Un esemplare di orso bruno eurasiatico fotografato in Croazia © Anil Öztas, wikicommons
Filippo Zibordi, zoologo e divulgatore © Filippo Zibordi
Un esemplare di sciacallo dorato, molto meno diffuso del lupo in Trentino © Bishnu Sarangi, pixabay
Un esemplare di lupo appenninico © Jairo S. Feris Delgado, wikicommons
Un esemplare di orso bruno eurasiatico in Svizzera, durante un momento di riposo © Joshua Lutz, wikicommons
Nel Rapporto grandi carnivori 2025, pubblicato nei giorni scorsi dalla Provincia autonoma di Trento, i numeri raccontano una situazione di apparente stabilità fatta di 118 orsi stimati e 22 branchi di lupi. Ma, secondo Filippo Zibordi, zoologo e divulgatore, dietro questo rallentamento nella crescita delle popolazioni si nascondono alcuni segnali: “Per la prima volta dalla fine del progetto di reintroduzione – spiega – la crescita della popolazione di orsi sembra essersi arrestata, ed è un dato che può essere letto in due modi. Da una parte, può indicare che la popolazione ha ‘tenuto’, nel senso che quantomeno non è diminuita. Dall’altra, che non è cresciuta quanto avrebbe dovuto o potuto”.
Secondo lo zoologo, il dato rappresenta un campanello d’allarme dovuto soprattutto alle stime riproduttive degli esemplari femmina, che possono arrivare a riprodursi ogni due o tre anni in età fertile: “È un dato che può far scaturire una certa preoccupazione, soprattutto alla luce della fortissima contrarietà sociale in Trentino soprattutto dopo la morte di Andrea Papi e agli atti di bracconaggio registrati, ma per ora senza allarmismi”. Una lettura che viene condivisa anche da Davide Berton, coordinatore del gruppo di lavoro nazionale Grandi Carnivori del CAI, secondo cui il rapporto va interpretato “alla luce della sempre più scarsa accettazione sociale verso questi animali”. Per Berton, infatti, i dati possono essere considerati “sostanzialmente positivi, non tanto dal punto di vista biologico o di dinamica ma proprio per il clima sempre più acceso che ruota attorno a questi temi”.
La diminuzione dei branchi di lupo, tra metodo e bracconaggio
Appare complessa anche la situazione del lupo, che ha visto passare il numero di branchi da 27 a 22 di rilevazione in rilevazione: “In questo caso l’interpretazione è un po’ più dubbia. Alcuni branchi sono stati conteggiati in Alto Adige, ma anche in questo caso un piccolo campanello d’allarme deve suonare. I 27 esemplari rinvenuti morti nel 2025, in buona parte bracconati tra avvelenamento e cause sconosciute devono comunque far pensare, ma i numeri rimangono comunque buoni in termini di esemplari”.
“L'aumento del numero di lupi e orsi ha portato, purtroppo, a più bracconaggio e investimenti", Berton.
Anche Berton sottolinea, inoltre, come l’aumento della presenza dei grandi carnivori stia comportando una maggiore incidenza delle morti per cause antropiche: “È risaputo – aggiunge – e credo evidente ormai a tutti, come l’aumento della presenza soprattutto del lupo e dell’orso in certe realtà locali porti con sé purtroppo anche una maggiore incidenza di morti per causa antropica, soprattutto per investimenti, così come per atti vili e ingiustificabili come il bracconaggio, che incidono in Trentino come in tutta Italia”.
Lince e sciacallo, due traiettorie opposte
E se, per la lince, il rapporto non registra alcuna novità, lo sciacallo dorato continua invece a consolidare la propria presenza sul territorio del Trentino: “La lince è assente dal Trentino – afferma Zibordi –, ma ci sono stati avvistamenti in zone limitrofe come in Val Venosta [dato non riportato nel report, anche perché risalente a marzo 2026, ndr]”. Prosegue in senso opposto, invece, l’evoluzione dello sciacallo dorato, stimato in quattro nuclei riproduttivi nella sola Provincia di Trento. Questa specie, secondo lo zoologo, è destinata ad attestare maggiormente la sua presenza nei prossimi anni: “Lo sciacallo è molto adattabile, ancora più del lupo, e ci sono molti altri territori in cui potrebbe espandersi. Ha un basso livello di conflitto con le attività umane perché preda soprattutto animali da cortile e non da pascolo, e anche per questo viene percepito come molto meno problematico e viene contrastato meno, anche dal punto di vista del bracconaggio”, aggiunge.
Opere di prevenzione, i danni sono in calo ma la paura rimane
Secondo Zibordi, inoltre, le opere di prevenzione finanziate negli ultimi anni dalla Provincia tra recinzioni, cani da guardiania e indennizzi stanno producendo effetti concreti, soprattutto sul fronte dei danni causati dai grandi carnivori: “Tutta questa attività legata alla prevenzione dei danni è lodevole e necessaria, e secondo me sta dando i suoi frutti”. Un’impressione confermata anche dai dati contenuti nel rapporto, che mostrano un calo dei danni attribuiti all’orso e un aumento contenuto di quelli provocati dal lupo, segno che il territorio si starebbe “adeguando molto bene alla coesistenza” dal punto di vista tecnico.
“L'orso è più pericoloso del lupo, ma l'uomo crede il contrario”, Zibordi.
Tuttavia, il miglioramento dei dati non si sta traducendo in automatico in una diminuzione del conflitto sociale attorno alle due specie maggiormente diffuse: "La percezione pubblica dei grandi carnivori si divide tra il tema della sicurezza, molto sentito dal cittadino medio, e quello dei danni materiali, che riguardano soprattutto gli allevatori, ma sono ambiti che spesso rimangono separati. Il vero problema pubblico è quello legato alla percezione della sicurezza, non ai danni che provocano”, e aggiunge: “Per l’uomo, l’orso è più pericoloso del lupo, e lo testimoniano le oltre dieci aggressioni in Trentino. Il lupo, però, viene spesso percepito come molto più aggressivo, magari a causa anche di un clima culturale fatto di licantropi, lupi mannari e tutto ciò che da sempre abbiamo cucito addosso alla sua specie. Mediamente il lupo fa anche più danni, e se l’orso può essere contenuto col lupo invece è una battaglia molto dura, specialmente con gli allevamenti all’aperto ad alta quota di pecore e bovini”.
Inbreeding e dispersione: il futuro genetico degli orsi del Brenta
Ad emergere dal rapporto, inoltre, è soprattutto il tema della delicata variabilità genetica della popolazione di orso bruno. Secondo lo zoologo e divulgatore, l’espansione degli areali delle femmine è innanzitutto “un segnale positivo” che era stato previsto fin dall’inizio dal progetto Life Ursus: “L’idea era che la popolazione del Trentino diventasse una popolazione satellite collegata a quella sorgente slovena, con continui scambi genetici”. Una dinamica già osservabile nei maschi, che da anni si spostano verso altre aree alpine e verso la Slovenia, mentre oggi anche le femmine starebbero iniziando a stabilizzarsi fuori dal Trentino occidentale.
“Non siamo ancora a valori critici di inbreeding”, Zibordi.
Un fenomeno che, per Zibordi, testimonia anche che il territorio stia raggiungendo una certa “capacità portante”, che quando viene raggiunta vede gli animali allontanarsi spontaneamente alla ricerca di nuovi territori: “È il segno che gli orsi sanno regolarsi da soli e che non cresceranno all’infinito come spesso si sente dire”.
A richiedere una particolare attenzione, però, è la condizione genetica della popolazione col rapporto che evidenzia un leggero aumento dell’indice di inbreeding, cioè il grado di parentela tra gli individui: “È un valore che viene accompagnato da una diminuzione della variabilità genetica rispetto agli ultimi anni, per adesso non siamo davanti a valori critici ma in prospettiva il problema potrebbe diventare serio”. Secondo lo zoologo, infatti, il nodo principale è l’isolamento della popolazione alpina rispetto a quella balcanica: “Stiamo parlando di una popolazione troppo piccola per mantenersi nel lungo periodo se non si realizzerà la connessione con quella slovena. Gli orsi del Trentino sono tutti figli di due soli esemplari maschi, ne furono rilasciati tre ma uno è scomparso poco dopo l’immissione nel territorio”.
Convivenza tra popolazione e grandi carnivori: manca la fiducia
Il grosso problema relativo alla coesistenza tra grandi carnivori e popolazione, secondo Zibordi, trascende però i numeri pubblicati nel report e intacca la dimensione della fiducia tra cittadini e pubblica amministrazione: “Servirebbe abbassare il livello del confronto alle amministrazioni comunali, alcune persone confutano anche i dati della Provincia. Ad un piano locale i problemi più piccoli si potrebbero evidenziare meglio, andando a trovare soluzioni mirate e puntando a ricostruire quel patto sociale che secondo me oggi non c’è più”, conclude lo zoologo.
“La conservazione di queste specie deve passare da un nostro abbassamento dei toni”, Berton.
“Lo scenario complessivo purtroppo è preoccupante non solo su scala locale ma anche nazionale – aggiunge Berton – e malauguratamente si autoalimenta da solo, spesso con un’informazione sensazionalistica e grazie ai social-media dove questioni molto complesse come quelle sui grandi carnivori in rapporto con la presenza antropica, sono liquidate con slogan ad effetto e soluzioni semplici, semplicistiche se non addirittura definitive. Il futuro di conservazione per queste specie dovrà passare necessariamente per un abbassamento dei toni, dal ridare fiducia agli indirizzi di gestione dati da tecnici ed esperti del settore e da una presa di coscienza della classe politica che deve tornare quanto prima a lavorare in sinergia con quest’ultimi per decidere nell’ottica della conservazione e della accettazione sociale, senza strizzare troppo l'occhio al consenso politico che porta a deragliare e ad annebbiare la visuale sull'obiettivo finale”, conclude il coordinatore del gruppo di lavoro nazionale Grandi Carnivori del CAI.