Silvio Ortis
Quando la Grande Guerra incendia le Alpi Orientali, il fronte si chiude sui monti confinanti con l’Austria e lo scontro acquisisce particolare violenza tra le posizioni strategiche del Passo
di Monte Croce Carnico, Pal Grande, Pal Piccolo e Cellon, dove si susseguono carneficine di soldati inermi e matura la ribellione del soldato Silvio Ortis, una vicenda che si tramanda in Carnia da oltre cent’anni, tanto che nell’alto Friuli è diventata una specie di saga popolare.
Un alpino scomodo
Per quasi ottant’anni era rimasta tabù, leggenda scomoda e sediziosa, ignorata dalla memorialistica militare e civile perché inconciliabile con la retorica ufficiale di guerra. L’ingiusta condanna dell’alpino Ortis, a suo tempo decorato con due medaglie al valore nella guerra di Libia e poi leale combattente sui monti di casa, ha attraversato il Novecento come
una memoria rimossa. Solo lo scrittore viennese Walter Schaumann, combattente e divulgatore, scrisse una scarna nota degli avvenimenti: "Dopo l’attacco senza esito del 25
giugno 1916, la compagnia degli alpini che occupava la Cima Ovest del Cellon si sarebbe rifiutata di ripetere un altro attacco, considerato dalla truppa puro e semplice atto suicida.
La compagnia fu allontanata e punita con grande severità, e altri reparti, infine, espugnarono il Cellon in mezzo alla nebbia".
Quattro pagarono per tutti
I ribelli vennero arrestati dagli stessi compagni in divisa e trascinati in catene davanti ai giudici militari. In una chiesa della Valcalda macabramente trasformata in tribunale e in
patibolo, si celebrò il processo contro ottanta alpini imputati di “rivolta in armi”. Il dibattimento si aprì a metà pomeriggio del 29 giugno 1916 e si concluse a mezzanotte del 30
giugno. Le fasi processuali furono compresse in un giorno e mezzo, anche se il giudizio comportava la pena capitale e riguardava dei montanari consapevoli ed esperti dei luoghi,
che si erano semplicemente rifiutati di morire inutilmente. Fu un processo sommario e vergognoso, condotto con freddezza dagli alti gradi che cercavano una punizione esemplare
per la truppa.
La sentenza fu emessa alle tre del mattino del primo luglio, in piena notte, e la fucilazione venne eseguita in fretta e furia due ore dopo, a Cercivento. Degli ottanta
accusati, solo quattro furono giustiziati: Basilio Matiz di Timau, Giovan Battista Coradazzi di Forni di Sopra, Angelo Massaro di Maniago e Silvio Ortis di Paluzza. L’esecuzione dovette
essere ripetuta due volte, perché una parte del plotone sparò a vuoto. Molti anni dopo il nipote di Ortis, Mario Flora, commenterà con parole amare: "Si voleva intimidire la gente dei
nostri paesi. Agli occhi sospettosi delle autorità militari dell’epoca, i carnici, oltre a parlare un dialetto incomprensibile, apparivano inaffidabili e certamente poco entusiasti di dover fare una guerra al Paese che spesso aveva dato loro un pane e un lavoro… quando dall’Italia invece avevano finora avuto solo tasse e avventure coloniali".