Renato Casarotto, alpinismo senza compromessi

A Vicenza, il Club Alpino Accademico Italiano gli dedica oggi il convegno nazionale. Timido ma determinato, visionario senza rinnegare uno stile classico, è stato compreso solo dopo la sua tragica scomparsa

Oggi, 7 novembre, a Vicenza, il convegno nazionale 2026 del Club Alpino Accademico Italiano è dedicato a Renato Casarotto. Sono passati quarant’anni dalla sua morte e giustamente lo si ricorda per quanto ha fatto, o meglio per il ruolo che il tempo ha ridisegnato per lui. All’epoca molti pensarono che se ne fosse andato l’ultimo rappresentante dell’alpinismo classico, altri che Casarotto fosse un alpinista fuori dal suo tempo, come una specie di retaggio del passato, altri ancora – i più lucidi – predissero che proprio il tempo gli avrebbe dato un posto nella storia. E così è stato.

L'alpinista che viene da un altro tempo

Tutto comincia nell’estate del 1977, quando gira la notizia che uno sconosciuto solitario di Vicenza ha salito una via diretta sulla parete nord del Nevado Huascarán, nelle Ande Peruviane. È stato in parete 17 giorni superando difficoltà estreme, assistito dalla moglie al campo base. Così si rivela il fenomeno Casarotto, che ha già quasi trent’anni e lavora ancora alle Ferrovie dello Stato e vorrebbe passare al professionismo. Metodico, timido ma animato dal fuoco interiore, sembra a disagio nel suo tempo nevrotico, dove anche gli alpinisti vanno misurandosi con la velocità. Lui ha fretta solo di recuperare il tempo perduto.

una collezione di vie fantastiche

Nel 1978 il battesimo delle big wall: firma in quattro giorni la prima solitaria della via di Chouinard sulla parete sud del Mount Watkins. L’anno dopo, a gennaio, affronta senza compagni il fantastico pilastro nord nord est del Fitz Roy, in Patagonia; posa alcune corde fisse e scala i 1500 metri di granito battuti dal vento con una grinta che ricorda il Bonatti del Petit Dru. Dedica il pilastro alla moglie Goretta, che lo aspetta alla base come sempre. Nel 1980 tenta e fallisce il Makalu in inverno, ma dopo un anno di transizione, nel febbraio del 1982 realizza una delle più belle imprese concepibili da un uomo solo, la trilogia del Frêney: parete ovest dell’Aiguille Noire de Peutérey, via Ratti-Vitali; pilastro del Pic Gugliermina, via Gervasutti-Boccalatte; Pilone Centrale del Frêney, via Bonington-Whillans. Ormai è un maestro della stagione fredda e lo conferma dal 30 dicembre al 9 gennaio seguenti con la solitaria della parete nord del Piccolo Mangart di Coritenza, lungo il temutissimo diedro Cozzolino. 

La cresta del non ritorno

Nel 1984 si sposta in Alaska e lascia la zampata del campione sul Mount McKinley, salendo l’interminabile cresta sud est, The ridge of no return: 5 chilometri di sviluppo, solitudine estrema, un labirinto di cornici infernali. E ancora sulle Alpi, nel marzo del 1985, chiude un caro progetto che gli è costato ben sei tentativi: la solitaria invernale della via di Giusto Gervasutti sull’austera parete est delle Grandes Jorasses.

Renato muore nel 1986 in un crepaccio del K2, dove sta tentando da solo la cresta sud ovest. Il 7 luglio ha raggiunto quota 8300, a 300 metri dalla vetta. Da un certo punto di vista ha raccolto gli ultimi scampoli di un alpinismo antico e apparentemente condannato alla via del tramonto, una scalata da antichi cavalieri, ma oggi che si stentano a trovare nuove strade il suo stile senza compromessi ci appare nella luce di un passato da riesplorare perché si trasformi in futuro. Sicuramente se ne parlerà a Vicenza.