Pagine verticali: 'Il cuore e l'abisso', una fuga per la libertà

Il libro di Rory Steele racconta la vita avventurosa di Felice Benuzzi, che nel 1943 scappò da un campo di prigionia per scalare il Monte Kenya, insieme a due suoi compagni

 

Quante volte abbiamo sentito dire che l'alpinismo è libertà? Non che non sia vero, ma ci sono stati casi in cui questa affermazione ha abbandonato la dimensione più intima ed emozionale per abbracciare il senso compiuto della parola nell'accezione letterale del termine. È il caso de Il cuore e l'abisso – la vita di Felice Benuzzi, il libro di Rory Steele (Monte Rosa Edizioni) che racconta l'esistenza di un uomo che ha vissuto molte vite in una, passato alla storia soprattutto per una fuga fuori da ogni schema logico verso la cima di una montagna.

Non chiamatela follia

Catturato come prigioniero di guerra in Etiopia durante il secondo conflitto mondiale, Felice Benuzzi viene portato nel campo 354 a Nanyuki, in Kenya. È il 1943 e alle pendici dell'omonimo monte, il colono italiano progetta minuziosamente e realizza la sua fuga, insieme ad altri due prigionieri di guerra, Giovanni Balletto e Vincenzo Barsotti. La spedizione, nata in un contesto di privazioni e avvenuta con un equipaggiamento di fortuna, senza alcuna conoscenza del terreno su cui si sarebbero avventurati, li porta a conquistare, nel febbraio, la Punta Lenana (4.985 metri), prima di tornare e riconsegnarsi ai carcerieri.

 

L'impresa è narrata nel suo libro Fuga sul Kenya, 17 giorni di libertà, pubblicato per la prima volta in italiano nel 1947. L'edizione francese esce nel 1950 e nel 1952 appare la prima edizione in inglese col titolo No Picnic on Mount Kenya. Il libro ha avuto risonanza internazionale ed è stato pubblicato, tra le altre lingue, anche in tedesco, danese, svedese, finlandese e coreano.

 

Il cuore e l'abisso va oltre la singola vicenda e racconta la vite del diplomatico trentino, cresciuto in una famiglia particolare: le gioie dell'alpinismo, fin dalla giovane età intrise di romanticismo e avventura, si accompagnano a una educazione guadagnata con impegno e dedizione.

Una incredibile fuga

L'idea di scalare il Monte Kenya non è solo o non tanto un obiettivo alpinistico, ma un pensiero che permette a Benuzzi di affrontare la prigionia senza cadere nello sconforto. 

 

“Pensare a quella montagna ancora nascosta alla vista gli dava conforto e speranza. Ogni mattina, dalla soglia della baracca, guardava verso sud-est, oltre i reticolati, oltre l'abitato di Nanyuki, oltre le foreste (…). Per la realizzazione del progetto si presentarono però problemi di vario genere. Per l'aria fine dei 5000 metri sarebbe stato necessario un periodo di acclimatamento, ed era anche essenziale calcolare quanti giorni ci sarebbero voluti per raggiungere la vetta e tornare. Quanto all'equipaggiamento, bisognava fabbricare piccozze e ramponi, e farlo di nascosto, in una prigione dove le chiacchiere allignavano come forse in nessun altro posto al mondo. Un'ascensione solitaria era impossibile; gli alpinisti avrebbero dovuto essere almeno due o meglio tre: dove trovare questi compagni? Si sarebbe dovuto lasciare lassù una firma, un segno o, perché no, una bandiera!”.

 

“Pensare a quella montagna ancora nascosta alla vista gli dava conforto e speranza. Ogni mattina, dalla soglia della baracca, guardava verso sud-est, oltre i reticolati, oltre l'abitato di Nanyuki, oltre le foreste". Rory Steele 

La cima è coperta di neve, la giungla infestata da animali, la sorveglianza non semplice da eludere. Ma Benuzzi e i suoi compagni ce la faranno, prima di riconsegnarsi ai propri carcerieri, impossibilitati ad andare oltre.

 

Come scritto sopra, il bel libro di Rory Steele non si ferma al racconto dell'episodio, ma racconta tutta l'esistenza romantica di un uomo difficilmente inquadrabile in rigidi schemi: la sua attività diplomatica lo porta a vivere in Africa, in Pakistan, in Australia e in Sudamerica, occupandosi di situazioni spesso complesse e delicate. Ovunque può, Benuzzi però cerca, il conforto che, fin dalla giovane età, gli deriva dalle montagne: una gioia pura, che lo porta a salire per il gusto intimo di esplorare, privo di qualsiasi culto retorico dell’azione.