Paralizzato dopo la caduta, messa alla prova per il titolare della palestra

La decisione su Gian Battista Bissi presa in seguito all’incidente di quattro anni fa, quando un 26enne precipitò da una delle pareti attrezzate. Il legale della Big Walls : "Esclusa una responsabilità oggettiva del gestore e della palestra". Stilato un documento per ridurre i rischi

 

L'ipotesi di reato era lesioni colpose gravissime, ma non andrà a processo, per il momento, Gian Battista Bissi, il titolare della palestra Big Walls di Brugherio, punto di riferimento per l’arrampicata indoor nel monzese. Per lui scatterà nei prossimi giorni un anno di messa alla prova, in seguito ai fatti del luglio 2022, quando un ragazzo originario di Taiwan precipitò in palestra mentre arrampicava da primo di cordata, rimanendo paralizzato.

L’istituto della messa alla prova permette in alcuni casi all'imputato di sospendere il processo penale, al fine di estinguere il reato attraverso uno specifico percorso. “Per Bissi – spiega Paolo Galli, legale del titolare della palestra – non c’è stata alcuna condanna. È stato lui stesso a richiedere al tribunale di poter fare un’attività didattica a favore di ragazzi e bambini con disabilità coinvolgendo un’associazione benefica, questo perché riteniamo che non ci sia una responsabilità né sua né della palestra. Il procedimento penale si andrà a chiudere il 17 dicembre 2027, proprio per verificare che questo programma, ancora in via di definizione con l’associazione, venga realizzato”. 

La messa alla prova, che – spiega il legale– viene spesso confusa erroneamente con i servizi sociali, sarà “probabilmente un’attività didattica, di accompagnamento e illustrazione del tema della montagna”. Il provvedimento “è un'opzione che l'indagato può richiedere, salvo per determinati reati per i quali è escluso ovviamente. Se il tribunale ritiene sussistente meritevolezza ma, soprattutto, non vi è certezza di una responsabilità, ammette l'indagato a questo percorso” aggiunge.

La tesi della difesa: la mancanza di responsabilità oggettiva

“Questa ordinanza, forse tra le prime, esclude una responsabilità oggettiva del gestore e della palestra. Nel nostro sistema c’è una giurisprudenza che dice che il gestore di un'attività potenzialmente pericolosa deve porre in essere qualsivoglia dispositivo o strumento di controllo per evitare che si possano creare lesioni e danni agli utenti al di là di ogni dubbio, cioè prevedendo ogni manovra, anche improbabile”, aggiunge Galli. Una giurisprudenza abbastanza difficile da contrastare, “perché non essendoci nulla di certo, è difficile per chiunque prevedere che cosa farà una persona”, sostiene il legale. 

“Visto che il tribunale ha seguito la nostra impostazione, secondo la quale non può essere sancita una responsabilità oggettiva – prosegue Galli – si è voluto andare a realizzare, in collaborazione con la procura e con il tribunale, un’attività di segnalazione di quelli che potrebbero essere gli strumenti di sicurezza come presidi di istruttori, cartellonistica e altri strumenti che consentano, laddove c’è un errore, di far sì che ci sia un effetto che segnala questa criticità. Tutta questa attività di controllo e di monitoraggio dovrebbe impedire manovre assurde”. 

Dalla valutazione del rischio alla documentazione prodotta

All’attività di valutazione del rischio, durata sei mesi e durante la quale sono stati coinvolti periti ed esperti, ha fatto poi seguito una documentazione concreta: “Siamo arrivati a definire questa documentazione all’udienza scorsa, quella di venerdì – prosegue Galli –. Il tribunale, oltre a una piccola modifica su un documento, ha ritenuto sufficiente quello che è stato fatto. È un documento che approfondisce quali sono questi fattori di rischio, le attenzioni e le allerte che devono essere gestite, così come il gestire le persone in sala, gli avvertimenti che devono essere fatti e quali controlli da svolgere agli avventori così che chi viene abbia una conoscenza di base […] un lavoro che Bissi ha fatto e che può essere di utilità per tutti”, descrive. 

Questa documentazione, specifica Galli, “non è una legge e non è una norma. Quindi, non ha un valore cogente o vigente per tutti, però è un precedente. È molto importante e spero che venga utilizzata un po' da tutti. Poi, è migliorabile evidentemente con l'esperienza e quant'altro. C'è la possibilità di creare un sistema che possa ritenersi, all'interno di un certo perimetro, sicuro, perché questo è stato così ritenuto in questo specifico caso”, descrive. 

“C'è la possibilità di creare un sistema che possa ritenersi, all'interno di un certo perimetro, sicuro” . Paolo Galli

Il legale, ad ogni modo, specifica come non ci sia un legame diretto tra la documentazione prodotta e quanto dovranno fare le altre palestre di arrampicata: “Non possiamo far sì che un’attività si debba adeguare a ciò che è stato dibattuto in un procedimento penale. Però, c’è un punto interessante, poiché un tribunale ritiene che adottando queste misure, cioè facendo quello che è stato predisposto, la palestra sia sicura. È un'occasione per tutti i gestori, spero anche per la federazione, che mi auguro di poter coinvolgere in questa tematica, di prendere atto di una situazione in termini di verifica, controllo, presidio, istruzioni e quant’altro, che un tribunale ha ritenuto sufficiente per definire una palestra sicura”.

Proprio perché non è entrata in vigore una nuova norma, ad ogni modo, un altro tribunale potrebbe ipoteticamente ritenere insufficienti le misure adottate, “ritenendo ad esempio che ogni attività pericolosa genera una responsabilità oggettiva in capo al gestore”, spiega Galli. Il legale, ad ogni modo, spera che questo procedimento diventi un’occasione anche per la federazione d'arrampicata sportiva, la quale – afferma – potrebbe dare delle linee guida “che un tribunale ha ritenuto compatibili con una garanzia di sicurezza non sulla struttura in sé, mai oggetto di discussione, ma in merito alla gestione dell’arrampicata”, conclude. 

“Il preposto deve vigilare sulla lead. Dopodiché, su tutti gli autobelay, abbiamo messo teli da due metri per tre in modo che chi arrampica è costretto a staccare il telo prima di agganciarsi e salire. Stiamo facendo anche una prova sui sensori". Gian Battista Bissi

Le misure adottate dalla Big Walls di Brugherio

A Brugherio, spiega Bissi, le misure riguardano “tre persone addette al controllo di sala, due al piano zero e uno nel soppalco, che fanno turni di due o tre ore per rimanere attenti. In più, sono dotati di radio collegate alla reception, e le persone che noleggiano imbrago, corda o Grigri si devono fermare in un’area gialla dove l’istruttore fa un esamino, ma questo lo facevamo già prima. Dopodiché, le porta alla parete e osserva la partenza”, spiega. Nei punti di visibilità, prosegue il titolare, “il preposto deve vigilare sulla lead. Dopodiché, su tutti gli autobelay [arrampicata in autosicura, ndr], abbiamo messo teli da due metri per tre in modo che chi arrampica è costretto a staccare il telo prima di agganciarsi e salire. Stiamo facendo anche una prova sui sensori. Se andrà bene li metteremo su tutte le prime linee, che suoneranno quando chi sale non aggancia il primo rinvio”, descrive. 

Spezzone di uno dei video riprodotti alla Big Walls
 

Bissi, in ogni caso, ribadisce che queste sono solo alcune delle misure principali che, ad esempio, riguardano anche il Prograde, cioè l’autobelay da prima di cordata: “Il Prograde è bloccato e non può usarlo nessuno. Servono le tessere, di cui noi ne abbiamo due tipi, quella dello staff e quella del cliente. La seconda dà accesso a solo due schermate, e c’è bisogno dell’intervento di una persona dello staff per le persone che non sono registrate nell’elenco di chi ha le competenze per utilizzarlo”. In più, spiega Bissi, è stato predisposto un modulo che i clienti firmano in cui attestano di conoscere l’uso della strumentazione, e in vari punti della palestra sono presenti cartelli e tre televisori che ricordano come effettuare correttamente tutte le manovre: “In palestra abbiamo i materassi anche alla base delle pareti lead. Adesso, abbiamo una parete strapiombante che arriva a sei metri in fuori, stiamo studiando come fare anche in quel punto”, chiude Bissi sul tema. 

Le richieste della controparte 

“Nella fase iniziale del procedimento – approfondisce Galli –  la parte danneggiata si è costituita chiedendo il risarcimento del danno, e il tribunale al momento ha deciso di non pronunciarsi. Bissi, pur non riconoscendo alcuna responsabilità, ha ritenuto per un discorso umanitario, vista la gravità dell’evento, di fare un’offerta. La parte civile ha insistito affinché si procedesse con la celebrazione del processo, e richiedendo un risarcimento di dimensione più ampia. Adesso, potrà azionarsi in sede civile se lo ritiene, per richiedere eventualmente il risarcimento del danno, ma dovrà dimostrare la responsabilità di Bissi che al momento nessuno ha sancito”, sostiene.

“Siamo arrivati a questo sviluppo dopo anni – afferma Bissi  – e lo abbiamo fatto in modo ragionevole”. E, in merito alla messa alla prova, conclude: “Lavoro già con una serie di società che portano in palestra persona con disabilità. L’Uepe [l’Ufficio di esecuzione penale esterna, ndr.] Ha approvato il progetto, mi richiameranno per convalidarlo e durerà un anno. Una volta concluso, si estinguerà tutto”.