Vetta del Kanchenjunga per Gian Luca Cavalli e Jerzy Krzyzowski

I due alpinisti hanno raggiunto la vetta della terza montagna più alta della Terra in stile alpino e senza ossigeno, nè supporto di sherpa. Per l'accademico del CAI un risultato importante, dopo un 2025 sfortunato
Il Kanchenjunga © FB Seven Summit Treks

Il Kanchenjunga torna al centro dell’alpinismo himalayano: il 20 maggio l’italiano Gian Luca Cavalli e il polacco Piotr Jerzy Krzyzowski hanno raggiunto la vetta della terza montagna più alta della Terra, 8.586 metri, senza ossigeno supplementare e senza il supporto di sherpa. Una salita in stile alpino, lontana dalla logica delle spedizioni commerciali agli Ottomila.

I due hanno raggiunto la vetta dopo che il vento aveva spazzato la montagna per diversi giorni, costringendo la squadra addetta al posizionamento delle corde fisse a ritirarsi e rendendo le condizioni piuttosto difficili. Stando ai dati di Seven Summit Treks, agenzia organizzatrice della spedizione, il polacco avrebbe raggiunto la cima al mattino presto, mentre Cavalli sarebbe arrivato in vetta intorno alle due del pomeriggio.

Entrambi sono poi scesi in sicurezza al campo avanzato e dovrebbero raggiungere oggi il campo base.

Sulle tracce di Vittorio Sella 

L’impresa sul Kanchenjunga assume anche un valore simbolico particolare per Gian Luca Cavalli e per la città di Biella. “L’alpinista si è infatti mosso idealmente sulle tracce di Vittorio Sella, il grande esploratore biellese che completò il periplo del Kanchenjunga nel 1899, attraversando territori allora remotissimi come il Sikkim, la valle di Lungma e il passo Jonsong-La, a oltre 6.300 metri. Durante questa spedizione, Sella realizzò alcune fotografie che hanno fatto la storia dell’alpinismo himalayano, raccolte nel libro di Douglas William Freshfield ‘Round Kangchenjunga’” ha riportato Andrea Formagnana, Presidente del CAI di Biella. 

Gian Luca Cavalli

Per Cavalli, 61 anni, si tratta di uno dei risultati più importante della sua carriera himalayana. L’alpinista biellese, accademico del CAI e istruttore della scuola Guido Machetto, negli ultimi anni aveva già attirato l’attenzione per imprese di rilievo: nel 2024 aveva guidato la spedizione del CAI Biella in Karakorum, culminata con il raggiungimento della vetta da parte di Tommaso Lamantia, e in cui Cavalli e Rosales erano arrivati in vetta al Broad Peak. Nella 2025 Cavalli aveva tentato il K2, dovendo rinunciare a causa delle condizioni meteo, ed era poi partito per l’Annapurna insieme al peruviano César Rosales. L’obiettivo era tentare una nuova linea sullo sperone nord-ovest della montagna, sulle tracce del progetto incompiuto di Guido Machetto del 1973. 

Quella spedizione all’Annapurna era stata segnata da un grave incidente: Cavalli era stato travolto da una valanga tra il campo 2 e il campo 3 durante il tentativo di vetta, riportando fortunatamente solo ferite lievi. 

Nel curriculum di Cavalli figurano molte altre imprese alpinistiche: ha partecipato alla prima spedizione italiana su un settemila in Kazakistan, ha aperto nuove vie nel Pamir, ha scalato in Pakistan, Kirghizistan, Marocco, Scozia, Giordania, Canada, Stati Uniti e perfino in Antartide. Una sua salita nel Karakorum pakistano è stata candidata ai prestigiosi Piolet d’Or 2018.

 

Cavalli in vetta al Broad peak © archivio Gian Luca Cavalli

Il Kanchenjunga

Il Kanchenjunga, fino al 1852 ritenuto la montagna più alta della Terra, è meno frequentato rispetto a Everest o Manaslu e conserva una reputazione severa, soprattutto a causa dei lunghi tratti esposti e del meteo instabile.

Anche per questo le ascensioni senza ossigeno supplementare sul Kanchenjunga sono pochissime nella storia della montagna. La prima risale al 1979, quando Doug Scott, Peter Boardman e Joe Tasker completarono una nuova via lungo la cresta nord senza utilizzare bombole. Negli anni successivi il Kanchenjunga senza ossigeno è rimasto terreno per pochi specialisti: tra i nomi più celebri figurano Carlos Carsolio, autore nel 1992 di una salita in solitaria senza ossigeno, e i grandi polacchi dell’epoca d’oro himalayana come Jerzy Kukuczka e Krzysztof Wielicki. 

 

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