Un intervento a 100 metri di profondità: l'esercitazione 'da brividi' del CNSAS

Sotto la neve, dentro la montagna, senza supporti esterni: le attività svolte alla Voragine della Ciuaiera del Soccorso Alpino e Speleologico dimostrano cosa significa davvero essere pronti quando tutto si complica.

 

Ci sono esercitazioni in cui l'obiettivo è addestrarsi, migliorare tecniche, procedure e strategie, altre che diventano dei veri e propri stress test, in cui ogni condizione migliorativa viene esclusa. Nel primo caso si eseguono procedure, nel secondo si costruisce una capacità operativa che deve reggere quando ogni variabile smette di essere favorevole. È esattamente su questo crinale che si colloca l’esercitazione di soccorso speleologico organizzata dalla Prima Delegazione del Corpo Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico - nello scorso fine settimana- alla Voragine della Ciuaiera, nel comune di Ormea, a quota 2.099 metri.

Non è un dettaglio la quota, e non è un dettaglio la neve. Per gran parte dell’anno, l’ingresso della cavità è sepolto sotto metri di accumuli. È una delle condizioni più agevoli per raggiungere il punto di accesso è il trasporto in quota delle squadre. Questo però non è una certezza perché, si sa, in alcune condizioni l'elicottero non arriva. E quando il mezzo aereo non funziona, per meteo, per visibilità, per condizioni del terreno, il soccorso torna a essere ciò che è sempre stato: uomini, materiali e tempo.

È qui che si misura il senso delle decine di migliaia di ore che il CNSAS investe ogni anno nell’addestramento tecnico e sanitario. Non un’esagerazione, ma una necessità. Perché uno scenario come questo non concede margine all’improvvisazione.

Lo scenario

Lo scenario simulato è chiaro: speleologo coinvolto in una caduta a circa 100 metri di profondità, sospetta frattura agli arti inferiori. Ma prima ancora di entrare in grotta, la partita si gioca fuori.

La fase di avvicinamento è, di fatto, già parte dell’intervento. Dodici chilometri su neve, 800 metri di dislivello positivo, accumuli che superano i due metri. Tutto con il materiale tecnico sulle spalle. Sci, ciaspole, ARTVA, sonda, pale. E poi tutto il materiale per la parte speleo: corde, barella, presidi sanitari. Non esiste un trasporto “agevolato”: ogni scelta di materiale è strategica e si traduce in peso sulle spalle in salita. Portare meno significa rischiare di non avere ciò che serve, portare di più significa compromettere i tempi e le energie.

Una volta all’ingresso, cambia il contesto ma non la complessità. La progressione in ambiente ipogeo richiede un’organizzazione rigorosa: squadre che si alternano, gestione delle verticali, comunicazioni ridotte all’essenziale. Il recupero da meno 100 metri non è una singola manovra, ma una sequenza continua di operazioni.

Pozzi da 20 e 40 metri, passaggi meandriformi, frazionamenti. La barella non “sale” come un sacco nel vuoto: viene accompagnata, guidata, protetta. Ogni metro richiede coordinamento.

Le operazioni si sviluppano senza interruzioni per circa dieci ore. Un dato che, letto così, dice poco. Ma significa turnazioni, gestione dello sforzo, controllo delle temperature, monitoraggio continuo del paziente simulato. Significa mantenere lucidità quando la stanchezza diventa un fattore.

Il senso dell'addestramento

È in questo tipo di contesti che si capisce cosa vuol dire essere preparato davvero. Non quando tutto funziona, ma quando niente funziona come dovrebbe. Quando l’elicottero resta a terra, quando i tempi si allungano, quando ogni scelta pesa sulle spalle e sulla psicologia della squadra di soccorso. 

L’esercitazione alla Ciuaiera non è un caso isolato, ma un tassello di un puzzle molto più ampio. Un sistema che si regge su addestramenti continui, spesso invisibili, che occupano migliaia di ore ogni anno. Ore che non finiscono sui giornali, ma che fanno la differenza quando una chiamata diventa intervento e che non fa altro che tentare di strappare ad epiloghi nefasti situazioni talvolta davvero disperate.

Esercitazioni del genere ci ricordano quanto il soccorso in ambiente impervio (grotta, montagna o forra che sia), non sia solo una manovra da manuale, o una procedura sanitaria scritta, bensì approccio corretto, psicologia di squadra e del singolo, allenamento, addestramento. Non cose da supereroi, da angeli del soccorso o altri retoricismi demodé: dedizione, passione, altruismo. Per essere pronti in situazione reale, andando a riaprire quel ricordo di una situazione già affrontata in “tempo di pace”.