Un esemplare di Pygoscelis kerguelensis fotografato alle Isole della Desolazione, poco più a nord dell'Antartide © Antoine Lamielle, wikicommons
L'esemplare di L. Tilcayo fotografato al santuario Senda Verde © Paola Nogales Ascarrunz, wikicommons
Una farfalla, tra gli artropodi più famosi. Nel 2018, uno studio ne ha stimato in 5,5 milioni il numero di specie © fesoj - Otakárek fenyklový, wikicommons
Anche le api sono tra gli artropodi più famosi e conosciuti © Jon Sullivan, wikicommons
Nel giro di pochi mesi la zoologia ha prodotto due annunci che hanno fatto il giro dei media. Il pinguino gentoo, finora ritenuto un’unica specie, ne comprenderebbe in realtà quattro, e una è nuova per la scienza, È il Pygoscelis kerguelensis, delle isole Kerguelen, descritta ad aprile su Communications Biology. Ad affiancarlo su tutte le prime pagine è stato un piccolo felino delle Yungas boliviane, il Leopardus tilcayo, finora confuso con i cosiddetti gatti tigre come il tigrillo (Leopardus tigrinus), annunciato il 17 settembre su Current Biology. In entrambi i casi si tratta delle prime specie nuove dopo oltre un secolo. L’ultimo pinguino descritto, infatti, risaliva al 1921, l’ultimo felino al 1923.
Mammiferi e artropodi, scoperte su scale diverse
Eppure, spiega Giulia Pagani, biologa che lavora nell’ambito della conservazione, la rarità è in parte apparente: “Di specie ne vengono scoperte di continuo, specialmente tra gli artropodi, degli invertebrati, sono notizie all’ordine del giorno”. A cambiare, però, è la risonanza. Pinguini e felini, infatti, rientrano tra i cosiddetti animali carismatici, quelli che piacciono alle persone e che suscitano empatia e tenerezza, bucando lo schermo e facendo più notizia. Lo studio sul P. kerguelensis, infatti, è uscito il 23 aprile, ma le principali riprese sulla stampa internazionale sono arrivate solo a ridosso del 21-23 settembre, pochi giorni dopo l’annuncio del felino, seguendone la risonanza.
“Se viene descritto un nuovo coleottero o uno scarafaggio le persone sono meno interessate. Se si tratta di un pinguino o di un gattino, specialmente se sono ritenuti carini, è tutta un’altra storia”, esemplifica la biologa. A contare, però, sono anche le proporzioni: “I mammiferi sono molto meno numerosi degli artropodi, e scoprirne uno è come pescare in un compartimento quasi vuoto invece che in uno pieno”, aggiunge.
Le specie criptiche, non ancora comprese fino in fondo
Il motore di queste nuove scoperte, spiega Pagani, sono le tecniche molecolari: “Più si affinano, più è facile e veloce distinguere una specie dall’altra. I costi calano e l’accesso alle analisi cresce, ma sono necessarie banche del genoma e marcatori genetici con i quali confrontare i campioni. Per tante specie, infatti, ci accontentiamo della descrizione che è stata fatta decenni o secoli fa, ma se andassimo oggi a studiarle con le nuove tecnologie potremmo fare molte nuove scoperte”, sottolinea.
Tra i nodi principali di queste nuove scoperte, osserva la biologa, ci sono le specie criptiche, cioè le specie che si somigliano al punto da non dare motivo di sospettare che siano più di una. Secondo lo studio, il tilcayo si è separato dai parenti più stretti circa 1,4 milioni di anni fa. Un lasso che, ricorda Pagani, va relativizzato. Per animali che si riproducono già a due anni, infatti, le generazioni sono molte più che per scimpanzé o elefanti, i quali si riproducono a età ben più avanzate.
Quanto alla somiglianza, la biologa propone un’ipotesi: “La somiglianza può derivare da una convergenza evolutiva. Per fare un esempio, è possibile che in passato le due specie fossero distinguibili a colpo d’occhio, magari una era molto più grande dell’altra. Poi, le condizioni ambientali hanno portato entrambi i felidi a stabilizzarsi su una stazza che è quella che riesce a fare l'uso più efficiente delle risorse energetiche che sono sul territorio”, precisa.
Dai genomi alle nuove specie
Lo studio sul gentoo ha seguito una traiettoria ampia: i ricercatori hanno confrontato i genomi di 64 esemplari di 10 colonie, insieme a dati su aspetto, comportamento e ambiente, e hanno individuato quattro linee evolutive distinte, tre delle quali già note come sottospecie e ora elevate a specie. Secondo quanto appreso, si sarebbero separate tra 300 e 500mila anni fa. Oggi, precisa Pagani, quando dei campioni arrivano in laboratorio viene quasi sempre fatto anche l’esame genetico.
Per il felino, invece, il percorso è stato diverso. Lo studio è nato da una serie di analisi genetiche. I ricercatori, infatti, volevano capire quante specie di gatti tigre esistano e non cercavano una specie nuova. Il tilcayo è descritto sulla base di due esemplari, una femmina curata in un santuario e poi liberata e un maschio che vive ancora lì, e i dati indicano che i gatti tigre sono cinque linee distinte, non una. Per Pagani l’aspetto da solo non basta a definire una specie: “All’interno di una specie c’è una plasticità fenotipica, portata all’estremo dall’intervento umano - spiega - proprio come per Chihuahua e Alano”.
Il significato della scoperta
Per la biologa, però, non si tratta di una vera e propria rivoluzione. Una specie, ricorda Pagani, è un pool genetico distribuito in molti individui, che può rimescolarsi al proprio interno e andare avanti nel tempo senza mischiarsi con quello di un’altra specie. Sapere quanti ne esistono è “tutta conoscenza che si aggiunge – sostiene – ma non cambia la sostanza della tutela della biodiversità”. Queste scoperte, in ogni caso, “aiutano però ad affinare le strategie. Se due pool sono rimasti separati, vuol dire che ci sono nicchie ecologiche diverse che hanno permesso la speciazione, e capire quali sono serve a conservarle. Restano validi i criteri di base, a partire dalle specie ombrello, cioè quelle specie che ci permettono di proteggere tutte le altre che, a cascata, gli sottendono. Le tassonomie si possono riorganizzare”, conclude.
Lo studio sul gentoo ne è un esempio. Nel paper, infatti, vengono stimate perdite gravi di habitat idoneo per tre delle quattro specie, mentre quella meridionale, l’unica che vive in Antartide, potrebbe ampliare il proprio areale, e trattarle come una sola poteva nascondere i problemi delle popolazioni più piccole.
Specie tutte da scoprire: ma non mettiamo loro pressione
Del tilcayo, ad ogni modo, resta ancora molto da capire. Non si sa quanti individui vivano in natura, e non è ancora chiaro cosa lo differenzi dai gatti tigre nel comportamento e nell’ambiente. La speciazione, ricorda la biologa, è un processo progressivo: “Gruppi dello stesso animale si specializzano per ripartirsi le risorse, chi ha le stesse strategie si riproduce tra sé e gradualmente diventa meno interfertile con gli altri. Bisognerà fare uno studio di popolazione, con fototrappole e campioni di feci, test poco invasivi, e riconoscimento dei singoli individui dalle macchie del manto. Sarà poi l’IUCN, che classifica il grado di minaccia in base a criteri biologici, ad attribuire un livello di rischio, ma per farlo serve sapere quanto è ricca la popolazione”, spiega.
Il rovescio della medaglia, però, è la notizia stessa: “Questi sono di norma animali elusivi, e già mettere fototrappole e raccogliere campioni significa entrare nel loro territorio. Cerchiamo di non stressarli troppo con la nostra invadenza e curiosità scientifica”, afferma Pagani. A spaventare la biologa è soprattutto il turismo da social in tutti i paesi “dove il visitatore fa gola”, afferma, facendo un paragone con l'attrattività online di città come Roma e Firenze. Nella speranza di vedere il cugino più prossimo del tigrillo, afferma, si rischia che molte persone invadano i suoi luoghi “a scapito di un animale che finora era stato ‘fortunato’ (sotto alcuni aspetti) a non essere riconosciuto come specie a sé”, sottolinea.