Pizzo Coca, la montagna di Emilio Torri

Il 4 settembre 1877 la prima salita dell'alpinista bergamasco insieme ad Antonio Baroni. 12 anni più tardi l'ascesa dall'impegnativo versante nord-ovest, insieme ad Andrea Valesini e Antonio Cederna

 

I primi a salire ufficialmente il Pizzo Coca, la bella cima delle Alpi Orobie che supera i 3000 metri, sono l’alpinista bergamasco Emilio Torri e la celebre guida Antonio Baroni, il 4 settembre 1877. La salita sfrutta lo stretto pendio del versante meridionale, su rocce facili ma sfasciate. Si racconta che in vetta gli esploratori abbiano costruito un ometto di pietra e Torri vi abbia nascosto il biglietto da visita a testimonianza dell’impresa. Ma i due non sono certi che il Coca sia davvero il punto culminante delle Orobie, e così tre settimane dopo il presidente del CAI di Bergamo, Antonio Curò, raggiunge il Pizzo Redorta per verificare. Il Coca (3.052 metri) risulta una ventina di metri superiore al Redorta e si aggiudica il primato.

Una nuova salita

Il versante valtellinese di Arigna è ben più severo, ghiacciato e repulsivo di quello bergamasco. Ci sarebbe una logica via di salita, il canalone nord ovest, ma per scalarla servono notevole confidenza con il ghiaccio e nervi molto saldi. L’11 settembre 1889, Antonio Baroni apre anche la via valtellinese, risalendo il canalone che sfiora i cinquanta gradi di pendenza.

Con lui ci sono una guida digiuna di ghiaccio, Andrea Valesini, e il cliente Antonio Cederna, pioniere dell’alpinismo sulle Alpi Centrali. La cordata entra nel canalone circa ottanta metri sopra il punto inferiore, approfittando del gelo che blocca i sassi. S’inoltrano in un imbuto dantesco, di cui non si vede l’uscita. Cederna scrive ammirato: “Qui il Baroni ha un aspro lavoro dovendo tagliare gradini profondi sulla levigata parete. Egli si volge di quando in quando e pare che dica: Ogni viltà convien che qui sia morta. Infatti, se uno solo avesse vacillato, tutti saremmo stati perduti…”.

 

“Ogni viltà convien che qui sia morta”.  Antonio Cederna

“Dopo 4 ore di faticoso lavoro arriviamo ad un punto in cui l’inclinazione e lo spessore del ghiaccio vivo ci impediscono di proseguire. Una crestina emerge sulla nostra destra… Sono le 12 e mezza. Attacchiamo la roccia, meno facile e meno sicura di quella del sottostante sperone, e in mezz’ora vi siamo in cima. Temperatura +5 gradi centigradi, pressione 536 mm. Stanchi e trafelati facciamo una lunga sosta di tre quarti d’ora per riparare le forze e per scaldarci ai raggi del sole. Seduti verso la Valtellina, godiamo di una veduta completa dal Monte Rosa sino ai più orientali contrafforti del Bernina. Intorno a noi tutto un bagliore di riflessi iridescenti. Nereggia soltanto la linea suprema che separa i due pioventi. Ancora 150 metri e avremo raggiunto l’estrema punta”.

 

"Godiamo di una veduta completa dal Monte Rosa sino ai più orientali contrafforti del Bernina. Intorno a noi tutto un bagliore di riflessi iridescenti (…). Ancora 150 metri e avremo raggiunto l’estrema punta”.

Alle due del pomeriggio i tre sono in cima (o meglio sull’anticima) a sigillare la grande impresa.