Monte Barone: l'incendio non ha distrutto il rifugio, danni da valutare

“Bruciate le tubazioni idriche e quasi tutta l'area circostante”, spiegano i gestori. Ma se il fuoco sia penetrato all'interno dell'edificio, dove restano legna e materiali infiammabili, nessuno può ancora dirlo: “L'accesso resta impossibile, e il fumo oscura la visuale”

 

Sono ancora incerte le sorti del Rifugio Monte Barone, recentemente raggiunto dalle fiamme dell’incendio che, negli ultimi dieci giorni, ha distrutto oltre mille ettari di terreno sui rilievi della Val Sessera: “Siamo stati noi a dare l’allarme lunedì scorso”, spiega Mara Viganò, che assieme a Paolo Montini gestisce da otto stagioni la struttura. Da quando, attorno all’ora di pranzo del 3 agosto, una fulminazione a secco (un fulmine in assenza di precipitazioni) di fronte al rifugio, sulla Pissavacca, ha innescato l’incendio, “c'è stata un'escalation di eventi per la quale le fiamme sono andate subito fuori controllo”, spiega Viganò. E ora, a farne le spese, potrebbe essere proprio il rifugio dal quale è stato lanciato l’allarme.

Le notizie, però, restano frammentarie, e non è ancora dato sapere quali e quanti danni abbia riportato la struttura: “Abbiamo seguito per tutta la notte di ieri l’arrivo delle fiamme dalle telecamere di videosorveglianza che, però, non inquadrano il retro”, racconta Viganò. Il fuoco, per quanto è stato possibile osservare dalle immagini raccolte, è sceso dalla vetta del monte procedendo verso valle, avvolgendo il rifugio sul lato nord: “In quel punto lo spiovente del tetto è proprio a contatto col suolo. Lì, nel retro del rifugio, c’è la legnaia, e teniamo due bombole, la benzina e i decespugliatori”, aggiunge la rifugista.

“Abbiamo seguito per tutta la notte di ieri l’arrivo delle fiamme dalle telecamere di videosorveglianza” Mara Viganò

L’incertezza sulle sorti della struttura

Ma, nonostante le immagini mostrino l’arrivo del fronte del fuoco dal lato più a rischio del rifugio, non è ancora possibile sapere se gli sganci d’acqua di Canadair e di elicotteri antincendio siano effettivamente riusciti nell’intento di preservare la struttura dalle fiamme: “Quello che possiamo constatare lo constatiamo da valle, e lo vediamo attraverso le due webcam che coprono due lati del rifugio. Già il fatto che sono in funzione è un indizio, inoltre non esce fumo dalle finestre. Questo ci fa presupporre che il rifugio sia ancora dei nostri”, sottolinea Adriano Marchisio, membro del direttivo sezionale e responsabile della Commissione rifugio per il CAI Valsessera, la sezione che gestisce la struttura.

Le webcam, infatti, funzionano con un sistema di alimentazione a batteria e pannelli solari, spiega Viganò, che condivide l’appello alla prudenza nel dare per distrutta la struttura: “Dalle fotografie che abbiamo fatto noi o altre persone della valle la struttura risulta assolutamente in piedi, è in metallo e cemento armato quindi di per sé potenzialmente ignifuga. Poi ci sono gli arredi e quant’altro, cosa sia successo all’interno non ci è dato sapere”. In tutta la zona, infatti, è stato emanato lo stato d’emergenza, e non è possibile in alcun modo avvicinarsi al rifugio: “Dobbiamo prima aspettare che cessi il pericolo per andare a capire cosa sia successo e in che misura. Le reti di approvvigionamento dell’acqua e le tubature in alcuni punti sono scoperte a causa della morfologia del terreno, quindi bisognerà verificarne l’integrità. Speriamo di riuscire a trovare soluzioni di ripiego per continuare l’esercizio anche durante questa stagione di siccità estrema”, auspica Marchisio.

Il deposito di GPL

A rendere l’attesa dell'arrivo delle fiamme ancora più critica, inoltre, è stata la presenza di un deposito di bombole di GPL a ridosso della struttura: “Su prescrizione dei vigili del fuoco, tre anni fa, il CAI ha costruito un deposito proprio come da normativa. Lì sono presenti tredici bombole da 20 chili l’una, un fattore che ci ha messo addosso una pressione incredibile fin dal momento dell’innesco”, ricorda Viganò. È la stessa gestrice a denunciare come l’intervento non sia stato “né appropriato né tempestivo” nella gestione delle fasi iniziali, soprattutto per numero di forze messe in campo dopo la caduta del fulmine: “Inizialmente hanno inviato sul posto solo quattro persone a piedi. I ragazzi dell’antincendio boschivo sul campo, però, sono stati eccezionali nel tentare di contenere il fronte, ne abbiamo ospitati alcuni al rifugio. Ma l’incendio è diventato presto un disastro incontenibile”, ricorda. 

"L'intervento non è stato né appropriato né tempestivo nella gestione delle fasi iniziali" Mara Viganò

Fin dai primi giorni di progressione delle fiamme, infatti, i gestori del rifugio hanno assistito a tutto l'evolversi del fronte, per poi venire evacuati giovedì mattina da un gruppo di volontari dei Vigili del Fuoco: “Quando sono arrivati li abbiamo messi al corrente di tutte le criticità della struttura, eravamo convinti che venisse presidiata e invece siamo stati accompagnati a valle mentre il rifugio è rimasto lì”, racconta. Una delle principali preoccupazioni di Viganò e Montini, infatti, consiste tutt’ora nelle possibili fonti di riaccensione presenti all’interno del rifugio: “Dentro c’è un’intera legnaia, dalla montagna di fronte abbiamo provato a scattare delle foto ma c’è troppo fumo e non si vede niente. Abbiamo chiesto dei sorvoli, ma i fronti sono talmente vasti che la situazione è fuori controllo”, afferma. 

Con l’avvicinarsi delle fiamme, la struttura è stata più volte oggetto di sganci e sorvoli da parte di un elicottero antincendio, soprattutto in prossimità del deposito di bombole del gas: “Quando abbiamo visto la montagna completamente avvolta dalle fiamme abbiamo chiesto un intervento preventivo, e ci sono stati sicuramente degli sganci di un elicottero proprio in prossimità di questa struttura. Poi, col buio, i sorvoli vengono interrotti, e coi membri del CAI ci siamo messi a guardare le webcam aspettando l’arrivo delle fiamme. Il fuoco è arrivato intorno alle 3.30 di mercoledì, dopodiché abbiamo visto delle fiammate importanti. Non erano sicuramente quelle della vegetazione che circonda il rifugio, molto bassa essendo prateria alpina fatta di rododendri, brugo o erba. Magari erano panche, o quant’altro. Aspettavamo il botto che, per fortuna, non c’è stato, e appena è arrivata l’alba il Monte Barone è stato il primo oggetto dei lanci di elicotteri e Canadair”, ricorda. 

Il nodo dei sentieri inaccessibili

Uno dei problemi più rilevanti, inoltre, è la distruzione di buona parte della rete sentieristica del CAI locale, attraversata dalle fiamme o a rischio caduta detriti e massi: “Quando sono scesa mercoledì, in prossimità del sentiero G10 che stavo presidiando in attesa dell’antincendio boschivo, ho dovuto mettere il casco a causa della caduta delle pietre, e anche in basso i boschi sono in condizioni pessime”, racconta Viganò. Una prospettiva condivisa anche da Marchisio, che considera remota la possibilità di una rapida ripresa della normale attività sui sentieri coinvolti nell’incendio: “Normalmente il sentiero di accesso al rifugio, il G1 che diventa G8, è classificato E, ma al momento dell’evacuazione aveva il fronte dell’incendio in prossimità e non era percorribile. Ce ne sono anche altri, uno più in alto di quota già interessato dall’incendio e un terzo, più in basso, frequentato molto poco anche perché negli anni non è stato possibile fare la manutenzione necessaria”. 

Tutti gli interventi di ripristino del rifugio e, ancor prima, la valutazione dei danni, sostiene Marchisio, dipenderanno però dalla futura riapertura dei sentieri da parte degli enti preposti, solo “quando saranno in condizioni tali da permettere il passaggio per noi e per gli escursionisti, così da tornare gradualmente alla normalità”, sottolinea. Una normalità che, sottolinea Viganò, è stata interrotta di colpo dall’ordine di evacuazione, arrivato nella notte di mercoledì della scorsa settimana, alle 2.30 circa. Una decisione improvvisa, che non ha dato loro neanche il tempo di portare via gli effetti personali: “Avevamo fatto i tiri di elicottero il 20 giugno, il rifugio era carico di materiale e i frigoriferi tutti pieni. Non abbiamo potuto portare giù niente”, racconta, pur aggrappandosi alla possibilità che il rifugio abbia resistito alle fiamme: “Adesso vogliamo essere ottimisti. Quando potremo vedere in maniera più nitida la struttura e fare un sopralluogo, capiremo come agire”.