La copertina di ‘Mezzo secolo di alpinismo’ edizione del 1952
Tita Piaz
Tita Piaz in arrampicata
Giuseppe Mazzotti con Tita Piaz. © Archivio per la storia dell'alpinismo dolomitico di Bepi Pellegrinon
Tita Piaz in bici
Mezzo secolo di alpinismo è una sorta di testamento pur senza volerlo essere. Uscito per la prima volta nel 1947, anticipa di pochi mesi la scomparsa di Tita Piaz. Il Diavolo delle Dolomiti muore infatti il 6 agosto 1948, per le conseguenze del trauma cranico riportato in un incidente causato dalla rottura dei freni della sua bici. Il suo mezzo secolo di alpinismo si è da poco compiuto, con la salita dell'amata Torre Winkler sulle Torri del Vajolet. Una scalata simbolica perché si è svolta lì dove la sua attività è cominciata, a 18 anni.
Mezzo secolo di alpinismo è un'opera matura, consolidata dalla forzata attesa che il ventennio fascista ha imposto alle sue pagine. Impossibile pubblicare sotto il regime, ma dopo la caduta l'opera di Piaz sboccia come un fiore sulle crode: intensa, vivida, grazie al linguaggio partecipe dell'autore, che rende il volume tanto coinvolgente per il lettore.
Gli ingredienti per una opera fortunata d'altronde ci sono tutti, a Piaz basta pescare nei ricordi di una vita sincera: una esistenza che il destino ha voluto severa, ma con slanci di allegria e dolcezza. Nello scorrere le pagine ci si imbatte in tanto pepe e un po' di zucchero, il tutto per condire un piatto sostanzioso.
Forgiato dalla vita
Tita è il terzogenito di una famiglia fassana impegnata ad arrivare a fine giornata: suo padre vende giocattoli, bestiame, cavalli, la madre merci come ambulante. L'intera famiglia è appassionata di teatro e la vena narrativa viene alimentata fin dai primi anni di vita. A Tita poi non mancano né il talento né l'immaginazione, che ovviamente mette a frutto nell'arrampicata. Piaz diventa una guida alpina molto rinomata e uno dei protagonisti di primo piano dell’alpinismo d’inizio Novecento; apre nelle montagne della Val di Fassa una trentina di vie nuove, e altrettante nelle Dolomiti orientali. Nel 1901 è il primo alpinista italiano a salire il Campanil Basso di Brenta, ma diventa anche l’inventore – secondo diversi racconti- della calata in corda doppia. Carattere impulsivo e a tratti un po’ rude, irredentista tra le mille definizioni che possono provare a descriverlo anche nella sua attività lontano dalla roccia.
L'arrampicata nel sangue
Mezzo secolo di alpinismo è denso di tutta questa vita, messa in pagina a tratti che qua e là sanno di favola o racconto intorno al fuoco, ma che in realtà parlano di esperienze e alpinismo concreto. A cominciare da esordi piuttosto turbolenti.
“La mia prima scuola arrampicatoria fu la casa paterna che, grazie alla sua architettura, che era un miscuglio d'abitazione da troglodita e di fienile, si prestava ai più svariati esercizi”. Tita Piaz
“Garibaldi scrive di non sapere quando abbia imparato a nuotare, e dice che gli sembra di essere nato anfibio. Io invece posso dire che non so quando abbia imparato ad arrampicare, perché mi sembra di essere nato scimmia. Dopo essermi arrampicato nel grembo materno alla luce del sole, ho continuato questa attività per tutta la vita.
La mia prima scuola arrampicatoria fu la casa paterna che, grazie alla sua architettura, che era un miscuglio d'abitazione da troglodita e di fienile, si prestava ai più svariati esercizi; pareti dai minuscoli appigli, traversate vertiginose, fessure di tutti i generi, e parecchi strapiombi. A sostituire i camini c'era quello della cucina che scalavo dall'esterno, e più di una volta anche dall'interno, con grande allegria dei miei minuscoli compagni.
Con le mie esercitazioni ero l'ammirazione dei monelli del paese, che facevo rimanere a bocca aperta, e la disperazione della mia mamma...”.
Buona lettura, che questo è solo l'inizio!