè l'insieme delle specie che il nemico naturale può utilizzare come ospiti o prede”.
Le misure di sicurezza da adottare
Queste valutazioni vengono fatte soprattutto mediante prove sperimentali, che valutano la possibilità che vengano attaccate specie non bersaglio, comprese quelle autoctone. Ma i controlli, spiega Rossi Stacconi, non si fermano qui: “Si studiano anche la biologia dell'organismo, le sue esigenze ecologiche, la capacità di insediamento e dispersione e le possibili interazioni con le comunità locali – aggiunge –. Sono informazioni che aiutano a prevedere anche eventuali effetti indiretti sugli ecosistemi, che possono essere più difficili da individuare rispetto all'attacco diretto a una specie non bersaglio”, specifica.
Tra gli obiettivi di queste valutazioni è presente anche l’analisi comparativa tra i benefici attesi dal controllo della specie invasiva e i possibili rischi ambientali che, spiega Rossi Stacconi, deve essere effettuata prima di autorizzare il rilascio: “Il monitoraggio successivo permettere poi di verificare sul campo le previsioni formulate nella fase di valutazione”, aggiunge, evidenziando la necessità di successivi approfondimenti e monitoraggi sul campo.
L’efficacia dei programmi attivi in Trentino
Tra le attività coordinate dalla Fondazione, due riguardano proprio attività di lotta biologica nei boschi del Trentino: “Nel caso della cimice asiatica, il principale agente di controllo biologico è Trissolcus japonicus, noto come vespa samurai, un minuscolo parassitoide delle uova della cimice. Nel caso del moscerino dei piccoli frutti, invece, si utilizza Ganaspis kimorum, che attacca le larve di Drosophila suzukii”, descrive Rossi Stacconi. I risultati dei due progetti, ad oggi, sono promettenti. Nel caso della cimice asiatica, spiega il ricercatore, “il T. japonicus è ormai stabilmente presente e si sta diffondendo sul territorio, anche al di fuori dei siti di rilascio. I monitoraggi confermano la sua attività di parassitizzazione delle uova e le evidenze raccolte negli ultimi anni indicano sempre più chiaramente che questo nemico naturale sta contribuendo alla riduzione delle popolazioni della cimice e dell'incidenza dei danni alle colture”.
Sebbene non sia ancora possibile quantificare con precisione il peso del suo contributo rispetto ad altri fattori, aggiunge, i risultati suggeriscono che la lotta biologica sta iniziando a svolgere un ruolo significativo nel contenimento del fitofago, cioè la cimice asiatica. “Per Drosophila suzukii, invece, i risultati sono più recenti ma promettenti. I rilasci di G. kimorum avviati nel 2021 – spiega Rossi Stacconi – sono stati seguiti da ritrovamenti del parassitoide anche negli anni successivi e in siti non interessati da nuovi rilasci, indicando la sua capacità di superare l'inverno e insediarsi nell'ambiente”. Nel 2025, l’antagonista del moscerino dei piccoli frutti è stato rilevato nel 75% dei siti monitorati: “Un risultato importante, ma siamo ancora nella fase in cui occorre verificare se e in quale misura questo insediamento si tradurrà in una riduzione stabile delle popolazioni del moscerino e dei danni a ciliegie e piccoli frutti”, relativizza l’esperto.
Un’alternativa stabile ai trattamenti fitosanitari?
Nel corso degli anni, però, la lotta biologica non ha dato sempre i risultati desiderati: “La storia della lotta biologica classica comprende casi di straordinario successo, ma anche interventi che non hanno prodotto i risultati sperati, oltre a tutte le situazioni intermedie”, descrive Rossi Stacconi. Un esempio particolarmente riuscito, aggiunge, “è quello del controllo del cinipide del castagno. È stato realizzato tramite l'introduzione del suo nemico naturale, Torymus sinensis, un parassitoide [cioè un organismo, spesso una larva, che uccide l’organismo in cui si sviluppa, ndr.] che ha contribuito in modo determinante alla riduzione delle infestazioni e alla ripresa della castanicoltura in molte aree”, descrive, sottolineando come, in alcuni casi, la lotta biologica sia in grado di diventare il principale strumento di contenimento di una specie invasiva. In altri, invece, rappresenta una componente della difesa integrata, da affiancare a monitoraggio, pratiche agronomiche, protezioni fisiche e trattamenti mirati, se necessari.
Non tutti i programmi, infatti, riescono a raggiungere risultati simili: “L'efficacia dipende da numerosi fattori – spiega Rossi Stacconi – tra cui la biologia del fitofago [cioè l’organismo che si nutre di piante o delle sostanze prodotte dalla pianta, ndr.] e del suo antagonista, le condizioni climatiche, la disponibilità di ospiti alternativi e le caratteristiche degli ambienti interessati”, aggiunge. E prosegue: “Quando funziona, la lotta biologica classica offre un vantaggio difficilmente ottenibile con altri strumenti: un nemico naturale capace di stabilirsi e riprodursi autonomamente può esercitare un'azione continuativa nel tempo, anche al di fuori delle superfici coltivate. Non richiede quindi interventi ripetuti come un trattamento fitosanitario, anche se possono essere necessari diversi anni prima di osservare risultati significativi”, spiega. Il contributo della lotta biologica alla riduzione dell'impiego di insetticidi, specifica, “va quindi valutato caso per caso, senza aspettarsi risultati immediati o necessariamente risolutivi”.
“Quando funziona, la lotta biologica classica offre un vantaggio difficilmente ottenibile con altri strumenti: un nemico naturale capace di stabilirsi e riprodursi autonomamente può esercitare un'azione continuativa nel tempo, anche al di fuori delle superfici coltivate". Marco Valerio Rossi Stacconi
La tecnologia accorre in aiuto
A supportare la ricerca nell’individuazione dei nemici naturali, così come nello stabilire i luoghi di rilascio e determinare i possibili effetti avversi, sono le nuove tecnologie. Secondo Rossi Stacconi, “le tecniche molecolari e genomiche consentono di distinguere specie e popolazioni difficili da identificare con i soli caratteri morfologici, ricostruirne l'origine e studiare le relazioni evolutive tra parassitoidi e ospiti [contrariamente al linguaggio comune, gli ospiti sono gli organismi che ospitano, ndr.]. Possono inoltre contribuire all'identificazione delle interazioni tra nemici naturali e specie bersaglio”, aggiunge. In questo ambito si sono rivelate di particolare aiuto, spiega l’esperto, la modellistica ecologica e l’intelligenza artificiale. La prima aiuta a prevedere le possibili aree di diffusione e individuare le condizioni migliori che potrebbero favorire o limitare l'efficacia di un agente di controllo biologico, mentre la seconda contribuisce all'analisi di grandi quantità di dati, immagini e informazioni ecologiche.
Approcci particolarmente interessanti, spiega Rossi Stacconi, anche in prospettiva preventiva, così da “identificare potenziali minacce prima del loro arrivo e preparare possibili strategie di risposta”, sottolinea. “Rimane però essenziale integrare questi strumenti con studi sperimentali e osservazioni sul campo – afferma –. Nessun modello può sostituire completamente la verifica della sicurezza e dell'efficacia di un organismo vivente, un tema al centro del confronto scientifico internazionale, come quello ospitato recentemente alla Fondazione Edmund Mach in occasione del meeting Brebca 2026”, conclude.