Marco Paolini: il governo dell'acqua riguarda tutti noi

Il progetto 'Atlante delle rive' prosegue nel suo tour italiano, restituendo l'immagine di un Paese che poco sa di uno dei nostri patrimoni più preziosi. "Immaginare di governare l'acqua come una rete a livello mondiale è un concetto legato al passato. Parliamo di reti a livello locale”

 

La gestione delle acque in Italia è frammentata, legata alle singole realtà che amministrano il Paese. Atlante delle rive è un progetto di Marco Paolini che unisce teatro e territorio, raccontando la complessità del mondo dell’acqua in Italia con un linguaggio che unisce la dimensione dello spettacolo a quella dell'informazione. Obiettivo del progetto è creare connessioni e fare crescere nella popolazione la voglia di prendersi cura dei nostri corsi d'acqua, una vera e propria ricchezza di cui siamo chiamati a diventare custodi e amministratori. Ne abbiamo parlato con l'artista bellunese, dopo lo spettacolo Incontri sulle alte rive di Bardonecchia.

Emergenza ambientale, un tema inflazionato

Parlare di scarsità d'acqua oggi è complicato. Ne parlano tutti, come si fa a catturare l'attenzione?

Parlare di acqua in realtà è semplice: il teatro è lento, non ha un agenda setting dettata dalla cronaca e questo lascia libertà. Io devo creare un messaggio valido a luglio e agosto, quando il clima è bollente, ma anche in inverno, quando la gente ha freddo e pensa al prezzo del gasolio. Questo è il problema dell'acqua in generale: nella società moderna ci siamo emancipati dal pericolo dell'acqua, fino a quando esce dal rubinetto non è più un problema mio, lo diventa quando allaga la cantina. Come corpo sociale non abbiamo più bisogno di andare a prendere l'acqua fisicamente e questo crea una distanza. Le crisi idriche vanno a colpire interi settori come l'agricoltura, ma i contadini oggi sono 800mila, non 8 milioni come qualche decennio fa. La percentuale di persone direttamente coinvolte è molto più bassa e manca la capacità di mettere in relazione i problemi. La crescita dell'erba con la mancanza d'acqua: i prati sono gialli anche in Piemonte, tanto per dire qualcosa su cui ci sediamo quando ne parliamo. Il ciclo dell'acqua non è quello che si insegna a scuola, non siamo in possesso delle informazioni corrette. Questi sono i problemi: raccontare non è difficile, io non devo parlare da giornalista. Devo prendere le informazioni che servono per coniugare un linguaggio che arriva a cuore e testa.

 

“Nella nostra società ci siamo emancipati dal pericolo dell'acqua, fino a quando esce dal rubinetto non è più un problema mio” Marco Paolini

La parola rete oggi è sinonimo di web, ma l'acqua è forse la rete per eccellenza. I conflitti per aggiudicarsela vanno contro questa concezione, che l'acqua sia una per tutto il pianeta. È un concetto utopistico?

Sì. Immaginare di governare l'acqua come una rete a livello mondiale è un concetto legato al passato, anni fa sì è cercato di ragionare su una banca mondiale dell'acqua. Vari soggetti più o meno possibili se ne sono occupati, anche associazioni legate all'Unesco, senza raggiungere grossi risultati. Credo che ci sia una risposta più semplice: arrivare ad avere delle reti fisiche di persone che si prendono cura delle reti idriche. Le reti virtuali tendono all'autoconservazione, sono un amplificatore dell'io, mentre le reti fisiche mettono davvero in connessione le persone. Costringono a mediare: l'acqua risponde alla gravità e scende dall'alto verso il basso, il risultato è che siamo tutti uguali, ma chi è in montagna è un po' “più uguale” di chi sta a valle. Gestire davvero l'acqua assomiglia molto di più a quello che si faceva una volta con i patrimoni fondiari: parliamo di realtà locali, dove l'unione di una comunità diventa un elemento di forza. Perché le singole persone non possono fare nulla in questo caso, ma mettersi insieme permette di fare di più rispetto alla semplice somma. Siamo nella categoria dei beni comuni che riguardano tutti, si tratta di prendersi davvero cura ognuno, in qualche modo, di un pezzettino di questo bene.

 

“Immaginare di governare l'acqua come una rete a livello mondiale è un concetto legato al passato. Parliamo di reti a livello locale”

Una babele di conoscenze

Atlante delle Rive. Perché questa scelta per il nome del progetto?

Banalmente, non esiste un atlante dei fiumi, un elenco dei fiumi esaustivo. Non si trova a livello nazionale, europeo o mondiale, sappiamo più delle galassie che dei fiumi. Il criterio non è unico, i corsi d'acqua cambiano nome a seconda delle regioni che attraversano, delle etnie a cui si legano. Stilare un elenco, fare un atlante è un compito pari a quello degli esploratori di fine Ottocento, che andavano a scrivere su una carta bianca.


È la suggestione di Heart of darkness: risalire un fiume è un modo per conoscere, ma anche per scoprire cose spiacevoli sulla natura umana.

Prendiamo pure Cuore di tenebra e caliamolo nella realtà di oggi. Le storie legate ai fiumi, la loro narrazione vanno oltre il nostro tempo con un tratto comune: il fiume non lo puoi ingabbiare, non lo puoi controllare, questo falso mito della sicurezza continua a scontrarsi con una realtà del tutto diversa. Non viviamo nella valle dell'Eden e io non credo a chi contrappone l'ideale della natura pura all'opera dell'uomo. Riconosco il buono di quello che c'è nell'ingegno umano, ma proprio per questo motivo dico che la questione è nella gestione: ho raccontato il Vajont, che ci dice proprio questo. La nostra attenzione deve essere massima rispetto alle azioni che intraprendiamo per addomesticare la natura. Non credo alle fedi, ho bisogno di laicità: non ci sono dogmi, so già che il bisogno d'acqua di oggi sarà diverso da quello di domani, non ci può essere una ricetta che vale sempre. Pensiamo solo all'intelligenza artificiale, che consuma acqua quanto una città. Questo è un bisogno di oggi, ma chissà quanti altri ne inventeremo. Più acqua abbiamo avuto, più ne abbiamo usata.

 

“Il fiume non lo puoi ingabbiare, non lo puoi controllare, questo falso mito della sicurezza continua a scontrarsi con una realtà del tutto diversa”

Che tipo di esperienza è stata fino ad adesso Atlante delle rive?

Con lo spettacolo ho la percezione dello stupore che mi ritorna da quello che dico. Io non faccio informazione, ma fornisco elementi e la gente scopre che il governo dell'acqua ha una trama più intricata dei Promessi sposi. Non è facile unire i puntini, io non mi sogno nemmeno di farlo, ma sono contento se accendo una curiosità. Io non ho l'ambizione di credere che chi paga il biglietto poi vada a impegnarsi, il mio cittadino è già tanto se, quando esce dallo spettacolo, è incuriosito nel capire di più. Ma il concetto dell'Atlante è proprio arrivare a rendere visibile ciò che è sconosciuto, nascosto, fare comprendere che oggi l'esotico non è in un mondo lontano, ma sotto casa.


Il rapporto dell'uomo occidentale con l'acqua ha bisogno di abbandonare il semplice utilizzo e tornare quasi a una forma di rispetto, timore, soggezione?

Può funzionare con una generazione molto più giovane, che ha la capacità di incorporare. Ma credo sia più efficace il concetto di coltivare acqua. Non è solo una bella parola, ma un invito a completare il mandato della Repubblica, che non affida allo Stato la gestione dell'acqua, ma a tutti noi. Non devi possedere della terra per coltivare acqua, oggi lo puoi e lo dovresti fare anche come semplice utente di servizi pubblici e come fruitore del paesaggio, come uomo del tempo libero. Tutti quelli che vanno a camminare in montagna devono fare un cambio di passo. Non basta più andare semplicemente in su, rivolgere lo sguardo verso l'alto, ma guardare anche in basso, alla qualità del letto del torrente. Non basta eleggere dei buoni amministratori, bisogna fare sì che vengano firmati dei contratti che funzionano, che uniscono la città a quello che c'è intorno come territorio. La coltivazione dell'acqua deve entrare a fare parte del nostro mestiere di vivere.

 

“Tutti quelli che vanno a camminare in montagna devono fare un cambio di passo. Non basta più andare semplicemente in su”

Montagna e acqua. Dove saremo tra dieci anni?

Ne accennavo prima: ero a Bardonecchia e il prato su sui eravamo era giallo, sembrava di essere in Sicilia qualche decennio fa. Vedere i costoni delle montagne gialli a luglio è qualcosa che non appartiene al nostro paesaggio, ma che lo sta diventando, bisogna comprenderlo. Il nostro compito, nel cambiamento climatico in atto, è fare adattamento e mitigazione, pur non avendo un quadro chiaro di quello che succederà. Anche il mondo dei rifugi non è una realtà unica: ci sono i rifugi sentinella, ma anche i resort di montagna e c'è davvero un abisso in mezzo. Andando nel concreto: non si può pretendere di farsi ancora la doccia in montagna. Diciamo che la doccia in montagna è momemntaneamente fuori uso, per i prossimi vent'anni!