Sparviere e astore, gli inaspettati acrobati del bosco

Le foreste non sono solo un ambiente di avvicinamento da attraversare per raggiungere le cime, sono uno scrigno ricolmo di forme di vita che rincorrono da milioni di anni la soluzione migliore per sopravvivere. Tra queste, rapaci che non rispondono ai classici stereotipi d'alta quota

Il bosco rappresenta spesso una sorta di intrigo per escursionisti e alpinisti che bramano di arrivare in quota senza troppi patemi. Ammettiamolo, un po’ tutti abbiamo provato, almeno una volta nella vita, questa sensazione, quel desiderio di sbrogliare le fatiche per togliersi dagli impicci in fretta. Quella stessa fretta che sembra proprio non appartenere al bosco, teatro di fugaci apparizioni in un quadro di lentezza che sembra navigare con un’inerzia propria e senza fine.


Fra queste veloci comparse che destano la nostra attenzione istintiva ma sono troppo rapide per la messa a fuoco della nostra vista si giocano destini diversi e avversi, legati alla vita o alla morte. È l’eterna lotta fra prede e predatori e in quel contesto noi ne siamo solo ignari quanto distratti spettatori.

Uno splendido esemplare di astore © Oskar Jabłoński Unsplash

Predatori inconsueti

A pensare ai rapaci vengono in mente aquile, falchi, avvoltoi, uccelli che evocano grandi spazi, volo libero, inaudite picchiate per raggiungere le prede al suolo. Si fatica ad appaiare mentalmente la presenza chiusa del bosco a quella di questi animali che hanno bisogno di vuoto, di ampie visuali per sprigionare la precisione e la potenza della propria vista. Ma Madre Natura sa sempre andare oltre ai nostri concetti preconfezionati, l’evoluzione ha ovunque plasmato esseri viventi che sembrano sfuggire alle nostre (ristrette) logiche.

Eccoci qui quindi a presentare due specie di predatori alati che hanno fatto della caccia fra gli alberi la propria nicchia esistenziale: lo sparviere e l’astore. Ma come fanno a volare e a catturare prede fra gli alberi del bosco? Riescono grazie alla loro struttura corporea perfetta per tali scopi. Possiedono infatti ali relativamente brevi e arrotondate che vengono agitate con frequenza elevata e una lunga coda che funge da timone in grado di essere azionato per svolte repentine, scattanti, fulminee e decise. Una mobilità sugli spazi ristretti a scapito della velocità, questa è in sintesi la scelta evolutiva, il tutto ovviamente tinto da colori mimetici: agire sulla sorpresa è fondamentale.


Lo sparviere, fra leggenda e realtà

Lo sparviere (o sparviero) è fin dall’antichità un animale a cui sono state attribuite valenze simboliche riferibili alla vittoria e alla caccia. Gli Egizi lo consideravano addirittura emblema di fecondità, mentre, dal Medioevo, alcune famiglie importanti lo hanno inserito nel proprio stemma nobiliare.

La sua notorietà si è assestata anche nei modi di dire, indimenticabili alcune gag comiche che riconducevano il “baffetto da sparviero” a persone audaci o ancor meglio sfacciate. Lo sguardo da sparviero è quello invece di chi porta un volto “affilato”, mentre se ci affacciamo al mondo dei comportamenti ci ritroveremo a che fare con persone opportuniste e scaltre.
C’è pure una sorta di leggenda che parla di lui che piomba addosso a un incauto pettirosso, il quale, una volta vistosi perso lo pregò affinché lo liberasse in quanto, minuto com’era, non avrebbe mai saziato la sua fame. “Bello sciocco sarei, se lasciassi andare il pasto che ho qui pronto tra le mani, per correr dietro a quello che non si vede ancora” fu la risposta dello sparviere, a monito del non lasciare mai quel poco che si ha per certo per rincorrere un utopico altro sogno che potrebbe anche non avverarsi mai.

A noi però interessa di più l’animale vero e proprio, quello che porta il nome scientifico di Accipiter nisus, uccello appartenente alla famiglia Accipitridae, la medesima di aquile e avvoltoi di cui abbiamo già parlato in un precedente articolo (https://www.loscarpone.cai.it/dettaglio/si-fa-presto-a-dire-aquila-piccolo-vademecum-per-riconoscere-i-rapaci/). Si tratta di un rapace diurno dalle dimensioni relativamente contenute, lungo poco più di una trentina di cm (circa un terzo di pertinenza della coda) e recante un’apertura alare di circa 60 cm al massimo. È caratterizzato da una testa piccola, da un becco stretto e adunco e da zampe gialle, come gli occhi, più lunghe di quelle dei falchi. Come in gran parte delle specie avicole la femmina raggiunge dimensioni maggiori del maschio.

Sparviere maschio © Andrea Miceli


La colorazione del piumaggio è uno dei punti di forza dello sparviere, perfetta per non farsi notare nel gioco di ombre e luci del sottobosco. Dominano le tinte grigiastre, con il petto più chiaro e striato, almeno nelle femmine. Il maschio, da adulto, è riconoscibile per i cromatismi più rossastri delle parti inferiori.
Lo schema di caccia è apparentemente piuttosto semplice, fatto da un appostamento e di un successivo attacco. La non semplicità sta altresì nel modo in cui riesce a inseguire e a ghermire altri uccelli in volo, non mancando di eseguire virate e cambi di direzione tutt’altro che banali in un ambiente ricco di ostacoli ravvicinati qual è il bosco. Le prede, una volta catturate, vengono portate a terra, con lo sparviere che non di rado se le porta nel fitto di qualche cespuglio. La stessa strategia viene attuata anche con i piccoli Mammiferi, portata a compimento con un ancor più sorprendente volo radente a pochi centimetri dal suolo.

L’astore, agilità e potenza

L’astore (Accipiter gentilis) è un po’ il “cugino maggiore”, simile nelle gradazioni cromatiche del piumaggio alla femmina dello sparviere, ma decisamente più robusto e grande, potendo superare i 130 cm di apertura alare. A soffermarci sui dettagli che possiamo cogliere anche in volo, spiccano il collo ben più visibile (lo sparviere sembra avere la testa più incassata) e l’apice più arrotondato della coda. La sua stazza, paragonabile a quella di una poiana, lo porta a cacciare prede di dimensioni ragguardevoli quali le lepri e i Tetraonidi, con particolare predilezione per i fagiani di monte. Il primo e il secondo dito sono particolarmente sviluppati e sono quelli che vengono conficcati nella carne della preda finché non smette di respirare.
È da sempre meno noto e idolatrato dello sparviere, e il motivo è facilmente spiegabile. È, infatti, più esigente dal punto di vista ecologico, del “cugino minore” e quindi meno diffuso e riparato nei boschi maturi, quelli più facilmente rinvenibili sulle colline e fra le valli montane. Costruisce dei grandi nidi (anche 70-80 cm di diametro) sulle chiome degli alberi e i piccoli, che volano dopo un mese dalla nascita, restano a lungo con i genitori.

Astore © Andrea Miceli