Due esemplari di gru canadese nel Parco nazionale di Yellowstone © Jon Sullivan, wikicommons
Un esemplare di lupo grigio, ampiamente diffuso sia in Europa che in Nord America © kachnch, flickr
Anche una semplice escursione può alterare la biodiversità di un ecosistema © Ralf1403, pixabay
Un esemplare di cervo della Virginia, o cervo dalla coda bianca © Scott Bauer, wikicommons
Un esemplare di tacchino selvatico, secie diffusa soprattutto in Nord America © Paul Danese, wikicommons
Gli animali selvatici non hanno tutti paura dell’uomo, anzi, alcuni vedono un vantaggio nella sua presenza, anche in aree disabitate o scarsamente antropizzate. Ci sono specie, invece, che proprio come siamo abituati a pensare rifuggono la presenza delle persone, sia in città sia in un ambiente incontaminato. Ciò che sappiamo oggi, grazie ad uno studio pubblicato su Science, è che gli effetti delle infrastrutture sul comportamento animale non coincidono al 100% con quelli prodotti dallo spostamento delle persone, e che ogni specie animale reagisce in modo differente.
Lo studio, condotto su 37 specie di uccelli e mammiferi, ha evidenziato come oltre il 65% delle specie modifichi il proprio comportamento in funzione della presenza di persone, specialmente nelle zone incontaminate. L’analisi, le cui rilevazioni sono state condotte negli Stati Uniti anche nel corso dei lockdown dovuti alla pandemia, ha permesso per la prima volta di separare gli effetti dovuti a urbanizzazione, agricoltura e trasporti da quelli dovuti ai veri e propri flussi di persone, sia in città sia nelle zone naturali, in merito alla percezione del rischio da parte di questi animali.
Big data e rilevazioni GPS per capire l’impatto su uccelli e mammiferi
Per la prima volta lo studio ha monitorato 4.581 esemplari, mappando oltre 11.8 milioni di posizioni nel tentativo di scoprire come gli animali rimodulano il loro calcolo costi-benefici tra consumo energetico, ricerca di cibo e percezione del rischio. Alcuni, infatti, ampliano il proprio territorio per evitare il contatto umano, mentre altri ancora lo restringono perché alcune zone non sono più percorribili o perché trovano quantità di cibo di origine antropica molto concentrate. Per capire in che modo interagiscono i due fronti, il gruppo di studiosi ha sovrapposto i dati spaziali delle persone raccolti tramite le posizioni dei loro smartphone, la presenza di edifici e strade e i dati ottenuti dai rilevatori GPS degli animali.
Per esempio, i risultati hanno evidenziato come il tacchino selvatico (Meleagris gallopavo) riduca il proprio areale in funzione della presenza umana soprattutto in ambienti poco antropizzati, mentre nelle aree urbane i cambiamenti comportamentali sono inferiori. Il cervo dalla coda bianca (Odocoileus virginianus) e la gru canadese (Grus canadensis), invece, reagiscono in modo opposto ai cambiamenti pur vivendo in contesti simili. Proprio il cervo dalla coda bianca, che nel tempo si è adattato molto agli ambienti antropizzati, amplia la propria “nicchia ecologica”, cioè l’insieme di areale, dieta e abitudini di una popolazione, man mano che il paesaggio diventa più trasformato. Al contrario, tende a ridurla improvvisamente all’aumentare della presenza diretta di persone. La gru canadese, invece, mostra il comportamento contrario, restringendo la propria nicchia negli ambienti più modificati ma ampiandola quando percepisce la presenza umana.
Gli impatti combinati di infrastrutture e presenza umana
Lo studio ha dimostrato, inoltre, come la maggior parte dei mammiferi, circa il 67%, tende a ridurre l’area utilizzata in risposta alla presenza umana e alle infrastrutture, mentre circa il 40% delle specie che reagiscono alla presenza umana mostra risposte più evidenti in ambienti meno antropizzati. Un cambiamento che suggerisce come, nelle aree già popolate dall’uomo, alcune popolazioni possano essersi in parte assuefatte alla sua presenza, o che non abbiano più margine per ridurre ulteriormente i propri spostamenti. Un’eccezione significativa è quella del lupo grigio (Canis Lupus), che aumenta l’area utilizzata sia in presenza umana sia nei territori più antropizzati. Una risposta che potrebbe dipendere dalla necessità di ampliare i propri movimenti per evitare il contatto diretto con le attività antropiche, dopo essere stato fortemente predato dall’uomo in Nord America.
Anche nel considerare insieme la presenza di infrastrutture e dell’uomo, la direzione dei comportamenti animali non è stata univoca. Nel corso delle rilevazioni, alcuni mammiferi hanno ridotto la propria area di percorrenza settimanale di 35.9 km quadrati rispetto ai dati ottenuti in zone non antropizzate, mentre altri l’hanno addirittura aumentata di 15.7 km quadrati, con una percentuale mediana del -11%. Analogamente, anche gli uccelli hanno ridotto la loro area di una percentuale mediana dell’1.8%, con alcuni esemplari che hanno ridotto di 171.4 km quadrati il loro areale e altri che lo hanno aumentato di 72.6 chilometri quadrati. È il caso, quest’ultimo, del corvo imperiale, che ha ristretto del 46% la propria nicchia ecologica a causa dell’attività umana, mentre il puma l’ha ampliata del 10%.
Tutela degli habitat, perché non c’è una soluzione univoca
I risultati di questo studio suggeriscono come la conservazione della fauna non dipenda solo dalla tutela degli habitat, ma anche dalla gestione della presenza umana al loro interno. In molti casi, infatti, il solo transito di poche persone può alterare sensibilmente le abitudini di numerose specie, e proteggere un’area naturale potrebbe non bastare se quella stessa area continua a essere attraversata intensamente nei momenti più delicati per le specie che la abitano. Anche quando un ambiente rimane paesaggisticamente intatto, infatti, persino la sola presenza dell’uomo può alterarne profondamente gli equilibri biologici.
Secondo i ricercatori, attuare interventi mirati sui flussi di persone come regolazioni del traffico e del turismo o impedire la frequentazione di alcune zone in determinate stagioni potrebbero ridurre il disturbo, spesso senza arrivare all’esclusione totale dell’uomo dalle aree naturali. Una prospettiva che fa i conti anche coi comportamenti di alcune specie che si adattano meglio agli ambienti antropizzati, mentre altre tendono a rifugiarsi in zone sempre più isolate. Risposte differenti, che mostrano come non esista una soluzione unica al rapporto tra uomo e fauna selvatica, ma equilibri diversi per ogni specie ed ecosistema.