Pulegge: l'incubo dei climber

Impariamo cosa sono, come riconoscere un infortunio e soprattutto come prevenirlo. Serve davvero nastrare le dita? E come? Lo sapevate che la presa arcuata è quella che più di tutte esercita uno stress sulle pulegge? Proviamo a fare chiarezza su alcuni dei temi più dibattuti

 

Se pratichi arrampicata, sicuramente ti sarà capitato di sentire parlare di pulegge. C'è chi ne è quasi terrorizzato ed evita ogni tipo di tacca per paura di eventuali lesioni, chi, magari in seguito ad un dolore improvviso durante la scalata ti avrà detto “sicuramente si tratta di una puleggia”, o chi, prima del prossimo tiro, è impegnato a nastrarsi le dita con attenzione maniacale. 

Sono tra le lesioni più frequenti tra i climbers che mi capita di vedere in studio, ma non sono la totalità delle problematiche legate all’arrampicata e spesso vengono menzionate anche quando sono coinvolte altre strutture come, ad esempio, la placca volare. Ma cosa sono le pulegge e cosa comporta una loro lesione? Perché chi arrampica ne è così spaventato? Serve veramente nastrare le dita per prevenirle? 

Cosa sono le pulegge

Le pulegge sono piccole strutture fibrose presenti all’interno del canale digitale e hanno come principale funzione quella di ancorare le guaine tendinee dei tendini flessori delle dita al tessuto osseo sottostante. In pratica, immaginiamo le pulegge come delle “guide” all’interno delle quali i tendini scorrono e trasmettono il movimento alle falangi senza staccarsi dall’osso quando le dita si piegano.

Nelle dita lunghe il sistema delle pulegge è composto da 5 pulegge anulari (A1-A5) e 4 pulegge cruciformi (C1-C4). In ambienti frequentati dai climbers, la puleggia A2 e la puleggia A4 sono le più spesso citate proprio per la loro posizione (rispettivamente sulla prima e sulla seconda falange) ed il loro sollecitamento durante alcuni tipi di presa.

 

Jam Injuries of the Finger © Katherine H. Carruthers, M. Skie, Margaret Jain

 

Quando una o più pulegge si lesionano cambia la biomeccanica del dito e di conseguenza, il trasferimento delle forze. Il segno più comune è l’effetto “bowstringing”, o corda d’arco: flettendo il dito è possibile apprezzare un sollevamento del tendine, talvolta visibile anche a occhio nudo se associato a lesioni. 

Perché proprio nell’arrampicata?

La lesione della puleggia è conosciuta come patologia tipica del climber proprio per il suo meccanismo di lesione, anche se non è esclusiva della sola pratica sportiva. La lesione avviene quando la capacità di carico interna della puleggia è inferiore alla forza esercitata dai tendini flessori sul tessuto. In pratica, quando la forza richiesta è troppo grande o la sua richiesta è troppo veloce. 

Un piede che scivola con un rapido aumento di carico, una mano che lentamente si apre perché non si riesce più a mantenere il grip o una presa troppo impegnativa tentata dopo aver scalato tutto il giorno. La presa che più di tutte esercita uno stress sulle pulegge è la presa arcuata (crimp), con massima frizione del tendine sul tessuto fibroso. Meno stressanti sono invece le prese a mano aperta (open hand). 

 

The climber’s finger : imaging of finger flexor tendon pulley injuries © Hicham Bouredoucen , Cindy Bouvet, Lokmane Taihi, Jean-Denis Laredo, Volker Schöffl

 

Non sempre una lesione di puleggia è totale, possiamo infatti avere lesioni parziali, anche in assenza di traumi direttamente riconducibili. In generale, spesso le lesioni sono dovute ad un sovraccarico dei tessuti: lesioni totali erano prima lesioni parziali non riconosciute, magari asintomatiche o trascurate. In questi casi, il continuo stress sulla struttura ne causa un indebolimento e la rende più suscettibile a lesioni maggiori. 

Nastrare o non nastrare?

Ma quindi, nastrare le dita serve veramente a qualcosa? Dipende. In assenza di lesioni conclamate e non ci sono prove solide che la nastratura prevenga le rotture delle pulegge. Una recente revisione sistematica della letteratura del 2022 evidenzia come il taping può ridurre il bowstringing, ma le evidenze sugli effetti preventivi sulle rotture e sugli altri outcome clinici sono insufficienti. 

Per esperienza, spesso chi utilizza la nastratura come un rituale lo fa per abitudine o per imitazione “dei climber forti”. In assenza di necessità si rischia a maggior ragione di sottoporre le strutture a carichi eccessivi perché mentalmente giustificati dalla presenza del tape. 

L’utilizzo della nastratura è invece fondamentale in caso di lesione conclamata, specialmente nelle fasi riabilitative e nei successivi mesi, purché eseguita correttamente. Una nastratura corretta deve essere “ad H” e non stringere eccessivamente il dito per evitare eccessiva frizione tendinea o blocchi circolatori. È un tape, non un laccio emostatico. 

 

crimp © VDiff Climbing

La vera prevenzione

Come per ogni lesione da sovraccarico, la cosa più importante sarà preparare i tessuti a tollerare le richieste funzionali e permettere loro un recupero necessario. Non dobbiamo spaventarci e vivere ogni tacca come una roulette russa o al contrario, buttarci sul trave appena possibile provando ogni programma di allenamento volto al rinforzo delle dita. 

Quello che conta di più è una corretta gestione delle sessioni di allenamento che dovranno aumentare di volume ed intensità in modo graduale e progressivo, possibilmente variando il più possibile la tipologia di presa https://www.loscarpone.cai.it/dettaglio/arrampicata-rientro-in-palestra-gli-errori-da-evitare/. Non eviterei del tutto ogni presa arcuata perché prima o poi, una tacca che richiede di arcuare si presenterà e dobbiamo arrivarci preparati. Piuttosto, possiamo inserire lavori specifici nelle sessioni di allenamento delle dita per riuscire a controllare e gestire il carico. 

Quando fermarsi

Quando è opportuno fermarsi e preoccuparsi in seguito ad un “pop”? Generalmente, i campanelli d’allarme in seguito a lesioni acute sono un dito molto dolorante, gonfio, caldo al tatto, impossibilità di movimento o dolore intenso nell’esercitare forza, presenza di deformità a corda d’arco visibili e comparsa di ematomi. In questo caso un accertamento specialistico deve essere d’obbligo.

Quando invece sono presenti alcuni di questi segni ma non c’è stato un vero e proprio trauma, potremmo trovarci di fronte ad una lesione parziale, come mi è capitato proprio di recente. Anche in questo caso sarà opportuno fermarsi ed eseguire accertamenti, nonostante il percorso potrebbe essere differente.

Il ritorno in parete non dovrà essere il primo obiettivo, ma quello finale. Per recuperare in seguito ad una lesione di puleggia sarà fondamentale armarsi di pazienza e seguire un percorso con un professionista specializzato e che conosca le richieste specifiche dell’arrampicata. Un consiglio che mi sento di dare dal profondo del cuore è quello di non affrettare i tempi e di non posticipare accertamenti per paura di dovere stare fermi per un po’. Bisogna guardare il problema negli occhi per poterlo affrontare.