'Uno guarda uno': l'incontro con un camoscio, da pari a pari

L'uomo tende a darsi una posizione centrale nel mondo, ma l'ecopoesia ci restituisce una dimensione più defilata, da cui osservare la natura con un prospettiva diversa. In questa puntata di 'Parole in quota', Paola Loreto ci porta a vivere un incontro paticolare al Passo del Corno
Un camoscio nel "suo" ambiente

Come possono fare, le parole della poesia, a dire la sensazione primordiale e dimenticata di appartenenere a un mondo che non è solo nostro? La ecopoesia è la poesia della natura in cui parla un “io” lirico (che spesso è lo stesso poeta, più o meno mascherato) eco-centrico: che si immagina, cioè, come collocato dentro un ecosistema di relazioni e interazioni tra più componenti. Vorrebbe, perciò, farci
accorgere della presenza del nonumano da una posizione marginale, come di chi osserva e nota senza volere turbare l’equilibrio dell’ambiente che si ritrova ad abitare per un momento. Apostrofa l’animale, gli parla, lo ingaggia in una conversazione alla pari, come se fosse un interlocutore capace di agire e interagire. Rende porosi i confini tra quelle che sono state distinte come “specie” animali umana e nonumana per potersi immaginare di attraversarli e avvicinarsi alla mente di un camoscio che ci guarda indietro e chissà, come allo specchio, si interroga su chi siamo e si figura le nostre intenzioni. 

Possiamo parlare con un animale anche senza parole, in montagna: basta essere arrivati fin lì, con il corpo-mente che siamo, che ha capito tante cose sulla vita biologica che abbiamo in comune con gli “altri
della terra” e ha imparato a usare, istintivamente, anche il linguaggio fisico del corpo (l’udito affilato, gli arresti improvvisi, lo sguardo attento, le attese silenti, i segnali di intimazione e di resa) per dire le cose essenziali. E quando c’è appartenenza, coabitazione—e non solo possesso e dispossessamento—allora anche il freddo è solo freddo, e non dà fastidio. Giochiamo a essere un camoscio.

Anzi, due.

Uno guarda uno

omaggio a Robert Frost

Un fischio mi ha inchiodata
al suolo, le racchette
a mezz’aria, la faccia
rivolta in alto come
quando vuoi vedere
cosa viene dopo.
Perché ero al passo
e mi mancava soltanto
di alzare la testa.
Ma lui mi ha intimato
di desistere. E adesso
lo guardo e lo sfido
a voltare gli occhi
per primo. Io so restare
immobile e vietargli
di distinguermi da sé

o dalla sua compagna.
È giovane, bruno,
inesperto e rapido.
Ha paura, ma è a casa
sua. Voglio essere
un’ospite discreta.
Voglio essere sua
per un secondo. Poi
tornerà il mondo. Avrò
fame, forse, forse freddo,
ma non quando ricordo
che ho guardato uno
negli occhi e mi ha guardato
e nessuno ha capito
chi era, e chi era stato.


Stavo salendo per prima e ho svalicato al Passo del Corno, il primo sulla traversata Coca-Curò, quella bassa che porta da un rifugio all’altro per due o tre valloni scoscesi (non ricordo mai quanti: è talmente suggestiva che ti restano solo in mente i profili frastagliati dei fianchi delle montagne e quelle serpentine di sentieri che vanno su e giù portando, apparentemente, a passaggi ardui, che finiscono nel blu,
quando è blu). Mi sono dovuta fermare con i piedi ancora sotto, perché era lì, e mi guardava, come per dire: stai attenta, alt. Non volevo se ne andasse, e mi sono bloccata. L’ho guardato negli occhi, e ho accolto tutto. Volevo fosse lui a dirmi chi era, e cosa voleva, e come e quando. Gli ho letto nello sguardo la mia stessa sorpresa, e interrogazione, e la reciproca collocazione in un solo spazio. In un solo
mondo. Come succede all’io del poeta che parla nella poesia di Robert Frost Due guardano due, che cito scherzosamente nel mio titolo. 

Solo che i suoi erano forse cervi, ed era il New England di inizio Novecento. Ma l’atteggiamento, la comprensione, la condivisione sono gli stessi.