Valle della luce
Il tracciato della via Vertigine
La Valle della Sarca
Pagine verticali torna questa settimana con Valle della luce – alpinismo nelle valli della Sarca e dei Laghi e già dal titolo, che recita “della Sarca” e non “del Sarca” si intuisce un approccio legato alla tradizione locale, dove il fiume che alimenta da sempre campi e abitati del luogo viene chiamato affettuosamente dai trentini al femminile. Tra i campi coltivati a fatica nei secoli scorsi, gli oliveti sono le più evidenti manifestazioni di una cultura del lavoro guadagnato un metro alla volta. Piante magnifiche, regalano un olio dal sapore delicato come le scale di azzurri, verdi e grigi che sono il tema di colore principale nella valle. Nella Busa – la parte meridionale della conca, compresa tra Arco e Riva del Garda- il sole bacia le foglie argentee di olivo, l'acqua e le pareti e restituisce una luce diffusa che accompagna lo scalatore nel proprio mondo verticale.
Un libro di storia e alpinismo
Perché il libro scritto da Alessandro Gogna e Marco Furlani è scritto per chi vuole scalare o si accontenta di conoscere la storia alpinistica della valle. Anche se, una volta che si inizia a sfogliare il volume, l'ampio corredo fotografico e i racconti dei protagonisti degli ultimi 50 anni di arrampicata in valle rendono sostanzialmente impossibile al lettore resistere alla tentazione di andare a ripercorrere vie magnifiche su pareti uniche. D'altronde, per l'occhio dello scalatore c'è l'imbarazzo della scelta: la verticalità incombente, solcata dalle linee nette del Colodri, gli strapiombi rossi e rivoltanti del Brento, gli inviti a una scalata di sensazione di Cima alle Coste e delle Placche Zebrate, l'immenso Casale e il suo elegante vicino di casa, il Piccolo Dain.
La storia dell'alpinismo in valle parte dal principio, dalla vera avventura dell'apertura della Friederichsen-Miori sul Casale nel 1933 e riportata su La Rivista Mensile del CAI nel dicembre 1934. Da lì si snoda seguendo un flusso temporale che passa per l'apertura della prima via che possiamo definire in un certo senso “moderna” in valle: la Canna d'Organo di Bruno Detassis, che trascinò nel 1938 il povero Rizieri Costazza sull'evidente diedro del Piccolo Dain: un itinerario che era soprattutto il manifesto di una prestazione atletica impressionante (VI+/VII-, anche se al tempo non si poteva dire) su una parete che non portava a nessuna cima significativa di per sé.
La nascita dell'arrampicata moderna
Il libro, che entra davvero nelle pieghe di una storia vissuta e non solo riportata, nelle sue pagine più preziose racconta di striscio anche la nascita di un nuovo modo di arrampicare. 40 anni dopo la comparsata di Detassis in valle, il Colodri è sotto assedio da parte di una nuova generazione di scalatori. Non ci mettiamo a fare nomi perché sicuramente faremmo torto a qualcuno, non citandolo. Ma sappiamo tutti che nel 1982 il primo spit in valle è stato piazzato sulla variante Specchio delle mie brame alla Renata Rossi, da Manolo e Bassi e allora il nostro piccolo estratto torna a quel periodo. Con precisione al 1979, quando la via originale era stata aperta da Marco Furlani, Luigi Giacomelli, Elio Piffer e Roberto Bassi.
“Furlani si era comprato un paio di Tepa Sport e per scherzo una sera le aveva provate ai Bindesi, la palestra dei trentini: si era ritrovato a salire con disinvoltura passaggi che con gli scarponi erano estremi! Quindi, grande battesimo sulla via 'Teresa' e conseguente abbandono della pedula rigida. Ormai stiamo entrando in piena era free climbing e, anche se ancora Furlani e Bassi non erano stati in California, eccoli pronti per impegnarsi su un altro bellissimo progetto, la via 'Renata Rossi' al Colodri, una logica sequenza di diedri e fessure proprio al centro della gialla parete est, assieme a Luigi Giacomelli ed Elio Piffer, conclusa il 4 febbraio. Renata Rossi è stata la prima donna italiana a conseguire il brevetto di guida alpina, ed era alla base della parete. Usati 38 chiodi (21 lasciati) e qualche nut. Il 9 maggio dell'anno precedente (il girono in cui viene ritrovato il cadavere di Aldo Moro), in un tentativo con Massimo Marcheggiani, Alberto Campanile era volato per una sessantina di metri sulla lunghezza successiva al tetto, per fortuna senza gravi conseguenze (entrambi i talloni rotti)”.
Come sempre, buona lettura!