Cento donne sul Rosa, il ricordo di una salita che spezzò un tabù

Nel luglio del 1960 si tenne una spedizione al femminile che coinvolse alpiniste italiane e straniere. Irene Affentranger faceva parte di quel gruppo che riuscì ad aprire una crepa nello scetticismo dell'epoca. "Le cronache del tempo parlarono dell’impresa con toni compiaciuti, ma nel nostro avanzare non ci fu nulla di civettuoso"
La spedizione delle Cento donne sul Rosa

 

Le storie di alpinismo al femminile che ospitiamo su Lo Scarpone il giovedì, questa settimana fanno tappa sul Monte Rosa, dove nel 1960 si tenne la spedizione delle "cento donne". Tra l'altro, proprio pochi giorni fa ci ha purtroppo lasciato l'alpinista e scrittrice Irene Affentranger, che a quella salita partecipò con entusiasmo e che, 40 anni dopo, rilasciò a Laura Bellomi de La Rivista del CAI una intervista in cui rammentava l'importanza di quella spedizione. Ne pubblichiamo a seguire un breve stralcio, a corredo del pezzo di Valeria Stolfi.

Cento donne sul Rosa

di Valeria Stolfi


La spedizione alpina delle Cento donne sul Monte Rosa ebbe luogo nell’estate del 1960 e fece molto scalpore. Il direttore de Lo Scarpone Gaspare Pasini raccontò che l’impresa di queste alpiniste, oltre che attirare l’attenzione dei media, aveva suscitato alcune polemiche.

 

Lidia Petrossi prese l’iniziativa di stampare un resoconto della scalata organizzata dal CAI di Menaggio. Le scalatrici reclutate dovevano essere responsabili dell’ascensione, “guidare e dirigere l’ascensione”, anche se accompagnate dalle guide. Il Club Alpino Italiano della sezione di Gressoney aveva scelto un paio di cordate di montanare per iniziare la marcia e camminare fino alla Capanna Margherita. Il comitato del club alpino svizzero femminile non volle partecipare alla scalata, in quanto riteneva il massiccio poco accessibile e le 33 cordate femminili non potevano dimostrare di essere vere sportive e allenate in tali circostanze. Il cronista Fulvio Campiotti si offese per la disapprovazione e ribadì che l’impresa non era “una pagliacciata”, ma era un giro d’alta quota che avrebbe avuto molto successo e che sarebbe stato preparato con molta accortezza e prudenza.

 

Nonostante il diniego, tre giovani e simpatiche alpiniste svizzere italiane aderirono all’iniziativa. Marco Einaudi provò a diffondere la notizia dell’impresa oltre oceano “per permettere un effettivo coordinamento dell’impresa sul piano internazionale”, ma il progetto di espansione non si realizzò e non vennero coinvolte le alpiniste americane. Il presidente del club alpino francese, Lucien Devies, gli comunicò che le cordate femminili francesi potevano percorrere le vie nelle alpi francesi e pertanto “non inciteremo nessuna delle nostre cordate femminili a riunirsi a lei”. 

 

Il club alpino austriaco era scettico, lamentando “l’insicurezza delle condizioni metereologiche e la mancanza di uomini attrezzati per questa spedizione”, ma due alpiniste austriache, Lilly Urban e Carola Stoidl, vollero partecipare a titolo personale. Il club alpino di Monaco non ritenne opportuno accettare la proposta, poiché la scalata di massa “negli ambienti ufficiali non era una forma di alpinismo ortodossa”, e avrebbe potuto causare complicazioni.

Il ricordo di Affentranger

La spedizione si fece, a luglio e 118 alpiniste vi presero parte. Ricorda Affentranger: "Eravamo unite da un sentimento di solidarietà femminile, che ci fece raggiungere la vetta senza tensioni. Fu tutto davvero bello, il Rosa era carico di neve ma il percorso era ben tracciato da bandierine rosse a gialle che segnalavano i crepacci e indicavano anche le due diverse piste, una per la salita e una per la discesa. Fu un’impresa scandita solo dall’impegno e dalla passione. Le cronache del tempo parlarono dell’impresa con toni compiaciuti, ma a mio parere nel nostro avanzare non ci fu nulla di civettuoso: salivamo concentrate e una sola una cordata dovette desistere, a riprova che non si trattava di una scampagnata del gentil sesso".

 

“Siamo state la cassa armonica che amplifica il messaggio musicale delle vette. Silenzi, grandi spazi” Irene Affentranger

E ancora, sull'importanza di quella uscita nel diffondere un messaggio e cementare i rapporti: "Siamo state la cassa armonica che amplifica il messaggio musicale delle vette. Silenzi, grandi spazi. Le donne hanno una sensibilità maggiore, anche nell’andare in montagna: arrivare in cima, per noi Cento donne, ha significato ben più che il semplice portare a termine una prestazione (…) Oltre ai ricordi e alle emozioni, sono rimaste le amicizie, e lo dico senza avere dubbi. Oltretutto fu proprio in quella occasione che conobbi la mia compagna di alpinismo Carla Maverna: saliva in un gruppetto davanti al nostro, nella cordata numero 6. Mi piace ricordare che il legame con Carla, è nato sul Rosa. Fra tutte noi partecipanti sono certa sia poi rimasto un sentimento comune. Due anni fa ad esempio, ero a Macugnaga per la cerimonia di sepoltura delle spoglie di Zapparoli e lì ho incontrato un'alpinista di una cordata vicina, Enrica Walter: l’abbracciarsi è stato immediato e naturale".