La montagna possibile: tra limite e autonomia

Rendere la quota accessibile non significa cancellarne ogni difficoltà: significa creare le condizioni perché ciascuno possa scegliere quale esperienza vivere, con gli strumenti e il supporto necessari. Essere indipendenti non vuol dire necessariamente fare tutto da soli.

Una radice che attraversa il sentiero, un tratto ripido, qualche gradino scavato nella roccia, per molti escursionisti sono semplicemente caratteristiche del percorso; per una persona che utilizza una carrozzina o un ausilio possono diventare ostacoli difficili da superare. Ma è davvero lì che comincia l'inaccessibilità della montagna?
Non sempre. A volte la prima barriera si trova molti chilometri prima dell'inizio del sentiero: nelle informazioni insufficienti sul percorso, nell'impossibilità di raggiungere il punto di partenza, nell'assenza di un ausilio adeguato o di persone preparate ad accompagnare. Altre volte è ancora più difficile da riconoscere, perché nasce dalle aspettative di chi stabilisce in anticipo ciò che una persona con disabilità possa o non possa fare.
Parlare oggi di montagna e disabilità significa allora partire da una domanda apparentemente semplice: dove si trova davvero il limite?

Quando il limite nasce dall'incontro

Per molto tempo la disabilità è stata interpretata soprattutto attraverso le caratteristiche individuali della persona: una menomazione, una difficoltà motoria, sensoriale o cognitiva rappresentavano il problema da compensare. Oggi il concetto è molto più complesso: funzionamento e disabilità dipendono dall'interazione fra la persona e l'ambiente nel quale si trova.

Escursionismo adattato e Montagna terapia sono due concetti differenti © Wikimedia Commons

Il limite, quindi, non appartiene necessariamente alla persona e nemmeno esclusivamente all'ambiente: può nascere dall'incontro fra i due.
Una pendenza importante non rappresenta la stessa difficoltà per tutti; un sentiero stretto può essere percorribile da una persona cieca adeguatamente accompagnata e risultare invece incompatibile con un determinato ausilio su ruote; una persona con disabilità intellettiva può non incontrare alcun ostacolo fisico, ma avere bisogno di informazioni comprensibili, riferimenti chiari o maggiore prevedibilità dell'itinerario.
Per questo definire semplicemente un sentiero come “accessibile” può non bastare. Molto più utile è descrivere con precisione ciò che quel percorso richiede: pendenza, fondo, larghezza, ostacoli, esposizione, punti di sosta. Informare bene è già una forma di accessibilità.
E, in fondo, è ciò che la montagna ci ha sempre insegnato: conoscere un itinerario serve prima di tutto a poter scegliere.

Non tutte le barriere sono sul sentiero

Le ricerche sulla partecipazione delle persone con disabilità alle attività outdoor mostrano che gli ostacoli fisici rappresentano soltanto una parte del problema. Contano anche trasporti, costi, informazioni, servizi, disponibilità degli ausili e presenza di accompagnatori adeguatamente formati. Inoltre, esistono barriere che non compaiono su nessuna carta escursionistica: stereotipi, aspettative troppo basse, eccesso di protezione, decisioni prese al posto della persona interessata.
Cambiare prospettiva significa allora smettere di domandarsi soltanto fin dove una persona possa essere accompagnata e cominciare, prima di tutto, a chiederle dove desideri andare.

Negli ultimi anni Joëlette, carrozzine fuoristrada, handbike, protesi evolute e strumenti digitali hanno ampliato enormemente le possibilità di frequentare gli ambienti naturali. © Wikimedia Commons

Autonomia non significa fare da soli

Questo uno degli equivoci più importanti da superare. Nel linguaggio comune associamo facilmente l'autonomia all'indipendenza fisica: essere autonomi significherebbe muoversi, orientarsi e compiere un'attività senza l'aiuto di nessuno. Ma autonomia e indipendenza non sono sinonimi.
La Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità pone fra i propri principi proprio l'autonomia individuale, comprendendovi la libertà di compiere le proprie scelte.
Una persona che utilizza una Joëlette può aver bisogno di più accompagnatori per percorrere fisicamente un sentiero ed essere, nello stesso tempo, pienamente protagonista dell'esperienza: può scegliere l'itinerario, valutarne la difficoltà, decidere quando fermarsi, quale meta raggiungere e quale grado di fatica o di avventura desidera affrontare. L'ausilio, quindi, non “restituisce” necessariamente autonomia: insieme alle competenze e all'accompagnamento può piuttosto rendere possibile esercitarla.
Chiedere supporto non significa rinunciare alla possibilità di scegliere. Del resto, in montagna, nessuno è davvero completamente indipendente dagli altri.

Accessibile non significa facile

Il CAI ha sviluppato una classificazione specifica per i percorsi accessibili con ausili, distinguendoli anche in funzione dell'impegno richiesto. Il principio è importante: un percorso accessibile può essere lungo, ripido, sconnesso, presentare ostacoli o tratti esposti e richiedere esperienza, preparazione e un equipaggio adeguatamente formato. L'obiettivo non è necessariamente eliminare la difficoltà, ma conoscerla e descriverla, così da permettere una valutazione consapevole. Una persona con disabilità non cerca necessariamente un'esperienza facile o completamente priva di rischio: può desiderare esattamente ciò che porta tanti altri verso la montagna, ovvero fatica, avventura, esplorazione, soddisfazione per una meta raggiunta. Pensare che inclusione significhi proteggere sempre qualcuno dalla difficoltà rischia paradossalmente di diventare un'altra forma di esclusione.

L'ausilio non fa l'accessibilità

Negli ultimi anni Joëlette, carrozzine fuoristrada, handbike, protesi evolute e strumenti digitali hanno ampliato enormemente le possibilità di frequentare gli ambienti naturali. Ma sarebbe un errore identificare l'accessibilità con la disponibilità della tecnologia. Una Joëlette ferma in un deposito non rende accessibile nessun sentiero: servono persone formate per utilizzarla, organizzazione, conoscenza dell'itinerario, coordinamento e una relazione di fiducia fra chi partecipa all'escursione. Il CAI ha strutturato proprio su questi aspetti l'attività di Accompagnamento Solidale, che comprende Montagnaterapia ed Escursionismo Adattato e prevede anche percorsi specifici di formazione per gli accompagnatori.
Nel 2026 è stato inoltre pubblicato il manuale “Escursionismo e accessibilità, buone pratiche per l'autonomia e l'accompagnamento all'aria aperta”, dedicato ad ausili, formazione, sentieri e soprattutto alla centralità della persona nell'esperienza. L'accessibilità, quindi, non è soltanto uno strumento, ma una rete di persone, competenze, informazioni e possibilità.

Una Joëlette, una speciale carrozzina fuoristrada che consente alle persone con disabilità motoria o ridotta mobilità di partecipare ad escursioni in montagna © Wikimedia Commons

Escursionismo adattato non significa Montagnaterapia

Questi due termini vengono ancora frequentemente confusi.
La Montagnaterapia indica attività con finalità terapeutiche, riabilitative o socioeducative inserite in progetti dei quali sono titolari strutture sanitarie, sociosanitarie, educative o riabilitative; il CAI collabora mettendo a disposizione le proprie competenze tecniche e culturali. 
L'Escursionismo Adattato riguarda, invece, la possibilità di vivere l'attività escursionistica attraverso gli adattamenti, gli ausili e l'accompagnamento eventualmente necessari. Lo stesso regolamento della struttura CAI competente mantiene distinti i due ambiti.

C'è infine un passaggio che la cultura contemporanea della disabilità ha reso imprescindibile: coinvolgere direttamente le persone interessate nella progettazione delle soluzioni che dovranno utilizzare. Possiamo misurare pendenze, studiare fondi, acquistare ausili e progettare strutture, ma se vogliamo sapere che cosa renda realmente fruibile un ambiente, dobbiamo ascoltare chi quell'ambiente desidera viverlo. E non soltanto alla fine, per verificare se ciò che abbiamo costruito funziona, ma fin dall’inizio. Perché accessibilità e autonomia difficilmente possono essere progettate decidendo al posto delle persone alle quali dovrebbero servire.

Una montagna possibile

Naturalmente esiste un limite anche all'accessibilità. La montagna è un ambiente naturale, complesso e fragile. Non ogni sentiero può diventare percorribile da chiunque e rendere inclusivo un territorio non può significare trasformarlo fino a cancellarne le caratteristiche o comprometterne la tutela. Ma riconoscere che non tutto può essere accessibile a tutti è molto diverso dall'accettare come inevitabili tutte le barriere. Alcuni limiti appartengono all'ambiente. Alcune barriere possiamo rimuoverle, altre possiamo superarle attraverso un ausilio, un accompagnamento o una modalità differente di vivere quello stesso luogo. E alcune esistono soprattutto perché non abbiamo ancora immaginato che qualcuno potesse desiderare di essere lì.

Una montagna inclusiva deve essere una montagna capace di offrire possibilità diverse a persone diverse © Wikimedia Commons

Forse una montagna inclusiva non deve allora essere una montagna uguale per tutti: può essere una montagna capace di offrire possibilità diverse a persone diverse, lasciando a ciascuno lo spazio per decidere quale esperienza cercare.
Perché autonomia non significa necessariamente non avere limiti: significa poter partecipare alle decisioni su come affrontarli.