Norvegia: le montagne dei troll, i giganti pietrificati

Nei paesi scandinavi esistono pareti che, secondo la tradizione, sarebbero antiche creature trasformate in roccia dalla luce del sole. Oggi il termine è prevalentemente associato ai disturbatori digitali, ma all'origine della storia c'è il bisogno umano di trasformare il paesaggio in narrazione

Le montagne sono sempre state luoghi difficili da spiegare. Molto prima che la geologia ne raccontasse l'origine o che le carte topografiche ne definissero i contorni, le loro forme imponenti suscitavano nelle persone emozioni contrastanti, fatte di meraviglia, timore e curiosità. Chi viveva ai piedi delle grandi catene montuose osservava pareti che sembravano emergere dalla nebbia, cime che scomparivano tra le nuvole e vallate dominate da rocce tanto grandi da apparire quasi vive. In molti casi quelle sensazioni si trasformavano in racconti, e i racconti, tramandati di villaggio in villaggio e di generazione in generazione, finivano per diventare leggende.

Dove nascono i troll

In pochi luoghi questo processo appare evidente come in Norvegia. Qui, nella contea di Møre og Romsdal, i fiordi penetrano profondamente nell'entroterra e le montagne si innalzano direttamente dal mare superando i 1300 metri di altitudine, creando così uno dei paesaggi più spettacolari d'Europa. Le pareti sono immense, le valli strette, le foreste sembrano non finire mai e durante l'inverno l'oscurità accompagna le giornate per lunghi periodi. In un ambiente simile non è difficile capire perché il confine tra realtà e immaginazione sia diventato sottile.

È proprio qui che nascono le storie dei troll.

 

Per secoli gli abitanti del nord, ed in particolare quelli di queste vallate, hanno raccontato che le montagne fossero abitate da creature gigantesche che uscivano soltanto durante la notte. I troll, secondo la tradizione scandinava, vivevano tra i monti, nelle foreste, nelle grotte e tra le rocce, si muovevano nell'oscurità e temevano sopra ogni cosa la luce del sole. Se sorpresi dall'alba non avevano scampo: i primi raggi li trasformavano in pietra, condannandoli a restare immobili per l'eternità.

Pareidolia montana

Guardando alcuni paesaggi della regione non è difficile capire come sia nata una simile credenza. Le forme delle montagne sembrano talvolta ricordare profili umani, volti, corpi seduti o figure gigantesche immobili all'orizzonte. In una terra dove la natura è sempre stata parte integrante della vita quotidiana, queste somiglianze non potevano passare inosservate e finirono per alimentare un immaginario che ancora oggi rappresenta uno degli elementi più caratteristici della cultura norvegese.

 

I troll, però, non erano soltanto creature delle fiabe. Per molte comunità rurali la natura era realmente percepita come uno spazio abitato da presenze invisibili, più o meno benevole e più o meno pericolose, con cui gli esseri umani condividevano lo stesso territorio. Tutto ciò che non si riusciva a comprendere aveva bisogno di una spiegazione e i troll erano una risposta plausibile quanto altre. Alcuni racconti li descrivono come esseri rozzi e violenti, altri come custodi di luoghi remoti.

 

In molte leggende, i troll pongono indovinelli ai viandanti che desiderano proseguire il cammino. Per superare l'ostacolo non basta la forza: serve trovare la risposta giusta. 

Una metafora che sembra adattarsi sorprendentemente bene alla montagna stessa, dove spesso non è la potenza fisica a fare la differenza, ma la capacità di leggere il terreno, individuare il passaggio corretto e capire come procedere.

La valle e le montagne dei troll

Nella valle di Romsdalen, una delle aree montane più celebri della Norvegia, si trova la Trollstigen, la celebre Scala dei Troll, probabilmente una delle strade di montagna più spettacolari al mondo. Undici tornanti si arrampicano lungo una parete quasi verticale tra cascate impetuose, vallate profonde e montagne che sembrano osservare dall'alto chiunque percorra la strada. Salendo curva dopo curva si ha la sensazione di entrare progressivamente dentro una storia, come se il paesaggio fosse stato disegnato da una mano sovraumana.

Non lontano si innalza la Trollveggen, la Parete dei Troll, una muraglia di roccia alta oltre mille metri che rappresenta una delle più grandi pareti verticali d'Europa. Poco distante si trovano le Trolltindene, le Montagne dei Troll, un insieme di cime frastagliate che dominano la valle e che, secondo la tradizione, sarebbero proprio i giganti pietrificati dalla luce del sole. All'interno di questo gruppo montuoso si trovano anche alcune delle vette più iconiche della regione, come Kongen, il Re, Dronningen, la Regina e Bispen, il Vescovo, nomi che sembrano rafforzare ulteriormente quel confine sottile tra geografia e leggenda.

La presenza dei troll nel paesaggio norvegese, però, non si limita alla sola Romsdalen. Più a sud, nella regione di Vestland, una delle escursioni più famose della Scandinavia conduce alla Trolltunga, la Lingua del Troll, una sottile piattaforma di roccia sospesa per centinaia di metri sopra il lago Ringedalsvatnet. Anche qui il folklore sembra essersi depositato direttamente sul paesaggio. Il nome non è soltanto una suggestione turistica: racconta un modo di guardare la montagna che affonda le radici nella cultura nordica. Dalla Trollstigen alla Trolltunga, passando per la Trollveggen e le Trolltindene, i troll continuano ancora oggi ad abitare mappe, sentieri e montagne, come se non avessero mai abbandonato del tutto questi luoghi.

Ancora oggi molti escursionisti e arrampicatori raggiungono questa parte della Norvegia per percorrere sentieri che attraversano fiordi, vallate glaciali e altipiani battuti dal vento. È una delle regioni più frequentate dagli amanti della montagna nordica, non soltanto per la bellezza del paesaggio, ma perché qui le leggende sembrano essere rimaste parte integrante del territorio.

I troll, in fondo, non sono soltanto personaggi del folklore. Sono un modo di leggere la montagna. Dietro quelle storie si nasconde il tentativo di dare un volto a ciò che appariva troppo grande, troppo potente o troppo misterioso per essere compreso fino in fondo. Le montagne erano lì da sempre e dominavano la vita delle persone. Trasformarle in personaggi, attribuire loro intenzioni e raccontarne le vicende significava rendere quel mondo meno estraneo e, in qualche modo, più vicino.

Quando la montagna diventa racconto

Questa tendenza non appartiene soltanto alla Norvegia. Cambiano i nomi, cambiano le creature e cambiano i paesaggi, ma il meccanismo rimane sorprendentemente simile ovunque esistano montagne capaci di suscitare stupore.

In fondo, molto prima che gli uomini iniziassero a tracciare linee di salita sulle pareti, a cercare passaggi tra le rocce o a immaginare una vetta come un obiettivo da raggiungere, sentirono il bisogno di dare un volto alle montagne. Prima di mettere le mani sulla roccia provarono a riconoscere nelle sue forme qualcosa di familiare, trasformando creste, guglie e pareti in creature, personaggi e racconti. Come se immaginare una montagna fosse il primo passo per avvicinarla e renderla meno sconosciuta.

 

Anche sulle Dolomiti troviamo qualcosa di analogo. Tra la fine dell'Ottocento e l'inizio del Novecento Karl Felix Wolff raccolse e rielaborò numerosi racconti della tradizione ladina, trasformandoli nelle celebri Leggende delle Dolomiti. Comparvero così Re Laurino, il regno dei Fanes, principesse, nani e popoli nascosti tra le pareti di roccia. Molte di quelle storie furono reinterpretate dallo stesso Wolff, ma il loro successo racconta qualcosa di importante: gli esseri umani hanno sempre cercato di cucire una narrazione attorno alle montagne che li circondavano.

 

Le paure, le speranze e i sogni finivano per assumere una forma concreta e abitare il paesaggio. In Norvegia diventavano troll; nelle Dolomiti re e principesse; altrove uomini selvatici, draghi o spiriti delle montagne. In ogni caso la montagna smetteva di essere soltanto un elemento geografico e diventava qualcosa con cui entrare in relazione.

 

Le leggende sono cambiate, la geografia ha sostituito il mistero e le mappe hanno riempito gli spazi bianchi. Eppure, davanti alle grandi pareti della Trollveggen o alle cime che dominano la Trollstigen, resta la sensazione che quelle montagne custodiscano ancora qualcosa che va oltre la semplice roccia. Forse non sono davvero troll trasformati in pietra, ma continuano a ricordarci che le montagne, prima di essere comprese, sono sempre state immaginate.