Vista su Valsavarenche © Tenam2 - wikicommons - CC BY-SA 3.0
Nella giornata di ieri abbiamo ricevuto la lettera aperta di Alberto Farina, in risposta all'articolo a firma Marco Pili pubblicato su questo portale il 17 luglio. Il tema è la modifica dei confini del Parco Nazionale del Gran Paradiso, ma anche il modo in cui sarebbe stata trattata la notizia secondo il lettore. Lo Scarpone sarebbe colpevole di avere dato ampio spazio all'opinione di Claudio Vicari - assessore del comune di Valsavarenche che nel 2025 aveva raccolto le firme per una petizione ora al vaglio del'Ente Parco- senza proporre un "necessario contraddittorio".
Ci limitiamo a rispondere che, nell'ottica di fornire una informazione accurata, abbiamo dato notizia di una proposta che è in fase di valutazione, ovviamente dando voce e possibilità di motivare a chi si è mosso per arrivare a ottenere una modifica dei confini e a chi è tenuto a valutare la proposta.
Non c'è alcuna volontà di silenziare un contraddittorio che invece stimoliamo con la pubblicazione della lettera, anche se dobbiamo sottolineare che si tratta di una posizione personale, a differenza di quella espressa da Vicari. Per ottenere non solo una pluralità di opinioni, ma anche una effettiva rappresentanza del pubblico sentimento (o sentimenti, anche contrastanti) è invece necessaria un'opera di verifica e inchiesta, che proprio in questi giorni stiamo portando avanti e che pubblicheremo a breve.
Ci scuserà quindi il lettore se nel giro di poche ore non abbiamo ancora prodotto un risultato tangibile. I più impazienti hanno comunque già potuto leggere la lettera aperta su GognaBlog, che tra l'altro ha ri-pubblicato per intero anche l'articolo a firma Marco Pili, senza avanzarne richiesta. Se non altro, riportandolo nella sua completezza, non si potrà estrapolare un pensiero fazioso o una presa di posizione de Lo Scarpone sul tema.
A tal proposito, ricordiamo ancora una volta che non è compito di questa testata schierarsi sull'argomento, né riportare esclusivamente la posizione ufficiale del Club Alpino Italiano. Se l'associazione riterrà opportuno esprimersi a riguardo, ovviamente lo potrà fare, in qualsiasi momento, su queste pagine.
A seguire le considerazioni di Alberto Farina, che ringraziamo per il contributo al dibattito, riportate per intero.
Gentile Redazione,
da un’associazione come il Club Alpino Italiano, da sempre in prima linea per la salvaguardia delle nostre montagne, ci si aspetterebbe una presa di posizione ferma a difesa della natura e dell'integrità dei parchi storici. Eppure, l’organo d'informazione ufficiale del sodalizio, Lo Scarpone, ha recentemente dedicato ampio spazio alle richieste di revisione dei confini formulata da un gruppo di cittadini di Valsavarenche senza bilanciare il racconto con un necessario contraddittorio, rischiando di legittimare una visione dello sviluppo montano che appartiene al passato.
L’articolo a firma di Marco Pili offre una ricostruzione che meriterebbe una riflessione più attenta: accogliendo la voce dell'amministrazione locale senza un reale confronto, finisce per sposare una narrativa unilaterale, che liquida come "vessazioni burocratiche" quelle che sono, nei fatti, le normali tutele di un’area protetta.
Prendiamo la tesi della doppia burocrazia asfissiante. L'assessore Claudio Vicari sostiene che i cittadini debbano chiedere autorizzazioni persino per cambiare una losa sul tetto o sistemare una pavimentazione, ma la realtà normativa è ben diversa. Grazie al DPR 31/2017, tutti i lavori di manutenzione ordinaria che utilizzano materiali identici a quelli preesistenti sono del tutto esonerati dall'autorizzazione paesaggistica e dal Nulla Osta del Parco. Le regole sono scritte chiaramente nell'Abaco dei materiali: se si rispetta l'uso del legno o della pietra locale, il Comune rilascia direttamente il titolo edilizio. Il passaggio della pratica al Parco è un semplice invio telematico d'ufficio, non una trafila attiva che pesa sulle spalle del privato.
Anche la ricostruzione storica del "Budello" viene presentata quasi come un sopruso improvviso calato dall'alto nel 1977. In realtà, l'esclusione della Valsavarenche nel 1923 fu una concessione politica che si rivelò un disastro ecologico. Como documentato nelle memorie dello zoologo Alessandro Ghigi — allora membro della Commissione Centrale Venatoria —, la striscia di fondovalle fu esclusa dal Parco come "compensazione" per consentire ai cacciatori locali di continuare ad abbattere la fauna. Il risultato fu drammatico: i cacciatori si appostavano lungo il confine invisibile per decimare i camosci e gli stambecchi che d'inverno scendevano a quote più basse per sfuggire al gelo, trasformando il fondovalle in quello che l'allora presidente del Parco, Gianni Oberto Tarena, definì un "improvvido corridoio" di catture.
Il Decreto Marcora del 1977 non ha fatto altro che sanare questa anomalia biologica, riunificando un ecosistema che non può essere spezzato.
Altrettanto fuori tempo massimo appare la recriminazione sul mancato sviluppo legato alle piste da sci e agli impianti negli anni Settanta. La storia recente della stessa vallata ha già dimostrato l'insostenibilità di quella visione, e l'esempio più concreto è il destino della seggiovia "Payel" a Dégioz. Costruita per agganciare lo sci di massa, è stata dismessa all'unanimità dal Consiglio comunale nel 2020 e smantellata perché produceva solo perdite per il bilancio pubblico, con giornate intere passate senza un solo sciatore! Con l'emergenza climatica e la carenza di neve a quote medio-basse, quella scommessa si è rivelata un binario morto.
Proprio questo esempio dimostra come l'alto livello di protezione paesaggistica garantito dal Parco non sia un freno, ma il vero motore economico della valle: è proprio l'integrità selvaggia del territorio a richiamare oggi un turismo internazionale di qualità, attento alla sostenibilità, al silenzio e all'autenticità dei luoghi. Al contrario, l'ipotesi di declassare il fondovalle a "Zona Contigua" — allentando le maglie dei controlli e trasferendo la sovranità urbanistica al solo livello locale — aprirebbe le porte a piccoli e grandi appetiti edilizi. In una valle così stretta e fragile, la deregulation urbanistica rischierebbe di tradursi rapidamente in parcheggi sproporzionati, seconde case fuori contesto e villette a schiera, provocando guasti estetici e ambientali del tutto irreversibili che distruggerebbero per sempre l'appeal turistico e l'identità
profonda della Valsavarenche.
Il limite principale del pezzo giornalistico sta proprio nell'aver rinunciato a un confronto a più voci. Non c'è spazio per la minoranza consiliare di Valsavarenche, preoccupata per il danno d'immagine che il declassamento potrebbe causare all'economia locale, né per il parere di biologi ed ecologi sul rischio di frammentare un corridoio biologico così stretto e delicato, protetto anche dall'Europa come Sito di Importanza Comunitaria. Ridurre una complessa manovra di deregolamentazione urbanistica a una semplice battaglia contro le scartoffie finisce per essere fuorviante.
Suscitano inoltre non poca preoccupazione le dichiarazioni del presidente del Parco Nazionale del Gran Paradiso, Mauro Durbano. Sebbene nel pezzo siano state accolte in modo assolutamente acritico, l’apertura a valutare la richiesta di esclusione del fondovalle, mossa dall'idea di trasformare l'abitato in una semplice "zona contigua", rischia di legittimare politicamente un pericoloso precedente. Sdoganare il principio per cui i confini di un parco nazionale si possono stringere o allargare a seconda delle rivendicazioni e dei malumori locali rischia di indebolire l'intero sistema delle aree protette italiane. Anziché difendere la inviolabilità e la continuità scientifica dell'ecosistema che è chiamato a tutelare, la presidenza del Parco sembra quasi disposta a cedere a un compromesso al ribasso pur di placare le tensioni con le amministrazioni locali.
In ultima analisi, ciò che rischia di perdersi di vista in questo dibattito è il principio stesso su cui poggia l'esistenza delle aree protette. Un Parco Nazionale non è una proprietà esclusiva delle amministrazioni locali, né un territorio da gestire sulla base delle sole esigenze di chi ci risiede. È, prima di tutto, un bene di tutti i cittadini. Un patrimonio collettivo, nazionale ed europeo, la cui tutela risponde a un interesse generale di conservazione della biodiversità che supera i confini amministrativi e le contigenze politiche del momento.
Prof. Alberto Farina - Liceo Classico Carducci