Camminare in montagna richiede continui adattamenti al terreno © Markus Spiske - Unsplash
La fatica può avere un importante valore educativo © Ben O Bro - Unsplash
Lo stesso sforzo fisico può essere percepito in modo completamente diverso in situazioni differenti © Ddp-5Bc - Unsplash
Suddividere il percorso in piccoli obiettivi raggiungibili è molto importante quando si cammina con i bambini © Darya Tryfanava - Unsplash
Prevenire la fatica significa soprattutto scegliere un itinerario adeguato © Waldemar Brandt - Unsplash“Sono stanco!” Poche frasi sono altrettanto familiari ai genitori che frequentano la montagna con i propri figli. A volte arriva dopo ore di cammino, spesso accompagnate da un “basta”. Altre, con sorprendente puntualità, pochi minuti dopo aver lasciato il parcheggio. La tentazione dell’adulto è spesso quella di ricondurre tutto a due possibilità: il bambino è realmente affaticato oppure semplicemente non ha voglia di camminare. In realtà, la questione è molto più complessa. La fatica è un fenomeno che coinvolge contemporaneamente muscoli, metabolismo, sistema nervoso, emozioni e motivazione e, soprattutto durante l’infanzia, non sempre è facile riconoscerla e comunicarla. Per gestirla correttamente bisogna partire da un principio fondamentale: i bambini si affaticano in modo diverso da noi.
I bambini si stancano davvero prima degli adulti?
Dal punto di vista fisiologico, l’organismo del bambino presenta caratteristiche molto diverse rispetto a quello dell’adulto. Soprattutto prima della pubertà, durante l’attività fisica i bambini utilizzano proporzionalmente di più il metabolismo aerobico e meno quello anaerobico. Questo fa sì che, durante alcune attività brevi e intermittenti, i bambini possano mostrare una sorprendente resistenza alla fatica muscolare e tempi di recupero particolarmente rapidi. Gli studi di fisiologia dell’esercizio hanno confermato che, in determinate condizioni sperimentali, i bambini prepuberi possono presentare una minore affaticabilità muscolare e recuperare più rapidamente rispetto agli adulti. Questo, però, non significa affatto che siano piccoli atleti di resistenza capaci di camminare indefinitamente.
Un’escursione in montagna è qualcosa di molto diverso da una corsa, da un gioco o da un esercizio fisico qualunque. Richiede uno sforzo prolungato, impone di adattarsi continuamente al terreno e coinvolge non soltanto i muscoli, ma anche equilibrio, coordinazione, attenzione e capacità di dosare le energie nel tempo.
La fatica può avere un importante valore educativo © Ben O Bro - UnsplashGambe corte, grandi distanze
Un altro aspetto spesso dimenticato riguarda il costo stesso del cammino. I bambini fanno passi più corti rispetto agli adulti e, per percorrere la stessa distanza, devono compierne un numero maggiore. Anche l’economia del movimento è differente e tende a migliorare progressivamente con la crescita e la maturazione. C’è poi un errore frequente nelle escursioni familiari: pretendere che il bambino cammini al ritmo dell’adulto. Quella che per un genitore rappresenta una velocità comoda e naturale può costringere un bambino più piccolo ad aumentare considerevolmente la frequenza del passo. A questo si aggiungono il dislivello, le irregolarità del terreno, lo zaino trasportato, le condizioni climatiche e la durata dell’escursione.
Per questo motivo un bambino può recuperare sorprendentemente in fretta dopo una corsa o un gioco intenso e, allo stesso tempo, trovarsi in difficoltà durante una lunga camminata monotona condotta al passo degli adulti. La gestione della fatica inizia, quindi, dalla scelta dell’itinerario e dalla capacità degli adulti di adattare tempi e aspettative a chi ha le gambe più corte.
Cosa significa davvero «sono stanco»?
Quando un adulto riferisce di essere stanco, generalmente possiede un’esperienza sufficiente per distinguere almeno in parte la fatica muscolare da altre condizioni come la fame, il caldo o la mancanza di motivazione. Per un bambino è molto più difficile. I bambini in età scolare sono generalmente in grado di valutare l’intensità di uno sforzo, soprattutto quando vengono utilizzati strumenti e scale costruiti appositamente per loro. Nei più piccoli, invece, il linguaggio utilizzato per descrivere le sensazioni corporee è inevitabilmente più limitato. «Sono stanco» può quindi significare molte cose. Può voler dire che le gambe fanno male, che il bambino ha sete o fame, che sente troppo caldo o troppo freddo. Può nascondere uno zaino fastidioso o un ritmo di cammino eccessivo, ma può anche significare semplicemente: «Mi sto annoiando», «Non so quanto manca» oppure «Questa cosa è troppo difficile per me». Il linguaggio della fatica nel bambino è molto più ampio di quanto immaginiamo e, soprattutto, è ancora in costruzione. Per questo liquidare ogni richiesta di fermarsi come un capriccio è sbagliato. Ma è altrettanto sbagliato pensare che ogni «sono stanco» rappresenti necessariamente il raggiungimento di un limite fisico. Il compito dell’adulto è cercare di comprendere cosa si nasconde dietro quelle parole.
Lo stesso sforzo fisico può essere percepito in modo completamente diverso in situazioni differenti © Ddp-5Bc - UnsplashLa fatica non è solo questione di muscoli
La percezione dello sforzo è un fenomeno complesso. Il cervello raccoglie continuamente informazioni provenienti dai muscoli e dal cuore, e relative alla respirazione, alla temperatura corporea e alle riserve energetiche. Ma a queste informazioni si aggiungono fattori emotivi ed emozionali, oltre alla motivazione e alle aspettative. Per questo motivo lo stesso sforzo fisico può essere percepito in modo completamente diverso in situazioni differenti. Un bambino può camminare per mezz’ora su una strada forestale chiedendo continuamente quanto manca e, pochi minuti dopo, correre senza apparente fatica per un tempo altrettanto lungo inseguendo un amico o cercando tracce di animali nel bosco. La monotonia tende ad aumentare la percezione dello sforzo, mentre curiosità, gioco, partecipazione e presenza di obiettivi comprensibili possono rendere la stessa attività più tollerabile e gratificante. Questo non significa che sia necessario distrarre continuamente i bambini dalla fatica o trasformare ogni escursione in un parco giochi. Significa piuttosto riconoscere che la motivazione rappresenta una componente reale dell’esperienza vissuta.
Un obiettivo alla loro altezza
Gli adulti camminano spesso pensando alla meta finale: la vetta, il rifugio, il lago, il passo. Per un bambino, soprattutto se piccolo, un obiettivo distante diverse ore può essere troppo astratto. «Mancano ancora tre ore» non è necessariamente un’informazione utile per chi possiede una percezione del tempo diversa da quella dell’adulto. Molto più efficace può essere suddividere il percorso in piccoli obiettivi raggiungibili: arrivare al prossimo tornante, attraversare il torrente, raggiungere il grande albero, fermarsi per uno spuntino vicino a una baita. Il cammino diventa così una successione di piccole conquiste. Quando si cammina con i bambini, forse è proprio il concetto di successo che dovrebbe cambiare. L’obiettivo non dovrebbe essere completare l’itinerario programmato dall’adulto, ma costruire progressivamente un rapporto positivo con la montagna e con il movimento. Anche coinvolgerli nelle decisioni, rendendoli protagonisti, può modificare profondamente l’esperienza: quando ci si sente parte dell’avventura, la fatica assume un significato diverso.
Suddividere il percorso in piccoli obiettivi raggiungibili è molto importante quando si cammina con i bambini © Darya Tryfanava - UnsplashPrevenire la fatica è meglio che rincorrerla
Aspettare che il bambino sia completamente stanco, affamato o assetato prima di fermarsi significa spesso intervenire troppo tardi. Le pause dovrebbero essere brevi ma regolari e possibilmente programmate prima che la fatica diventi eccessiva. Anche alimentazione e idratazione svolgono un ruolo fondamentale: proporre regolarmente acqua e piccoli spuntini facilmente digeribili aiuta a mantenere disponibili energia e liquidi senza appesantire. Ma prevenire la fatica significa soprattutto scegliere un itinerario adeguato. Non esiste una formula universale capace di stabilire quanti chilometri o quanto dislivello possa affrontare un bambino in base alla sola età. Esperienza, allenamento, motivazione, condizioni climatiche, caratteristiche del terreno e stato di salute modificano profondamente la capacità individuale. Due bambini della stessa età possono avere capacità completamente diverse. L’itinerario corretto non è quindi quello che, sulla carta, un bambino dovrebbe essere in grado di completare, ma quello che quel bambino, in quel momento e in quelle condizioni, può affrontare vivendo un’esperienza positiva.
Quando incoraggiare e quando fermarsi?
Proteggere i bambini da qualsiasi sensazione di fatica non è né possibile né necessariamente utile. Una difficoltà proporzionata alle proprie capacità può rappresentare un’esperienza importante: insegna a conoscere il proprio corpo, dosare le energie, tollerare la frustrazione e scoprire di essere capaci di superare un momento difficile. A volte, quindi, un bambino stanco può essere incoraggiato a proseguire. Diversa è la situazione quando la fatica diventa progressiva e non migliora con il riposo. Inciampi ripetuti, perdita di coordinazione, sonnolenza insolita, pallore marcato, difficoltà respiratoria sproporzionata, vertigini, nausea, cefalea, crampi o un dolore che modifica il modo di camminare rappresentano segnali che non devono essere ignorati. Anche un cambiamento evidente del comportamento merita attenzione: un bambino insolitamente silenzioso, poco reattivo o improvvisamente disinteressato a ciò che lo circonda potrebbe non essere semplicemente «stanco». In questi casi l’obiettivo dell’escursione perde immediatamente importanza. Fermarsi, rivalutare la situazione e, quando necessario, tornare indietro non rappresenta un fallimento, ma rappresenta una corretta gestione della situazione.
Prevenire la fatica significa soprattutto scegliere un itinerario adeguato © Waldemar Brandt - UnsplashImparare la fatica
Viviamo in un’epoca in cui spesso cerchiamo di eliminare ogni difficoltà dalla vita dei bambini. Eppure, la fatica, quando è proporzionata, sicura e accompagnata dalla presenza di un adulto, può avere un importante valore educativo. Un sentiero insegna che non tutto è immediato e che per raggiungere un luogo occorre tempo. Insegna che esistono momenti in cui si vorrebbe smettere e altri in cui, dopo una pausa, ci si accorge di poter continuare. In montagna si impara anche che tornare indietro è possibile, che conoscere i propri limiti non significa essere deboli e che superarli gradualmente è molto diverso dall’essere costretti a ignorarli. Il compito dell’adulto non è evitare al bambino ogni fatica, né insegnargli a sopportarla ad ogni costo. È qualcosa di molto più difficile e prezioso: aiutarlo, passo dopo passo, a conoscerla, interpretarla e distinguere le difficoltà che possono essere affrontate dai segnali che chiedono invece di fermarsi. Perché forse una delle lezioni più importanti che un bambino può imparare camminando in montagna è proprio questa: ascoltare il proprio corpo, conoscere i propri limiti e scoprire, con il tempo, che alcuni di essi possono essere superati.