Rinnovabili, logistica e data center: come cambia il consumo di suolo in Italia

Il rapporto annuale di Ispra evidenzia dati critici: un incremento doppio rispetto a 10 anni fa, collina e montagna non vengono risparmiate. L'installazione di pannelli fotovoltaici pesa un quarto del totale e il mondo digitale inizia a presentare il proprio conto

 

Il consumo di suolo è una piaga ambientale che l'Italia non riesce non solo a estirpare, ma nemmeno a contenere e si arricchisce ogni anno di nuove declinazioni. In questo senso, la perdita di verde nella nostra penisola risente e riflette anche le nuove abitudini, tendenze e modi di vivere che la "modernità" ha portato nelle nostre vite. L'energia green, lo spostamento delle merci e la digitalizzazione non sono un processo a costo zero, tanto più nelle modalità con cui vengono implementate nel nostro Paese. Prima di tutto però facciamo un passo indietro ai dati nazionali, diffusi da Ispra relativamente al 2025.

Il quadro nazionale

L’edizione 2026 del rapporto Consumo di suolo, ecosistemi urbani e stato del territorio fornisce il quadro aggiornato dei processi di trasformazione in atto in Italia, fotografando lo stato di una risorsa fondamentale non solo in quantità, ma per le sue funzioni e i relativi servizi ecosistemici legati al mantenimento della biodiversità. Per quanto riguarda la distribuzione altimetrica del consumo di suolo, non si pensi che sia un fenomeno limitato a pianure e coste: 1.316 ettari di suolo vengono consumati annualmente in montagna, 472 in collina, poco meno di un quinto del totale.


I dati dell’ultimo anno registrato (2025) mostrano una crescita significativa del consumo di suolo: 102,4 chilometri quadrati di territorio trasformato in aree artificiali, il 22,4% in più del 2024. Il ritmo raggiunge i 3,2 metri quadri al secondo, oltre 280.000 metri quadri al giorno. La crescita delle superfici artificiali è solo in piccola parte compensata dal ripristino di aree naturali, pari a quasi 7,5 chilometri quadrati, dovuti al passaggio da suolo consumato a suolo non consumato, un valore in aumento rispetto a quello del 2024 ma ancora del tutto insufficiente a compensare l’aumento delle nuove coperture artificiali. Il consumo netto arriva così a 95 km².


Al di là delle fredde cifre, si tratta del valore più alto mai registrato dal 2012. L’incremento netto percentuale annuo del suolo consumato nel 2025 ha raggiunto lo 0,44%, il doppio della crescita registrata solo dieci anni prima.


Il risultato di questo progressivo deterioramento è sconfortante, anche e soprattutto in relazione al resto del continente: le infrastrutture, gli edifici e le altre coperture artificiali occupano 21.644 chilometri quadrati, il 7,19% del territorio italiano, a fronte di un valore medio, in Europa, del 4,4%. Non siamo al doppio, ma non siamo nemmeno troppo distanti.

Dal rapporto annuale sul consumo di suolo © Ispra

Le nuove tendenze

La voracità di terreno con cui la nostra società organizza il proprio vivere si arricchisce poi di nuove tendenze: legate anche a propositi "nobili", ma che trovano un'applicazione che finisce per andare nella direzione opposta rispetto agli intenti.

I pannelli fotovoltaici

Il 52,6% del consumo annuale di suolo italiano è ancora imputabile ai cantieri, ma colpisce la quota di suolo consumata dall'installazione di impianti fotovoltaici. I pannelli fotovoltaici a terra (+2.798 ettari) rappresentano una porzione importante del nuovo suolo consumato reversibile, in forte aumento rispetto ai 1.700 ettari mappati nel 2024, ai 420 ettari mappati nel 2023, ai 263 ettari del 2022 e ai 75 del 2021, seppure con impatti diversi a seconda del tipo di impianto. Stiamo parlando di quasi un terzo del consumo annuale, stimato in 10.243 ettari lordi, 9.497 ettari al netto delle operazioni di ripristino.

L'eolico

Gli impianti eolici causano, nel 2025, un consumo di suolo pari a 118 ettari, suddivisi tra piazzali sterrati (58%), strade sterrate (41%) e superfici impermeabilizzate (riconducibili alle fondazioni degli aerogeneratori; poco più dell’1%).

I data center

Negli ultimi anni, al progressivo consumo di suolo dovuto a questo fenomeno si è affiancata una nuova dinamica territoriale causata dall’espansione dei data center, alimentata dalla crescente esigenza di infrastrutture digitali e servizi cloud. Pochi giorni fa abbiamo dato notizia dello stop alla realizzazione di un enorme data center in Finlandia da parte di Google, ma anche in Italia le iniziative non mancano da parte di diversi soggetti.

 

Vero è che la richiesta di terreno per la realizzazione di data center al momento è limitata: +13 ettari, considerando gli interventi più significativi già realizzati, prevalentemente in Lombardia. Ma la qualità del suolo consumato, l'incremento di domanda e le conseguenze legate al riscaldamento non sono trascurabili.


L’analisi condotta sul territorio milanese rivela per esempio che, nonostante la disponibilità e il parziale riutilizzo di aree industriali dismesse, il 39% dei nuovi progetti di data center si localizza su suolo vergine (greenfield), finendo per occupare il 54% della superficie totale dei nuovi complessi logistico-digitali. Questo squilibrio spaziale è acuito dalla diffusione di complessi ad alta potenza, i quali richiedono estensioni planimetriche notevoli e prossimità a stazioni elettriche ad altissima tensione, requisiti difficilmente compatibili con le aree urbane consolidate e che spingono quindi lo sviluppo verso le frange periurbane e agricole. Inoltre, l’impatto dei data center non si esaurisce nel perimetro del singolo lotto edificato, ma si estende linearmente sul territorio attraverso gli imponenti sistemi di elettrodotti di raccordo necessari per l’allacciamento alle sottostazioni, generando ulteriore consumo di suolo indiretto e alterazioni paesaggistiche. 

 

Questo quadro generale di pressione territoriale trova riscontro nelle proposte di realizzazione di data center che interessano il comparto della zona di Milano-Ovest, con particolare riferimento ai comuni di Pregnana Milanese, Arluno, Rho, Cornaredo e Sedriano.


Il consumo di suolo in questo senso è solo uno degli aspetti da considerare. Sul piano microclimatico, per esempio, la potenziale operatività di un comparto ad alta densità di impianti potrebbe comportare l’immissione in atmosfera del calore residuo generato dai sistemi di dissipazione termica a servizio dei server. Gli impatti generati ricadrebbero su un tessuto territoriale che presenta già un’elevata sensibilità al surriscaldamento estivo, caratterizzato da estese anomalie della temperatura superficiale. Come evidenziato dalle analisi sulla matrice vegetale, inoltre, la marcata frammentazione degli spazi verdi e la ridotta presenza di una copertura arborea strutturata limiterebbero inoltre la capacità di raffrescamento naturale per evapotraspirazione. 

In questa prospettiva, la potenziale sovrapposizione tra le emissioni termiche antropiche e un contesto a basso potenziale di mitigazione naturale costituisce un elemento da valutare con estrema cautela per prevenire il rischio di un aumento dell’effetto noto come data heat island, isole di calore generate dai data center.

Dal rapporto annuale sul consumo di suolo © Ispra

La logistica

Per quanto riguarda le destinazioni d’uso, le aree destinate alla logistica, nell’ultimo anno, sono aumentate di 390 ettari, soprattutto in Piemonte (+115 ettari) e nel Lazio (+59 ettari). I dati elaborati da Ispra confermano inoltre il ruolo centrale della logistica nei processi di consumo di suolo in Italia negli ultimi anni. Tra il 2006 e il 2023 il fenomeno ha interessato soprattutto il nord-est del Paese, con un incremento di 1.852 ettari di nuovo suolo destinato alla logistica (pari al 6% del consumo di suolo nazionale nel periodo). La Lombardia rappresenta il caso più rilevante, con 1.085 ettari consumati. E se è vero che, nel complesso, quasi due terzi dell’espansione sono attribuibili alla crescita di aree produttive e industriali, le trasformazioni direttamente legate alla globalizzazione digitale, come le superfici destinate alla Grande distribuzione organizzata e quelle a servizio dell’e-commerce, contribuiscono invece, ciascuna, per circa un quinto al consumo di suolo riconducibile alle attività logistiche.

Conclusioni

Il rapporto di Ispra offre moltissimi dati e spunti di riflessione e ognuno può trovarci quello che più è incline alla propria sensibilità. Insomma, il consumo di suolo purtroppo riguarda il nord come il sud del Paese, la pianura e la montagna, così come tutte le attività legate alla vita dell'uomo. La nostra scelta di focalizzarci sulle nuove tendenze non è però casuale, proprio perché si tratta di un futuro che stiamo già vivendo e spesso viene "venduto" come un progresso a costo zero.

 

Anche utilizzare fonti rinnovabili, acquistare su internet e fare ampio utilizzo dei servizi offerti dal mondo digitale ha però un costo decisamente elevato.


Non si tratta però e perciò di tornare ai costumi precedenti, quanto piuttosto di andare verso nuove forme di implementazione e utilizzo delle nuove tecnologie. Gli impianti fotovoltaici possono essere dislocati in aree diverse, l'e-commerce può tornare a lasciare spazio in parte agli acquisti a chilometri zero, l'utilizzo dell'intelligenza artificiale per lavoro e della connessione digitale per svago possono essere contenuti in favore di esperienze vissute in prima persona. Di tutto questo si può è si deve discutere.