Rifugio Garibaldi, un'escursione nella storia del Gran Sasso

La prima struttura viene inaugurata nel 1886, nel 1975 il ricovero viene ricostruito. Oggi, secondo Vincenzo Brancadoro "è un presidio culturale". Innumerevoli le possibili escursioni, adatte a ogni gamba, per camminare all'interno di un paesaggio che unisce cultura a bellezza

 

L’assalto al Corno Grande è ripreso. Ogni giorno di bel tempo, dopo lo scioglimento della neve, centinaia di escursionisti lasciano Campo Imperatore, diretti ai 2912 metri del “tetto” dell’Abruzzo. Il tratto faticoso della salita inizia sulle rampe del Brecciaio, un ghiaione affacciato sulla conca di Campo Pericoli. E prosegue, con pendenze maggiori, tra la Conca degli Invalidi e la vetta.

Tra la Sella di Monte Aquila e il Brecciaio, gli escursionisti si godono il paesaggio, e lanciano sguardi preoccupati a ciò che li attende. Pochi fanno attenzione al sentierino, indicato da un cartello, che scende al rifugio Garibaldi. È un errore, perché quel vecchio edificio di pietra è un pezzo della storia del Gran Sasso.

un crocevia di cammini diversi

Campo Pericoli è un luogo di passaggio importante ben prima che sul massiccio si affaccino camminatori e alpinisti. In estate lo occupano pecore, cani e pastori. D’inverno, per secoli, lo traversano i venditori di carfagni, i panni di lana di Pietracamela e dintorni, molto richiesti nell’Abruzzo aquilano.

Dal Passo della Portella, sullo spartiacque, i mercanti “gettano i ruotoli del panno giù per un vallone ripidissimo”. Poi “gl’huomeni si pongano à sedere, e si mettano trà le gambe l’uno e l’altro ben stretti insieme”. Per mille metri di dislivello, “si lassano venir giù per quel vallone dove i panni vanno innanzzi loro”, scendendo “trè miglia e mezo in un’ottavo d’ora su per la nieve ghiacciata”.

A raccontare il loro exploit è Francesco De Marchi, che sale nel 1573 il Corno Grande con due amici e tre “chacciatori di camoccie” di Assergi. L’avventura inizia a cavallo, fino a una conca da cui si prosegue a piedi. Tre secoli più tardi, dopo l’Unità d’Italia e la nascita del CAI, si utilizza lo stesso sistema.

Il 9 gennaio del 1880, due alpinisti di Biella, Corradino e Gaudenzio Sella, partono a piedi, prima dell’alba, dagli 867 metri di Assergi. Sono nipoti di Quintino, politico illustre e fondatore del Club Alpino. Scavalcano la Portella, poi affrontano il Brecciaio innevato dove le loro guide, prive di piccozze e di “grappe” (i ramponi) non fanno una bella figura. Arrivano in vetta alle 11.30, da soli.

Al ritorno ad Assergi, Corradino regala i suoi attrezzi a Giovanni Acitelli, che diventerà una grande guida. Tornato nella Capitale, scrive a Edoardo Martinori, presidente della Sezione di Roma del CAI. Spiega che “la salita del Gran Sasso d’Italia nell’inverno dà soddisfazioni non minori che, in estate, una delle più belle cime delle Alpi”.

“La salita del Gran Sasso d’Italia nell’inverno dà soddisfazioni non minori che, in estate, una delle più belle cime delle Alpi”. Corradino Sella

C’è un problema, però. “Partire da Assergi, giungere alla vetta del Gran Sasso e tornare in una breve giornata d’inverno non è tanto facile. Si agevolerebbe assai l’impresa dando modo di pernottare a maggiore altezza”. L’idea è stata lanciata.

La nascita del Garibaldi

La Sezione si mette al lavoro nel 1884, un anno dopo iniziano i lavori a 2230 metri di quota, su progetto dell’ingegnere e alpinista Lorenzo Allievi. L’inaugurazione del Garibaldi, il 18 settembre del 1886, è un evento. Come riferiscono l’Illustrazione Italiana e La Tribuna, circa 70 alpinisti “dotati di buone gambe”, insieme a “trenta muli con altrettanti mulattieri” partono dalla stazione di Paganica per il Gran Sasso. Partecipano due onorevoli, i sindaci di Camarda e di Assergi, rappresentanti delle sezioni di Milano e Bologna del CAI, persino “alcune ardimentose signore”. La notte trascorre in baldoria, e la mattina si sale al Corno Grande.      

Negli anni successivi, intorno al rifugio, ruota la storia del Gran Sasso. Nel 1886 Enrico Abbate e Giovanni Acitelli salgono il Corno Piccolo, poi altre cordate completano l’esplorazione del Corno Grande. Nasce l’alpinismo invernale, e si scopre che la posizione in una conca fa sì che il rifugio possa essere completamente sepolto. Per questo motivo, nel 1908, il nuovo punto d’appoggio dedicato al Duca degli Abruzzi viene costruito su una cresta. Nel febbraio del 1929, inizia dal Garibaldi la tragedia di Mario Cambi e Paolo Emilio Cichetti, che tentano il Corno Piccolo e muoiono nella neve alta in Val Maone. In estate il rifugio è gestito, e accoglie centinaia di escursionisti e alpinisti.

Poi arrivano la funivia, l’Albergo e la strada di Campo Imperatore, nasce il rifugio Franchetti sul versante teramano, e il Garibaldi viene lentamente abbandonato. Nel 1975 il rifugio, passato dalla Sezione di Roma a quella dell’Aquila, viene smontato e rimontato una pietra dopo l’altra, e il camino viene trasformato in “periscopio” per entrare e uscire con neve alta.

Ma non basta. La mancanza d’acqua, insieme alla concorrenza del Duca, porta a un lento abbandono. Il tentativo di gestione “eroica” di Davide De Carolis e dei suoi amici fallisce. La rinascita, in una forma diversa, arriva dopo il terremoto che devasta L’Aquila nel 2009. “Oggi il rifugio, restaurato dall’ufficio speciale per la ricostruzione, è un presidio culturale” spiega Vincenzo Brancadoro, ex-presidente del CAI L’Aquila. “Però forniamo una ristorazione semplice, ci possono dormire (strette) nove persone, c’è un impianto fotovoltaico. Il nostro è un presidio vivo”. Non resta che andare a vedere. Ecco come.

“Oggi il rifugio, restaurato dall’ufficio speciale per la ricostruzione, è un presidio culturale” Vincenzo Brancadoro

Escursioni al rifugio

Il sentiero più breve verso i 2230 metri del Garibaldi parte dall’Albergo di Campo Imperatore, quota 2130, e scavalca i 2335 metri della Sella di Monte Aquila. Occorrono 1.15 ore, il ritorno è di qualche minuto più breve. Se si toccano anche il rifugio Duca degli Abruzzi, 2388 metri, il Passo della Portella 2260 metri e il panoramico Monte Aquila, quota 2494 metri, si ottiene un magnifico anello di circa 4 ore.

Dal versante teramano si può seguire lo storico sentiero che inizia dai 1030 metri di Pietracamela, e sale nel bosco toccando i memoriali di Cambi e Cichetti. Oltre le sorgenti di Rio Arno, devastate dalle valanghe  della scorsa primavera, si segue la spettacolare Val Maone, tra il Pizzo d’Intermèsoli e i due Corni, verso i 1957 metri delle Capanne e il rifugio. Il dislivello è di 1200 metri, tra andata e ritorno occorrono 7 ore.

Se si parte dai Prati di Tivo, 1452 metri, il dislivello scende a 900 metri e il tempo a 5.30 ore a/r. Tutti questi percorsi sono valutati E, e sono in condizioni (senza neve) da giugno a ottobre. Si può anche salire dal Garibaldi al Corno Grande per la via dei pionieri, che raggiunge la normale, tocca la Sella del Brecciaio e poi la Conca degli Invalidi, dove arriva un sentiero dal rifugio Franchetti.

Nell’ultimo tratto si risale una scarpata di roccette e sfasciumi, ci si affaccia sul poco che resta del Ghiacciaio del Calderone e si raggiungono i 2912 metri della vetta. Sono 580 metri di dislivello, che richiedono 4 ore a/r. La difficoltà è EE, gli ultimi, pericolosi nevai si sciolgono normalmente all’inizio di luglio.