Rock Master 40 anni dopo, il ricordo di un momento magico

1986, l'invasione della marea colorata di freeclimber segna un cambio di passo nel mondo di intendere l'arrampicata e l'approccio alla vita. Per chi era bambino all'epoca, una felice rivoluzione verticale

 

Oggi, che tra coppa del mondo, mondiali e Olimpiadi siamo abituati a vedere gli scalatori divorare metri di plastica verticali e volteggiare sulle prese più svasate dell'universo boulder, una competizione come il rock master rischia di perdersi un po' in mezzo al mare di post, foto e video che ci sommergono quotidianamente.


Se non che, Arco è Arco e ogni volta che i top climber del panorama mondiale tornano ad arrampicare all'ombra del Colodri, qualcosa di magico si accende. Tanto più per questa edizione, tanto più che i 40 anni dalla prima edizione - nel 1986 rigorosamente su roccia con denominazione Sport Roccia- riportano alla mente flash di un mondo che non c'è più.

 

Per chi come me è nato nel 1980, i ricordi si colorano delle tinte fluo del periodo, acconciature improbabili, la libertà sognata, sussurrata e infine urlata che il freeclimbing - altro che arrampicata sportiva- sembrava promettere.


Non sarò mai abbastanza grato nella vita a mio padre, classe 1950, che iniziò a portarmi in montagna fin da bambino. La sua quota era fatta però di boschi, crode, canaloni e selvaggina, sveglie notturne e giornate lunghissime. Sgrebeni e crozi, come diciamo qua, per identificare tutta quella montagna di roccia impervia, malsicura, ma tesoro di vita.

 

Mio padre, come molti della sua generazione, poteva comprendere l'alpinismo delle vette, ma rifiutava categoricamente l'arrampicata giocosa e ribelle dei slandron, i "fannulloni" che perdevano le giornate appesi a rocce e roccette di poche decine di metri. L'unica cosa seria che vedeva nei climber dell'epoca erano malcelati tentativi di mettere fine alle proprie perdute esistenze con improbabili azzardi verticali.


Il 1986 segna però l'emersione prepotente di quell'universo rimasto nascosto ai più. Sul Colodri, a due passi dal centro del paese, dove via Segantini non è ancora la "via Monte Napoleone" dei climber di oggi, una marea di scalatori prende d'assalto le linee tracciate sul calcare. 

 

Lì in mezzo ci sono Patrick Edlinger, Catherine Destivelle, Ben Moon, Lynn Hill, Didier Raboutou e mi fermo a cinque per restare sulle dita di una mano, ma potrei proseguire fino a stancarvi. Sono nomi stranieri, difficili da pronunciare, conosciuti quasi solamente da chi scala. Ma anche casalinghe, contadini e operai della sonnacchiosa Arco riconoscono invece, almeno per fama, Bruno Detassis, Riccardo Cassin o Reinhold Messner (iconica la foto scattata da Luciano Tonina con Stefan Glowacz nel 1987). 

 

Il paese cambierà per mille motivi e anche l'arrampicata darà il suo contributo: non più solo campi, fabbriche, lavoro, spesso troppa droga e alcol. Ma anche dignità al tempo libero come spazio di crescita ed emancipazione, il piacere di vivere oltre il dovere quotidiano. 


In quei giorni noi bambini stiamo letteralmente a bocca aperta e lo stupore ci accompagnerà per anni, quando dalle finestre della scuola media buttiamo un occhio all'allestimento delle strutture artificiali che nei decenni si avvicendano nel prato dell'istituto. Sempre più grandi, sempre più estreme. Dove noi correvamo a ricreazione, oggi c'è un climbing stadium: il nome è altisonante, ma restituisce la realtà di un impianto che rappresenta un'avanguardia per gli atleti e un'arena dove si può godere di uno spettacolo d'arrampicata senza pari. O, quando si è stanchi di vedere plastica, lo sguardo può volare un po' dietro, un po' più in su. Alle vie dei fratelli Ischia, Giordani, Stenghel, Furlani, Manolo e Bassi; avanti così, salendo fino alla croce del Colodri.


Perché il bello di Arco e del Rock Master è che, pure se oggi si gareggia su plastica, l'aria che si respira è la stessa brezza del Garda, la luce è quella che restituiscono le foglie d'argento degli ulivi. La Valle della Sarca, per chi è rimasto bambino, è ancora un grande parco giochi. Da trattare tuttavia con il rispetto di qualcosa di prezioso che abbiamo ereditato. 


40 anni sono passati veloci, altri ne arriveranno, sicuro, con altre rivoluzioni: oggi forse però è il momento di fermarsi un po' e guardare a tutto questo con un sorriso, senza la fretta di correre avanti.