Valfurva, il progetto della nuova funivia si arena tra costi e vincoli ambientali

Il nuovo impianto tra San Nicolò Valfurva e la ski area di Bormio si è scontrato con tempistiche stringenti e il parere negativo della provincia di Sondrio, che non ha approvato la nuova area sciabile: “È un versante ecologicamente integro, ai margini di una ZPS”

 

Per decenni la possibilità di collegare le frazioni basse del comune di Valfurva al Cimino, nel comprensorio sciistico di Bormio, è rimasta solo su carta. Ma oggi il progetto sembra destinato a fermarsi definitivamente, dopo il mancato via libera della Provincia di Sondrio alla nuova area sciabile inserita nel Piano di governo del territorio comunale. La decisione ha reso impossibile rispettare alcuni vincoli temporali per l’ottenimento dei fondi necessari, con la nuova designazione che avrebbe permesso il collegamento della frazione di Sant’Antonio, a poco più di 1300 metri di quota, con la ski area di Bormio sia tramite pista che tramite impianto. 

Il collegamento, che non avrebbe unito il comprensorio di Santa Caterina a quello di Bormio, avrebbe richiesto verifiche più approfondite in merito alla compatibilità con il PTCP e con il PTRA per procedere con la realizzazione. Troppe, inoltre, le problematiche dal punto di vista ambientale secondo i tecnici provinciali, che hanno giudicato non sostenibile l’ampliamento della zona a destinazione d’uso sciistica previsto sul versante: “Le varianti […] riguardano l'ampliamento del dominio sciabile per la realizzazione di una nuova pista e un nuovo impianto di risalita e la realizzazione di un posteggio a servizio degli stessi. Entrambe le varianti interessano elementi della Rete ecologica e andrebbero a frammentare un versante integro, proprio al confine con la ZPS”, affermano nella Valutazione d’Incidenza.  

L’impatto sulle aree della rete Natura 2000

Secondo la Provincia di Sondrio, il progetto avrebbe interessato un versante boschivo ad oggi non compromesso, senza ridurre il traffico sulla rete viaria grazie al nuovo impianto e generando nuovo consumo di suolo: “In assenza di elementi innovativi […] si ritiene che le due varianti debbano essere stralciate”, si legge nel documento. Il progetto, infatti, avrebbe confinato con la Zona di Protezione Speciale del Parco Nazionale dello Stelvio, e avrebbe interessato le Zone Speciali di Conservazione Val Zebrù – Gran Zebrù – Monte Confinale e Valle e Ghiacciaio dei Forni – Val Cedec – Gran Zebrù – Cevedale. 

Il nodo dei finanziamenti per lo stralcio del progetto

Secondo quanto spiegato dal Comune, inoltre, lo stralcio del progetto è avvenuto a causa dei limiti di tempo particolarmente stringenti per l’ottenimento dei 4,5 milioni di euro previsti dal Fondo Comuni Confinanti, bandito ogni sette anni e valido per i comuni che confinano con le Province autonome di Trento e Bolzano: “Attendere una risposta dalla Provincia avrebbe significato perdere tutti i finanziamenti, così abbiamo cambiato natura degli interventi”, afferma Luca Bellotti, Sindaco di Valfurva.

“Le società private non si sono fatte avanti” Luca Bellotti.

Avevamo anche chiesto alle società di impianti se fossero disponibili a partecipare il progetto al 51% per altri 4,5 milioni di euro – prosegue Bellotti –, ma nessuna si è fatta avanti. Per accedere ai fondi dell’FCC avremmo dovuto presentare a settembre i progetti di prefattibilità. Ma senza autorizzazioni e senza alcun tipo di interesse delle società sarebbe stato impossibile”, prosegue il Sindaco di Valfurva. Adesso i 4,5 milioni di euro, poi diventati 5, verranno impiegati su progetti differenti, con 3 milioni destinati a migliorare il decoro urbano, e 2 alla realizzazione di un bypass alla strada realizzata dalla Protezione Civile che collega Sant’Antonio a Santa Caterina: “Verrà utilizzata in caso di smottamenti del Ruinon – afferma Bellotti – dove insiste una delle frane più pericolose delle Alpi, è un collegamento di emergenza. La strada arriva nei pressi della pista Deborah Compagnoni, ma d’inverno attraversare la pista non è possibile. È un bypass che apre anche a nuovi itinerari escursionistici e scialpinistici in zona”. 

Un modello di sci complesso da mantenere

L’episodio di Valfurva riflette una dinamica sempre più diffusa in ambiente montano e osservata recentemente anche nel comprensorio della Doganaccia, tra Toscana ed Emilia Romagna. Espandere ulteriormente le aree sciabili e costruire nuovi impianti in ambienti fragili, infatti, si rivela sempre più difficile grazie alla maggior tutela degli ecosistemi. Allo stesso modo, costi infrastrutturali e cambiamento climatico, con una sempre maggiore necessità di innevamento artificiale a quote medie, stanno ridisegnando i margini dello sviluppo turistico invernale. 

“Stiamo ancora compensando la costruzione della pista Deborah Compagnoni” 

A pesare, nel caso del progetto tra Sant’Antonio e Bormio, è stata anche la sostenibilità economica dell’intervento, testimoniata dall’assenza di operatori privati interessati a sostenerlo e dai costi legati alla gestione di un impianto con stazione a valle a poco più di 1300 metri di quota. Elementi che hanno contribuito allo stallo dell’operazione, ai quali si aggiungono i vincoli della rete Natura 2000. Nel Comune di Valfurva, inoltre, è ancora vivo lo scotto dovuto alla costruzione della pista Deborah Compagnoni tra il 2004 e il 2005 e al disboscamento delle aree interessate: “Dopo 20 anni stiamo ancora effettuando le opere di compensazione imposte dall’Europa”, afferma Bellotti.  

In questo quadro, la discussione si sposta sempre più spesso verso modelli diversi di frequentazione della montagna invernale. Attività meno legate agli impianti di risalita e più autonome, come scialpinismo ed escursionismo, che non richiedono opere a terra e che limitano la cementificazione dei versanti. Una prospettiva sulla quale è intervenuto anche Bellotti, con l’aggiunta di un auspicio: “Bisogna trovare un giusto equilibrio in cui includere altre attività e valorizzare l’area protetta, ma bisogna anche creare un’economia associata. Sul no ai nuovi impianti, aggiungo che il problema più grande della montagna è lo spopolamento. Se i giovani se ne vanno gli effetti si vedono anche in pianura”.