La Valsavarenche vuole uscire dal Parco Nazionale del Gran Paradiso

In Valle d’Aosta torna l’ipotesi di modificare i confini dell'area tutelata per escludere il fondovalle abitato del paese, tra tensioni autonomiste e recriminazioni sulla burocrazia

 

In Valle d’Aosta, si riaccende la decennale questione riguardante i confini del Parco Nazionale del Gran Paradiso e l’impatto che ha sulla burocrazia alla quale sono sottoposti i cittadini. E lo fa, questa volta, tramite la consegna della documentazione ufficiale, da parte della Comunità del Parco, all’Ente Parco, che prevede cinque proposte di modifica del perimetro del Parco per tre comuni valdostani e due piemontesi. La proposta, in particolar modo, riguarda i comuni di Valsavarenche, Rhêmes-Notre-Dame, Rhêmes-Saint-Georges, Ronco Canavese e Valprato Soana, e ha l’ambizioso obiettivo di risolvere alcuni dei problemi relativi ai confini che attualmente, denunciano i cittadini, li sottopongono a doppie autorizzazioni burocratiche. 

In particolar modo, la proposta di ripristino dei confini riguarda soprattutto la Valsavarenche. La richiesta, presentata dal sindaco e attuale presidente della Comunità del Parco, Roger Georgy, auspica la completa esclusione dell’attuale introflessione – cioè il “Budello”, per oltre cinquant'anni fuori dal Parco – dai confini del Parco stesso. “Il Parco ha già approvato il nostro piano regolatore, ma i cittadini devono comunque chiedere autorizzazioni sia al Comune sia uno speciale ‘nulla osta’ all’Ente Parco. Non chiediamo meno regole, ma che le competenze autorizzative nel fondovalle tornino a essere gestite dal Comune, senza una doppia trafila autorizzativa”, aggiunge Claudio Vicari, assessore comunale di Valsavarenche che, nel 2025, ha raccolto 176 firme a supporto di una petizione che richiedeva esplicitamente l’esclusione del territorio antropizzato dai confini del Parco.

“Non chiediamo meno regole, ma che le competenze autorizzative nel fondovalle tornino a essere gestite dal Comune” .Claudio Vicari

La proposta sul tavolo del Parco

La proposta potrebbe mettere fine a una disputa lunga oltre cinquant’anni che, specialmente nel corso degli anni Ottanta, ha raggiunto toni e tensioni molto accesi: “Si tratterebbe di una compensazione – sottolinea Claudio Vicari –. Per fortuna alcuni comuni piemontesi, per ottenere maggior visibilità e prestigio, vorrebbero entrare nel Parco inserendovi zone lontane dai centri abitati, dove non c’è attività edilizia, oppure ampliare alcune zone già incluse al suo interno. Vediamo finalmente la possibilità di escludere il ‘Budello’ dopo anni di battaglia”. 

“Ancora oggi ci sono tensioni e attriti insostenibili”.

La modifica riguarderebbe circa 10mila ettari di territorio, e andrebbe a semplificare quello che i cittadini di Valsavarenche dichiarano di vivere da decenni come “un’eccessiva subordinazione e vessazione da parte del Parco”. Un complesso intreccio tra velleità autonomiste e storia dei territori alpini che, nell’ultima metà del secolo scorso, ha dato vita a non poche controversie: “Negli anni Settanta il Parco ci ha bloccato tutta una serie di infrastrutture, denuncia l’assessore, tant’è che questa vallata non ha mai avuto la possibilità di espandersi a livello turistico. Per realizzare una pista da sci di fondo, così come un piccolo impianto di risalita, siamo stati denunciati più volte e in paese, ancora oggi, ci sono tensioni e attriti, ormai insostenibili, anche tra Ente Parco ed Ente locale. Per questo mi sono mosso con la raccolta firme”.

Un equivoco nato nel 1922

Le problematiche, però, vengono da lontano, e vanno ricercate addirittura nell’atto fondativo del Parco, cioè la donazione di circa 2200 ettari da parte dell’allora re Vittorio Emanuele III al demanio forestale dello Stato, “per il caso che lo Stato credesse di costituire presso il gruppo del Gran Paradiso nelle Alpi Graie un Parco Nazionale, per conservare le forme nobili della flora e della fauna alpina”, com’è possibile leggere nell’atto stesso riportato in un volume redatto dall’ex sindaco di Valsavarenche, Adriano Chabod. Una decisione che i cittadini interpretarono da subito come una rilevante quantità di “vincoli che di lì a poco avrebbero pesato sulle popolazioni”, si legge poco dopo. 

Questo sentimento, dal 1922 ad oggi, non si è mai ridimensionato e, al contrario, si è inasprito a causa di una particolarità legata alla definizione cartografica dei confini del Parco. La legge del 1922 che costituiva il primo parco d’Italia, infatti, fissava una cosa: l’intero territorio della Valsavarenche era inserito nel Parco, senza nessuna cartografia allegata. A seguito di corpose proteste per i vincoli sul territorio comunale imposti dalla nuova legge, la commissione presieduta dall’on. Anselmi, nel 1923, propose che l’introflessione della Valsavarenche non dovese far parte del territorio del Parco. Vennero così collocate, da parte dell’Ente Parco, delle tabelle metalliche e lignee e anche delle targhe incastonate nella roccia, a circa 1800 metri di altitudine escludendo di fatto il “budello”, come è possibile osservare anche in una carta pubblicata dall’Azienda di Stato per le Foreste Demaniali nel 1960.

Il nodo del Decreto Marcora: il Budello entra nel Parco

Ma, nel 1977, tutto è cambiato: “I confini adottati nel 1977 hanno di fatto stravolto quella che per anni era una realtà assodata”, sottolinea Vicari. Il riferimento è alla lunga sperimentazione dei confini del Parco, avvenuta tra l’anno di donazione dei terreni da parte del re e la pubblicazione, in Gazzetta Ufficiale, del cosiddetto “Decreto Marcora” del 13 giugno 1977, il quale stabiliva che “i confini del Parco Nazionale del Gran Paradiso sono quelli indicati nella carta allegata al Regio decreto-legge 3 dicembre 1923”, scrive Chabod. Ma i confini del 1923, a differenza di quelli stabiliti dalla Commissione Anselmi in via sperimentale e riconosciuti anche dal Parco per oltre cinquant’anni, includevano l’introflessione della Valsavarenche nel territorio del Parco, introducendo di fatto il “Budello” all’interno del territorio del Parco.

“Prima del decreto Marcora, Direzione del Parco e Comune operavano nel reciproco rispetto”, Claudio Vicari

Una decisione che la popolazione percepì come un vero e proprio danneggiamento, in aggiunta al fatto che nel 1976 la Regione Autonoma Valle d’Aosta stabilì il divieto di caccia nell’introflessione sperimentale, fino a quel momento esclusa dai confini del Parco. Una decisione che garantiva, così, la tutela di specie prima “irrazionalmente decimate nell’improvvido corridoio della Valsavarenche”, come affermò Gianni Oberto Tarena, presidente pro-tempore del PNGP. Fu anche per questo motivo che, a partire dal Decreto Marcora, si interruppe quello che l’ex sindaco di Valsavarenche Chabod definisce, nel volume, un rapporto secondo il quale “Direzione del Parco e Comune di Valsavarenche […] operavano serenamente nel reciproco rispetto e con reciproca lealtà riconoscendo entrambi, evidentemente, l’introflessione di Valsavarenche come confine effettivo del Parco”.

Mezzo secolo di braccio di ferro: dal 1977 a oggi

Da quel momento, la tensione tra il Comune e l'Ente Parco non si è più placata, fino a sfociare, nella notte del 30 aprile 1985, in un attentato dinamitardo contro un traliccio dell'alta tensione di proprietà di Enel ai limiti dell'abitato di Valsavarenche. Un episodio che gli atti del Consiglio regionale della Valle d'Aosta, ancora oggi consultabili, collegarono esplicitamente alla decisione dell'Ente Parco di abbassare la quota della palinatura, includendo di fatto l'introflessione della Valsavarenche nei suoi confini: "Da lì sono iniziate tutte le battaglie, e per protesta non sono più state presentate liste elettorali per le elezioni comunali per più di due anni, dal 1985 al 1988”, racconta Vicari. Una protesta che, secondo l'assessore, non riguardò solo il nodo del perimetro cartografico, ma anche il mancato sviluppo della valle: "Negli anni Settanta, il Parco ci bloccò tutta una serie di infrastrutture. Per illuminare un tratto di pista di sci da fondo, così come per realizzare un piccolo impianto di risalita o allargare una strada poderale per giungere all’alpeggio più importante della nostra valle, siamo stati denunciati più volte". 

“Il parco ha parere vincolante anche su pavimentazione o manutenzione ordinaria”

Vicende che, secondo Vicari, conservano anche una matrice identitaria: "In Valle d’Aosta ci sentiamo storicamente autonomisti, e il nostro obiettivo è giungere a un’organizzazione politica federalista. Secondo noi le competenze sugli abitati dovrebbero tornare a essere esclusivamente dell’Ente locale, e non dello Stato. È riduttivo imputare tutto ciò al solo discorso delle doppie autorizzazioni, ma ora vediamo finalmente una possibilità. Prima, però, dobbiamo risolvere il nodo della doppia burocrazia”, afferma Vicari, che approfondisce le ragioni burocratiche della proposta di ripristino dei confini: “Il piano regolatore generale comunale è già stato approvato dall'Ente Parco. Eppure, per ciascun intervento edilizio, ai cittadini viene richiesta una seconda autorizzazione, con esiti che non sempre coincidono. Quando il Comune concede l’assenso e il Parco esprime il proprio dissenso, il parere vincolante risulta essere quello del Parco, anche per lavori di piccola entità come uno scavo per passare un tubo per un intervento di drenaggio pubblico, così come per la scelta della pavimentazione o per la manutenzione ordinaria delle lose di un tetto”, racconta.

Il Parco apre a una soluzione

A oltre un anno dalla petizione, la proposta è arrivata sul tavolo dell'Ente Parco, e il clima, questa volta, è di apertura. Il presidente del Parco Nazionale del Gran Paradiso, Mauro Durbano, pur dicendosi ancora in fase di valutazione del fascicolo, lascia intendere che la richiesta della Comunità del Parco potrebbe venire accolta, come dichiarato al periodico Gazzetta Matin. La proposta di modifica, inoltre, renderebbe l’abitato “zona attigua al Parco”, non toccando così la regolamentazione dell’attività di caccia e pesca, ma modificando unicamente il processo di approvazione per altri tipi di procedimento come, ad esempio, in ambito edile. Parole che segnano una distanza netta rispetto al registro tenuto nei decenni precedenti, sottolinea Vicari, quando il Parco veniva percepito dalla popolazione come un ostacolo sistematico a ogni tipo di intervento sul territorio, e che lasciano presagire la possibile conclusione di un diverbio lungo ormai cinquant’anni.