Gremes e Pallanch alla base della via © A. Gremes
Gremes in sosta sulla settima lunghezza © A. Gremes
Sesto tiro © A. Gremes
Gremes su L3 © A. Gremes
Settimo tiro, Gremes in apertura © A. Gremes
Pallanch su L4 © A. Gremes
Pallanch in apertura su L2 © A. Gremes
La est della Torrre Laura © A. Gremes
La placca strapiombante di L6 © A. Gremes
Il tracciato della via © A. Gremes
In due giornate (1 e 27 giugno), Andrea Gremes e Federico Pallanch hanno aperto una nuova via sulla Torre Laura, nelle Marmarole, sopra il rifugio Ciareido. Laura non c'è (300 metri, 8 tiri, V+, VI max, RS2) è una via moderna, ma dal carattere alpinistico. Richiede una buona capacità di orientamento e di valutazione del terreno: i tratti di roccia compatta sono belli da scalare e ben proteggibili e puliti dalla maggior parte dei massi instabili, mentre alcune rampe nei tiri più facili risultano di difficile protezione.
Chiodatura mista
Le soste sono attrezzate con due spit e maglia rapida; i tratti più impegnativi sono stati protetti con spit da M10 (il sesto tiro presenta 2 spit e 2 chiodi sulla placca strapiombante), mentre il resto dell’itinerario è stato salito a protezioni veloci. Superata la prima parte su placche discontinue con difficoltà contenute - raggiungono il VI grado solo in due passaggi su L2 e L5-, arrivati alla base della torre vera e propria la linea segue un primo salto verticale, che in pochi metri porta a un diedro appoggiato sulla destra. La via prosegue sulla parete est, caratterizzata da una grande placca strapiombante gialla; da lì, rientrando sullo spigolo, torna sulla parete est, con due tiri da proteggere interamente.
Laura non c'è
di Andrea Gremes
Come le belle storie di alpinismo che leggiamo, anche la nostra nasce da un elemento fondamentale che lega due scalatori nel momento in cui decidono di aprire una via: l’amicizia. Per me, alla base di tutto, prima del grado e dell’esperienza, deve esserci quella. Nel mondo caotico in cui viviamo, il bene più prezioso è potere condividere il tempo con le persone che ci vogliono bene; se a questo si aggiungono 300 metri di parete e una nuova linea, il risultato è quasi scontato.
Federico è un amico da sempre, un alpinista ritrovato da poco. Ha sempre scalato, anche se a periodi: tra il lavoro di maestro di sci e i mille impegni quotidiani, negli ultimi tempi aveva dovuto trascurare un po' la roccia. Ma quest’anno, a detta sua, è l’anno della roccia. Così, in un weekend di maggio, lo porto a scoprire le Marmarole: saliamo l’iconico itinerario sul Pupo di Lozzo e, scendendo lungo il sentiero di rientro, notiamo una parete vergine, bassa, con un ottimo potenziale per una linea da percorrere nelle giornate di meteo incerto.
Il 1 giugno è il giorno prestabilito per l'avventura. Federico parte alle 5 da Caldonazzo in direzione Lozzo di Cadore; io, mentre lo aspetto, controllo nuovamente il materiale. Per l’occasione ho portato degli spit prodotti da me di recente, freschi di zincatura, e una serie di chiodi universali di diverse lunghezze.
Partiamo con il nostro classico repertorio di canzoni pre-arrampicata e con le mentine che, nella macchina di Fede, sono decisamente più importanti dell’aria condizionata. Arrivati al Pian dei Buoi, lasciamo l’auto al solito parcheggio. Ci carichiamo come due muli e ci incamminiamo con l’obiettivo di tracciare la nostra via in quel mare di roccia. Nella nostra testa c'era già un nome, Rughetta, ma questa è un’altra storia che troverà lo spazio che merita. Durante l'avvicinamento, infatti, Federico intravede un’opportunità: un canale detritico che sale verso il
Monte Ciareido Sud. Smorzo subito l’entusiasmo, convinto che su una rampa così evidente ci sia sicuramente già passato qualcuno, ma non ci precludiamo la possibilità di metterci il naso.
Alla base ci prepariamo. Parto sulla rampa dove, proprio all'inizio, noto un vecchio chiodo con cordone. Abbandono quindi quella linea per infilarmi nel diedro, dove attrezziamo la prima sosta. Da qui ripartiamo e in 40 metri siamo alla fine della rampa, dove troviamo una vecchia sosta con cordoni marci. La sistemo e la rinforzo aggiungendo uno spit. Individuo il punto in cui sale la via originale, che segue il diedro di destra puntando al Ciareido, così con Fede decidiamo di deviare a sinistra, in direzione della grande e illuminata Torre Laura.
Subito sopra la sosta ci aspetta una sezione dura, con una sequenza di prese difficili, per poi rimontare alla base di un diedro che porta a una serie di placche discontinue. Faccio sosta, ma
prima di attrezzarla cammino a destra e a sinistra per una ventina di metri, accertandomi che non ci sia alcuna traccia di passaggi precedenti. Sopra di noi c’è da divertirsi: le sezioni di placca regalano passaggi fino al VI grado, comunque mai banali. In un paio di tiri lunghi siamo alla base della grande Torre Laura, che dal basso appare davvero imponente.
“Le sezioni di placca regalano passaggi fino al VI grado, comunque mai banali”. Andrea Gremes
Ci regaliamo una piccola pausa e poi ripartiamo, puntando alla parete est, dove nessuno era mai salito (sul lato opposto, a sud, sale una via a spit molto bella, di nome Tutta Vita). Parto per questa lunghezza, che si rivelerà la più impegnativa. Mi trovo subito ad affrontare un muro compatto, tagliato a metà da una spaccatura dove entra a malapena il Totem giallo. Rimonto e mi trovo su un diedro appoggiato che muore su una grande placca. Lungo il diedro decido di mettere un chiodo a lama, poi, appena prima di impostare le mani sulle piccole prese della placca, ne posiziono un secondo. Salgo due metri e pianto uno spit in un tratto dove non c’era alcuna possibilità di proteggersi; continuo a scalare per altri 5 metri e ne metto un secondo. Finalmente la parete si appoggia: tiro un sospiro di sollievo e approfitto dei buoni appoggi per i piedi per prendere fiato e capire dove andare.
Il meteo, intanto, è cambiato: continua a girare attorno a noi una serie di nuvole di Fantozzi che aspettano solo il momento giusto per scaricare. Decido quindi di obliquare a sinistra per tornare sullo spigolo della parete, sfruttando due buchi da utilizzare in alternato, prima come appiglio e poi per piazzare il friend. In 15 metri sono di nuovo sullo spigolo, dove lancio un urlo misto di adrenalina e sfogo. Faccio sosta e recupero Fede che, molto preciso, pulisce le prese incerte durante la salita.
Mentre filiamo le corde per ripartire, mi rendo conto che una scarica di sassi durante l’apertura ha tagliato la corda, ahimè fino all’anima. Decidiamo quindi di obliquare a sinistra per intercettare la via Tutta Vita. Arriviamo comunque in cima, consapevoli di aver scalato una linea nuova in un ambiente magico come le Marmarole.
Il 27 giugno torniamo motivati e pronti a portare a termine la nostra via. Questa volta sale Federico da primo per tutta la prima parte, fino al tiro chiave. Lì facciamo il cambio della guardia:
salgo scarico dai pesi e mi rendo conto che il tiro, senza il peso di trapano, martello, zaino e spit, è decisamente più godibile.
Riparto da quel punto come se non fossero passati neanche dieci minuti dal tentativo precedente. Fede, super motivato, mi incita dal basso. Salgo su una lama staccata molto scenografica e in 30 metri siamo al punto di sosta. Riparto superando un faticoso spigolo, complesso da proteggere, e arrivo infine sul terreno facile che ci conduce dritti in cima.
Fede sale veloce l’ultimo tiro e, con il suo solito fare scherzoso, afferma: “E Laura dov’è? Non la vedo!”. Io mi faccio una risata e gli dico: “Caro mio, Laura non c’è!”. Capiamo subito che quello è il nome della via. Ci diamo un grande abbraccio e si conclude questa splendida avventura in parete. Inizia quindi la discesa lungo la via per ripulirla al meglio per i futuri salitori, prima di goderci una meritatissima birra al rifugio Ciareido, dove ormai da anni mi sento a casa.