Il trave, un'ossessione? © Anonymous
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Arrampicare, desiderio o bisogno?
Un progetto non viene compromesso da un giorno di riposo. Ma cosa succede alla nostra testa? © Guillaume BroustÈ il giorno di riposo, le dita fanno ancora un po’ male dall’ultima sessione, gli avambracci non sono proprio freschi e, a pensarci razionalmente, sarebbe meglio non arrampicare; poi però iniziano i pensieri, magari si potrebbe fare solo un po’ di trave, oppure una sessione leggera, in fondo questa settimana si è fatto meno del previsto e quindi, quasi senza accorgersene, qualche ora dopo ci si può ritrovare nuovamente in palestra.
Cosa succede quando mi fermo
Tra gli scalatori questa dinamica è piuttosto comune: allenarsi, scalare, pensare al prossimo progetto, cercare di migliorare un movimento o rinforzare le dita finiscono facilmente per diventare una presenza costante nelle giornate, qualcosa che entra nella routine e che, proprio per questo, a un certo punto si smette quasi di mettere in discussione.
Il tema però non è tanto quanto ci si allena, quanto quello che succede quando fermarsi, per un motivo o per un altro, comincia a diventare difficile.
In medicina dello sport l’overtraining è una condizione precisa, legata a un carico eccessivo rispetto alla capacità di recupero e accompagnata da un peggioramento persistente della performance; qui però il focus è diverso e riguarda piuttosto quella sensazione, più sfumata, per cui uno stop, viene vissuto come una perdita di terreno, quasi come se ciò che non viene fatto oggi dovesse poi essere necessariamente recuperato.
L’arrampicata, da questo punto di vista, ha alcune caratteristiche che probabilmente facilitano questo tipo di meccanismo: il miglioramento è molto visibile e soprattutto è misurabile. C’è il grado, ci sono i tentativi, i progetti, il trave, le sospensioni, le trazioni, la zavorra e, inevitabilmente, anche il confronto con quello che fino a qualche mese prima non si riusciva a fare.
L'elevata motivazione intrinseca
La ricerca sulla psicologia dell’arrampicata descrive infatti una disciplina caratterizzata da elevata motivazione intrinseca, ricerca della competenza e frequenti esperienze di flow, quello stato in cui si è completamente assorbiti da ciò che si sta facendo e nel quale il resto, almeno per un po’, tende a passare in secondo piano.
Il problema è che nell’arrampicata il traguardo dura poco, perché quando si raggiunge qualcosa che fino a poco prima sembrava molto lontano si comincia quasi inevitabilmente a guardare allo step successivo.
Non c’è nulla di patologico in questo e il desiderio di migliorare è parte dello sport, spesso è anche una delle cose che lo rendono così coinvolgente; la situazione si complica quando alla ricerca della performance si aggiungono vissuti e stati mentali caratterizzati da forte autocritica, ansia da prestazione, o la sensazione che, qualunque cosa si faccia, non sia
mai davvero abbastanza.
Un significato che va oltre lo sport
La letteratura sul perfezionismo nello sport mostra abbastanza bene questa differenza, perché avere standard elevati non è di per sé un problema, tuttavia quando il risultato comincia ad assumere un significato più articolato, sganciandosi dalla mera prestazione atletica e finendo per dare informazioni sul proprio valore personale si rischia di vivere il
fallimento in maniera intensa e totalizzante. Può comparire quella sensazione di non essere mai davvero “in pari” e il riposo invece di essere considerato una parte normale dell’allenamento, può assumere quasi un vissuto di colpa.
Il mondo dell’arrampicata può offrire appartenenza, amicizie, valori condivisi, luoghi nei quali riconoscersi, obiettivi e anche un forte senso di competenza personale, la psicologia dello sport parla, in questo senso, di athletic identity, cioè di quella parte della propria identità che viene costruita anche attraverso il ruolo sportivo.
Tale identità può essere una risorsa, perché sostiene la motivazione, la perseveranza e il senso di appartenenza, ma può diventare problematica se finisce per occupare uno spazio troppo grande rispetto al resto diventando l’unica colonna portante del nostro sistema identitario, a quel punto uno stop forzato significa molto di più che perdere qualche allenamento, vuol dire perdere una parte della propria routine, del proprio gruppo sociale, degli obiettivi che erano stati costruiti e anche di quella sensazione di competenza che l’arrampicata restituisce; proprio nei periodi in cui non si riesce a praticare il proprio sport può diventare più evidente quanto spazio questo occupi nella rappresentazione di sé e
quanto contribuisca, insieme ad altro, al modo in cui ci si percepisce.
La risposta? non è allenarsi meno
Può quindi accadere che quella che inizialmente era una passione capace di farci stare meglio diventi progressivamente qualcosa di cui si sente il bisogno anche per non stare male: la risposta non è allenarsi meno, ma riuscire a mantenere una certa libertà rispetto all’allenamento e, in qualche modo, “allenare” anche la capacità di fermarsi.
Questo può significare accettare una sessione saltata senza sentire subito il bisogno di recuperarla, tollerare il fastidio o il senso di colpa che può comparire durante una giornata di riposo senza trasformarlo automaticamente in qualcosa da fare, oppure mantenere vivi altri luoghi nei quali riconoscersi, che siano le relazioni, il lavoro, la famiglia, altri interessi
o altre passioni.
Non si tratta di dare meno importanza all’arrampicata, quanto di evitare che proprio quell’attività finisca per sostenere una quota troppo importante del modo in cui ci si percepisce e del valore che ci si attribuisce. La distinzione più utile, alla fine, non è probabilmente tra chi si allena molto e chi si allena poco, perché si può desiderare intensamente un progetto, allenarsi quattro volte alla settimana, programmare le vacanze intorno alle falesie e avere comunque un rapporto perfettamente sano con l’arrampicata; il punto diventa piuttosto capire quanto quel rapporto sia ancora flessibile e quanto resti davvero possibile scegliere.
Una giornata di riposo può allora diventare, anche senza volerle attribuire troppa importanza, una piccola occasione per osservare cosa succede quando per un giorno non si fa nulla, se compare soltanto il desiderio di tornare a scalare oppure qualcosa di diverso, più vicino al bisogno di recuperare, di non perdere terreno, di non sentirsi fermi.