Sara Segantin © Teatro Verdi Pordenone
Marco Paolini © Gianluca Moretto
Lido di Staranzano, Monfalcone, maggio 2025. © La fabbrica del mondo
Serata a Marsciano. © La fabbrica del mondo
A Montegrotto. © La fabbrica del mondoDa quando Sara Segantin ha iniziato la sua attività di divulgatrice e di attivista in tema di ambiente è passata parecchia acqua sotto ai ponti, come si dice. Un’espressione quanto mai impropria, tuttavia, in questa estate torrida: sono al momento quattro le ondate di calore che stiamo vivendo in Italia, e non è detto che siano finite. I grandi attenzionati sono, come sempre i fiumi: il Po è in allarme rosso, con una siccità considerata di media gravità, come divulgato dall’Osservatorio permanente sugli utilizzi idrici dell’Autorità di Bacino del Po. Non se la passano bene nemmeno l’Adige o il Brenta: l’Osservatorio delle Alpi Orientali ha lanciato nei giorni scorsi un’allerta di medio livello per una potenziale carenza idrica.
I numeri che non parlano
Anche quando ci raccontano di caldo estremo, tuttavia, i dati rimangono sempre un po’ freddi. Non ci arrivano al cuore, non ci chiamano all’azione. Per questo è importante il modo in cui si parla di ambiente: persone come Marco Paolini e Gabriele Vacis da anni perseguono proprio questo scopo, diffondere temi di impegno civico attraverso la narrazione teatrale. Lo hanno fatto con il Vajont, per esempio, che nel 1991, quando ha debuttato l’omonimo spettacolo, era una vicenda praticamente dimenticata, nonostante fossero passati solo 30 anni. Quell’esperienza ha acceso una consapevolezza sul tema dell’acqua in lui per primo e nel quadro della Fabbrica del mondo, un “laboratorio di idee”, sta lavorando, anche con il supporto del CAI, al progetto triennale Atlante delle rive, che nasce per raccontare i fiumi d’Italia (di cui – appunto – non esiste un atlante) con il linguaggio del teatro.
Da qualche anno anche Sara Segantin collabora con i loro progetti. Orgogliosamente originaria della Val di Fiemme e alpinista, a 20 anni è stata una delle fondatrici di Fridays for Future Italia. Nel ruolo di comunicatrice scientifica, si occupa di approfondimenti come inviata per Geo (Rai3) e Radio3Scienza, ed è anche una scrittrice di successo con due romanzi per ragazzi all’attivo (Il cane d’oro e Non siamo eroi, rispettivamente 2021 e 2023, sempre Rizzoli). Proprio con lei abbiamo cercato di fare il punto sull’evoluzione del linguaggio sui temi ambientali e sull’eredità nostrana del movimento Fridays for Future che, piaccia o meno, ha dato una spinta significativa al dibattito pubblico mondiale sui temi legati al cambiamento climatico oggi così in voga.
L'acqua segna i rapporti umani
Sara Segantin, cosa ti lega al progetto Atlante delle rive di Marco Paolini?
Con i progetti della Fabbrica del mondo collaboro da alcuni anni. Trovo questo approccio all’acqua attuale, pertinente, sfidante, perché l’acqua è ormai al centro della geopolitica come strumento di guerra, ma resta un elemento dal forte valore identitario, culturale e di radicamento dei territori. Mappare i fiumi aiuta a dare loro riconoscimento e dignità, e a costruire un’idea di futuro che passi anche dalla riscoperta del valore della comunità e della propria storia. Come ripetiamo sempre più spesso, finché c’è acqua siamo amici, quando finisce diventiamo rivali.
Da sodali a rivali, dice Paolini.
Esatto. L’acqua non diminuisce, ma è sempre peggio distribuita, a causa del cambiamento climatico, ma anche dei conflitti, che la usano sempre più come strumento di divisione.
Trovo questo approccio all’acqua attuale, pertinente, sfidante, perché l’acqua è ormai al centro della geopolitica come strumento di guerra, ma resta un elemento dal forte valore identitario, culturale e di radicamento dei territori.
Erto, dove siete stati qualche giorno fa, è un luogo particolarmente simbolico sul tema dell’acqua, essendo “terra di Vajont”.
L’idea di un “Atlante delle Alte Rive” che si concentri sulle questioni legate all’acqua in montagna, ai ghiacciai, alle alluvioni, ma anche alle siccità sempre più pervasive, con la conseguente difficoltà da parte delle comunità montane e dei rifugi di gestire precipitazioni sempre più imprevedibili, ha avuto davvero un bel riscontro, a mio avviso, perché abbiamo messo a confronto diverse figure e prospettive. Da Daniele Zovi, forestale, a Frigo, del Club Alpino Italiano, a Roberta Bosu, per l’Alleanza Globale dei Diritti della Natura, che si sta occupando tra l’altro della campagna per il riconoscimento dei diritti dell’Antartide, a Riccardo Cicconetti, della RAI Friuli Venezia Giulia. Vedere poi così tante persone salire all’alba con il CAI Pordenone al Rifugio Buscada mi ha fatto capire che si accetta ancora il privilegio di fare fatica per raggiungere un posto non solo per la sua bellezza, ma anche per il valore che ha.
Tu giri tutto il mondo, come cambia la sensibilità delle popolazioni rispetto a questo tema?
Ho raccontato storie di fiume in tutto il mondo: lo Whanganui in Nuova Zelanda è stato il primo a essere riconosciuto come soggetto giuridico di per sé nel 2017, grazie alla lotta delle comunità maori, che dicono “Ko au te awa, ko te awa ko au”, “Io sono il fiume, il fiume è me”, a sancire un rapporto viscerale. È una visione che portano avanti molte comunità indigene in Centro e Sud America, dal Brasile, a Panama, Costa Rica, Messico, ma che credo appartenga anche alle nostre comunità che con l’acqua hanno certamente un rapporto meno spirituale, ma sempre più si rendono conto di quanto la presenza di un fiume dia sicurezza, spazio, tranquillità: il gorgogliare dell’acqua è uno dei rumori più rilassanti che esistano. La terra e ancor prima l’acqua sono beni identitari, attaccarli significa violare i diritti umani fondamentali. Questo deve farci riflettere su come questa nostra cultura di montagna ci possa dare un approccio diverso, che passi dalle emozioni oltre che dalla conoscenza e dalla cultura. Estati secche come quella che stiamo vivendo ci permettono di capire che l’acqua non è una questione di montagna o di pianura o di chi se la tiene di più, perché è più a monte, ma di come tutto sia legato, dal Trentino alla Sicilia.
La terra e ancor prima l’acqua sono beni identitari, attaccarli significa violare i diritti umani fondamentali. Questo deve farci riflettere su come questa nostra cultura di montagna ci possa dare un approccio diverso, che passi dalle emozioni oltre che dalla conoscenza e dalla cultura.
Paolini usa questa immagine: “viviamo tutti in riva al mare”. Ciò che succede in alto viene per forza in basso. Nel 2018 nasceva il movimento Fridays for Future, di cui poi nello stesso anno tu hai contribuito a fondare la rete italiana. Come si è evoluto in quasi dieci anni l’attivismo ambientale e il modo di parlare di questi argomenti?
Si è evoluto per forza di cose: con le grandi crisi, dalla pandemia alla guerra in Ucraina, da quello che è successo e sta succedendo a Gaza, all’avvento dell’intelligenza artificiale, viviamo una complessità che forse non ha precedenti nella storia per l’interconnessione dei fattori. Tutto è cambiato. Tante promesse mancate hanno portato un movimento di piazza e di presenza ha rideclinarsi, radicandosi più sul locale, ma generando nuove connessioni. I ragazzini di Fridays sono ormai entrati nel mondo del lavoro e in varie misure tutti operano in quel settore, dove oggi si è sempre più consapevoli che le questioni umane e ambientali sono la stessa cosa, per quello si parla sempre di più di giustizia climatica.
Perché si è passati al concetto di giustizia climatica?
Perché è il concetto di relazione, di stare al mondo che va ripensato e ridefinito, avendo a che fare con il nostro rapporto con il pianeta e con gli altri popoli. E quindi guerra e clima, acqua e conflitti, costituzioni, libertà di stampa, di espressione e di accesso alle risorse fondamentali come l’acqua e la terra. Per questo serve una ridefinizione anche legale del concetto di territorio, di fiumi, di ecosistemi, che vada di pari passo con un cambio profondo della cultura e poi del modello economico. Non dovrebbero esserci gli amici degli alberi, gli amici dei diritti umani, gli amici dei fiumi o quelli della pace, perché se non riusciamo a cambiare radicalmente il nostro approccio rischiamo di fare della transizione ecologica una speculazione energetica, e di lasciare che le disuguaglianze diventino talmente forti da non avere più margine di adattamento. Credo che sia questo il grande cambiamento dei movimenti ambientalisti, di non essere più solo movimenti ambientalisti.
Credo che sia questo il grande cambiamento dei movimenti ambientalisti, di non essere più solo movimenti ambientalisti.
Qual è l’ostacolo principale?
La situazione geopolitica sempre più complessa genera paura e la paura indifferenza. Le persone si fingono indifferenti perché si sentono sempre più impotenti e minacciate. Dobbiamo puntare alla cittadinanza attiva, alla partecipazione e al valore della democrazia come fondante, nonostante i suoi limiti, e ridefinire il concetto di crescita e di benessere. Queste sono le grandi sfide che dobbiamo affrontare e che hanno una radice profondamente culturale.
I temi legati all’ambiente sono entrati potentemente nel dibattito pubblico. Cosa smuove le coscienze oggi, rispetto a dieci anni fa, quando si faceva molto leva sulla paura del cambiamento climatico?
Secondo me è l’opportunità di costruire un mondo più giusto, più equo, in cui stare fisicamente meglio tutti quanti, e vedere che già ci sono esempi concreti che funzionano, non solo fra le comunità indigene, ma anche in quelle montane: penso per esempio al lavoro che fanno Marica e Ivan al Rifugio Pordenone, a quello che fa la magnifica comunità di Fiemme in fatto di silvicultura, gestione dei boschi, compartecipazione, condivisione, proponendo un modello che si autorigenera, ma ce ne sono anche in Calabria, Sicilia, Sardegna. Del resto è la storia dell’alpinismo a insegnarcelo, con la metafora dei compagni di cordata: solo legati alla stessa corda, cioè alla stessa consapevolezza, possiamo raggiungere le vette più belle, insieme. Mostrare esempi concreti che funzionano e non soltanto i quadri apocalittici che ci minacciano e ci annichiliscono secondo me è una chiave.
Le persone si fingono indifferenti perché si sentono sempre più impotenti e minacciate. Dobbiamo puntare alla cittadinanza attiva, alla partecipazione e al valore della democrazia come fondante, nonostante i suoi limiti, e ridefinire il concetto di crescita e di benessere.
La bellezza salverà il mondo?
Se non vediamo il bello che ci circonda e non conosciamo il valore di ciò che abbiamo, non abbiamo neanche le lacrime per piangerlo, né la forza di difenderlo, per questo serve la cultura della montagna: l’alpinismo ci permette di conoscere, di amare e quindi di voler lottare per quello in cui crediamo e a cui teniamo. È vero che alla base della transizione ecologica ci sono anche ragioni egoistiche o di convenienza economica (la prospettiva che se non tuteliamo il clima perdiamo tutto, o che altrimenti restiamo senz’acqua), ma io non sottovaluto i valori fondamentali del rispetto, della dignità, dell’amore, dell’affetto, dello stare bene, perché sono quelli ad avere spinto i grandi cambiamenti, le più belle e grandi sorprese della storia. Li sottovalutiamo troppo, come se dovessimo essere macchine che ragionano solo in base agli interessi. Ma l’essere umano è soggettivo e al di là dei dati oggettivi agisce in base a quello che sente nel cuore. Dati e fatti alla mano, quindi, capiamo cosa ci fa emozionare, cosa ci fa amare, cosa ci fa stare bene davvero e giochiamo sulla possibilità di costruire qualcosa di più bello in cui tutti staremo meglio. Se a prevalere sarà la narrazione in cui ci vediamo capaci di unire e costruire un mondo migliore, forse veramente riusciremo a far sentire le persone “parte di” e non “colpevoli di”.
È la storia dell’alpinismo a insegnarcelo, con la metafora dei compagni di cordata: solo legati alla stessa corda, cioè alla stessa consapevolezza, possiamo raggiungere le vette più belle, insieme.
Fa differenza se a parlare di ambiente è una persona sopra o sotto i 40 anni?
È una mia sensazione che in Italia si sia tornati un po’ indietro su certi pregiudizi sia nei confronti dell’età, sia del genere, richiudendosi nuovamente su certi stereotipi che rendono difficile la mobilità sociale e anche il confronto. Il fatto stesso che i nostri media, la nostra politica abbiano un’età media molto alta, che non lascia spazio ai giovani di esprimersi, è come dire loro “parlate pure, ma a decidere sarà qualcun altro”. Questo disconoscimento provoca, soprattutto nella generazione dei giovanissimi, tra l’altro già chiusi negli algoritmi di TikTok e Instagram, un ulteriore scollamento dal mondo reale: se la partecipazione non è più possibile, allora tanto vale starsene nel mondo dei social, perché non ci si può fare niente. Questa sensazione di non essere considerati la avverto anche quando vado nelle scuole.
Se la partecipazione non è più possibile, allora tanto vale starsene nel mondo dei social.
I nostri ventenni di oggi lo fonderebbero ancora il Fridays for Future? O i temi ambientali non interessano più i giovani?
Tutto è possibile, ma è difficile, non soltanto per la volontà e l’attenzione, ma anche per il tempo e lo spazio. Siamo sempre più sballottati, oggi siamo qua, domani siamo là, e paradossalmente la facilità di spostamento rende più complicato costruire una comunità. A fare la differenza è la forza dei legami: abbiamo bisogno di sentirci parte, di fare gruppo, di fare squadra, di sentirci riconosciuti. La forza dei Fridays è stata proprio questa: farci sentire arcipelago e non più isola in mezzo alla tempesta. I gruppi locali che hanno resistito sono animati da legami profondi di stima, rispetto, amicizia e apprendimento reciproco. E qui torno a dire che non possiamo mai sottovalutare la dimensione umana: la responsabilità ci rende più umani, la consapevolezza che ha senso lottare per costruire modelli diversi di relazione. È difficile ma possibile, forse anche necessario. In ogni caso i modi di lottare cambiano, non per questo perdono di valore.
A fare la differenza è la forza dei legami: abbiamo bisogno di sentirci parte, di fare gruppo, di fare squadra, di sentirci riconosciuti.
Qualche consiglio di lettura? Una che ha cambiato il tuo sguardo?
Manca un po’ la narrativa su questi temi. Se consigliassi i miei libri sarei di parte, quindi suggerisco C’è qualcosa là fuori, di Bruno Arpaia, La collina delle farfalle, di Barbara Kingsolver, poi un pilastro come Solar, di Ian McEwan, e l’intramontabile Primavera silenziosa di Rachel Carson, che affronta il cambio di paradigma che ha a che fare con i diritti di genere, i diritti umani, le questioni ambientali.
E tu hai in cantiere un nuovo romanzo?
Ci sto lavorando. Dovrebbe uscire nel 2027.
In tutto questo trovi ancora il tempo di andare in montagna, di arrampicare?
Le prossime due settimane sarebbero dedicate proprio a quello.