'Parole in quota': la traversata del Lyskamm diventa poesia

'Attraversata in quota' racconta un passo dopo l'altro, una parola alla volta, una salita in cui corpo e mente si modellano perfettamente sulla situazione vissuta, fino al raggiungimento di una vera fusione con la natura

 

La traversata dei Lyskamm fonda la mia memoria dell’intuizione dell’analogia tra l’ascesa in montagna e la scrittura poetica

Sto salendo dubbiosa verso il Lyskamm orientale e nel punto decisivo - quando la traccia si impenna- mi ripeto il mantra che ha scandito la mia notte alla Gnifetti: “Se non me la sento torno”. Pianto bene un piede ramponato, poi l’altro. L’attenzione va tutta al come, su quella neve, quella pendenza, quella (esigua) larghezza - con quella (poca) luce, quel (forte) vento, e quel(l’estremo) freddo. Che poi è un istinto. Mi accorgo che riesco. Anzi, che non è difficile se penso solo a quello ed escludo tutto il resto. Anche me stessa, ma non il mio corpo, che è una cosa sola con la mia mente. Sento che sono un corpo, finalmente. Entro in uno stato superiore di attenzione, che attiva facoltà che non sapevo di possedere. Allora c’è anche quest’altra “me”, che sa fare - può fare - questa cosa straordinaria, che mi fa sentire viva come mai. Quasi mai: anche quando scrivo la mia attenzione è altrettanto esclusiva e focalizzata su come scegliere e disporre le parole, invece dei passi. In entrambi i casi, è una questione vitale. E mi trovo a non desiderare altro: l’appagamento è totale. Il senso compiuto.

Salire in montagna è come scrivere poesia perché c’è solo un passo/una parola che va bene, e tutti gli altri mettono in pericolo la vita e la poesia. E il passo/la parola giusti vengono da soli quando sono capace di guardare e vedere quello che c’è, e attagliare i miei sensi all’altro-da-me. Che poi è una forma di rispetto. La prima, radicale, quella per la materia più refrattaria che c’è: la roccia, la montagna.
Capisci la neve se diventi neve. E capisci il vento se diventi vento. Prova a sentire come la roccia. (Aldo Leopold invitò a pensare come una montagna.) Ho provato a farlo sentire in poesia attraverso la prosodia: i suoi suoni, il suo ritmo. In modo che il cammino potesse essere anche un canto. E la parola, la voce dei Lyskamm.

Attraversata in quota

La lirica è natura.
La stessa che mi abita
se metto con cura
un passo dietro l’altro
sull’aerea e affilata
cresta est del Lyskamm
orientale sul Rosa
che è rosso all’alba
sugli assi e le panche
del ponte, capanna
Gnifetti, tremila
seicento undici
metri di altitudine.
Lo spazio è esiguo tra
due abissi di errore e

non puoi sbagliare: è
la fine del respiro
ispirato di luce
in perfetto equilibrio
tra il bianco e il blu.
C’è solo un istante,
una posa, una dose
di forza e coraggio,
una presa alla picca
e una lucida mente
(chiara di spazio, silente)
per cogliere il moto
che compie la stasi
e la stasi che muove
avanti, in alto.
È un io che risponde
al suono del vento
chi sa come farsi
di pietra sulla pietra
di neve nella neve
d’aria nell’aria
e nota di canto
elevata all’evento,
distinta, adeguata.

Attraversata in quota è la poesia centrale di In quota (Interlinea 2012, ora In quota e altre ascese, Interlinea 2024), un libro dedicato alla montagna come esperienza fisica e spirituale e come metafora della vita. Salire in montagna è una piccola palestra di addestramento alla paura e alla fatica, specialmente per chi è nato per inseguirle (e magari non sa il perché). Che poi ci aiuta a capire che amiamo la fatica e siamo capaci di coraggio.