Ssshh! Senza fare rumore, immersi nel Cammino dei borghi silenti

I Monti Amerini offrono un paesaggio culturale in cui immergersi a passo lento, tra i boschi di leccio più estesi dell'Umbria. Cinque tappe che sono un invito a godere della pace delle foreste e di apprezzare una pianta diffusa in tutta la penisola, ma che conosciamo poco

Se dicessimo “Monti Amerini” probabilmente in pochi si scomporrebbero dal torpore autunnale sempre più consolidato, ma se pronunciassimo “Cammino dei borghi silenti” in tanti raddrizzerebbero le antenne all’istante. Perché di questo tipo di lenti itinerari a lunga percorrenza si sente sempre più il bisogno per sfuggire alla velocità performante dei tempi moderni e perché tale recente anello escursionistico transita proprio in questo ondulato territorio dell’Umbria sud-occidentale. Il cammino, pensato, realizzato e continuamente monitorato e migliorato da Marco Fioroni, porta le sue inconfondibili seppur discrete frecce gialle di borgo in borgo, dove il silenzio si coglie per davvero e dove non si può non rimanere estasiati da quella fetta di passato che ci ha lasciato mura, abitazioni, fortificazioni, stradine, gradini e quant’altro che un tempo parlavano di vita umana che si appoggiava in toto a quello che la natura sapeva offrire. Ecco dunque che non mancano le terre coltivate a ulivi e vigneti, ma non difettano neppure i boschi, in parte naturali (o rinaturalizzati) e in parte gestiti in ottica economica, ad esempio per la produzione di gustose castagne.

Borghi da visitare in cammino

I borghi da visitare? Tenaglie, Castello al Poggio, Guardea, Cocciano, Santa Restituta, Toscolano, Melezzole, Morruzze, Morre, Collelungo, Acqualoreto, Scoppieto, Civitella al Lago, Cerreto, Baschi, Montecchio. L’anello di oltre 90 chilometri va percorso in senso antiorario e il cammino, attraverso cinque tappe classiche sorprendentemente molto differenti tra loro, può essere intrapreso praticamente in tutte le stagioni dell’anno.

Baschi, uno dei meravigliosi borghi silenti © Denis Perilli

 

I Monti Amerini e la lecceta più estesa dell’Umbria

La dorsale dei Monti Amerini, culminante ai 997 metri del Monte Croce di Serra, si estende grossomodo da Civitella del Lago (uno dei borghi silenti, alto sulla Valle del Tevere e il Lago di Corbara) a ovest, a Narni e Amelia, verso est, il tutto in provincia di Terni, nella verde Umbria. Morfologicamente parlando è delimitata a nord dalla Gola del Forello e a sud dalla Gola del Rio Grande.

Nella parte meridionale di queste morbide montagne e colline si adagia una delle aree a macchia mediterranea più estese dell’Italia centrale, accompagnata dalla foresta a leccio (lecceta) più ampia di tutta la regione Umbria, associazione arborea che ricopre, dove l’uomo non ci ha messo mano, anche la sommità più elevata degli Amerini. 

All'interno di un bosco di leccio dei Monti Amerini © Denis Perilli

Lo spettacolo è assicurato, con la verde foresta che assecondando la morfologia del terreno si va a innestare fra le pregiate vigne che producono l’ottimo grechetto bianco, gli altrettanto rinomati uliveti e appezzamenti che mostrano decennali, se non secolari, coltivazioni a bosco di castagno. Questo complesso puzzle vegetale si traduce in un elevato grado di biodiversità, osservabile sia a livello di sottobosco che di fioriture che accompagnano i coltivi. Il mondo animale non può che trarne benefici, con una catena trofica completa, culminante con la presenza del lupo, della volpe e della martora, i carnivori. Al di sotto innumerevoli specie, fra cui, giusto per citare quelle più grandi, l’istrice, il capriolo, il daino e l’onnipresente cinghiale.

Abbiamo parlato del leccio, in quanto albero spesso dominante, ma non marginale risulta essere la presenza di altre querce quali la roverella e il cerro, nonché di più specie di acero e il carpino bianco.

 

Il leccio: la quercia che ama il caldo

Il leccio (Quercus ilex), noto anche come elce, è una quercia (appartiene quindi alla famiglia delle Fagaceae) sempreverde diffusa nel bacino del Mediterraneo, presente in Italia nelle aree, anche collinari o montuose, a clima mite. Il punto più a nord in Italia in cui il leccio cresce in modo spontaneo si trova in Friuli-Venezia Giulia, su alcune pareti esposte a sud delle Prealpi Carniche. Si tratta di una popolazione relitta vecchia di millenni che qui ha trovato condizioni di riparo e che non riesce a espandersi nella vicina pianura, ben più fredda e umida.

Come riconoscerlo? L’elemento più caratteristico è la foglia, ben diversa da quella a lobi delle altre querce. La lamina è coriacea, con una forma variabile fra il lanceolato e l’ellittico e margini altrettanto difformi, interi oppure dentellati. La pagina superiore, lucida, è verde scuro, mentre quella inferiore è grigiastra con peletti appena percettibili. Lunghe dai 3 agli 8 cm, portano da 7 a 11 nervature laterali.

Foglie di leccio © Denis Perilli

Il fusto è decisamente molto meno robusto di quello delle altre querce, snello e spesso già diviso in più rami alla base, con portamento che diviene cespuglioso quando la pianta cresce fra le rupi (come sulla vetta del Monte Croce di Serra).

I frutti sono, come per le altre querce, delle ghiande, ma non è facile la distinzione fra i frutti delle singole specie. La ghianda del leccio è comunque ricoperta per un terzo o per metà dalla caratteristica cupola che si stacca dal picciolo.

È una specie che preferisce terreni non troppo umidi.

Ghiande di leccio e roverella a diverso grado di maturazione © Denis Perilli

 

L’utilità del leccio nei secoli

Ora come ora il leccio ha perso gran parte della sua importanza economica, ma in passato, sui Monti Amerini, rappresentava una risorsa fondamentale sotto forma di legname e carbone, tanto che i carbonai arrivavano anche dalla Toscana per approvvigionarsi il prezioso bottino. Il legno del leccio è particolare, duro, pesante e ricco di tannini, non agevole da lavorare e stagionare, ma quando brucia lo fa lentamente, sprigionando un alto potere calorico. Proprio la presenza dei tannini faceva sì che, nei secoli scorsi, la corteccia fosse uno degli ingredienti per la concia delle pelli.

Le ghiande, di cui vanno ghiotti molti animali selvatici, hanno da sempre rappresentato una fonte alimentare per i suini d’allevamento. Non va dimenticato che, nei periodi di carestia, se ne ricavava una farina che serviva per fare il pane e quindi anche per l’alimentazione umana.

Corteccia e ghiande sono sempre state inoltre considerate dalla fitoterapia popolare, con la preparazione di decotti che portavano effetto astringente in caso di problemi allo stomaco e all’intestino.