103 anni: Giuseppe Dellantonio, la guida alpina più longeva d'Italia

Festeggiato domenica scorsa nella nativa Val di Fassa, è un testimone importante della montagna e dei suoi cambiamenti. "La montagna, oggi, è fragile e imprevedibile, cosa che la rende più simile a noi di quanto fosse un tempo"

Una vita trascorsa ai piedi della Marmolada, montagna che cita costantemente, e la tendenza a parlare più degli ‘amici’ che dei ‘clienti', anche se a volte i due termini si confondono perché in montagna “anche i clienti diventano amici”. Mentre parliamo con Giuseppe Dellantonio (o ‘Bepi Tasin'), riusciamo ad immaginarcelo negli anni Cinquanta, coi calzoni di fustagno dalle tasche lunghe, per farvi stare i chiodi, il martello da roccia appeso al collo e il sorriso di chi la montagna l'ha scelta come passione, prima che come professione. 

I festeggiamenti

Domenica mattina, in una giornata di celebrazioni a lui dedicate, Dellantonio ha attraversato il paese di Campitello di Fassa in carrozza, scortato da Ivan Vian, presidente dei Ciamorces de Fasha, Almo Giambisi, fondatore del gruppo, e l'inossidabile Rina Chiocchetti, arrampicatrice fassana classe 1931, la cui storia meriterebbe un articolo a parte. Il tutto per festeggiare non soltanto il suo primato di guida alpina più longeva d'Italia, ma per riconoscere in Giuseppe un esempio da seguire e un testimone importante della montagna e dei suoi cambiamenti, “da affrontare con conoscenza, rispetto e un amore smisurato”.

Com'è andata la festa di domenica? Si aspettava un calore così grande?

Direi molto bene. E no, non mi aspettavo davvero una così grande partecipazione: è stato parecchio commovente incontrare gli amici e le giovani leve che ho visto crescere negli anni, tutti quanti lì per festeggiare con me.

Lei è nato nel 1923 e il suo amore per la montagna è cresciuto subito dopo.

Vivendo qui sono stato piuttosto precoce. Ma una delle mie prime esperienze in montagna è stata quella assieme ad un maestro di scuola, che dapprima aveva iniziato a portarci per sentieri per poi avvicinarci anche gradualmente al mondo della roccia. Ricordo che ai tempi c'era il sabato fascista, giorno dedicato alle attività ginniche e di propaganda del regime. Il mio maestro, piuttosto che farci marciare, preferiva portarci in gita. Fu così che raggiunsi per la prima volta il monumento a Christomannos, vicino al rifugio Roda di Vael. Una possente aquila di bronzo, che era stata costruita ancora nel 1912 e che, al tempo, mi fece una grande impressione.

Nel 1952 diventò poi guida alpina.

Esattamente. Prima ho superato l'esame da portatore nel 1949 e poi nel 1952 sono stato promosso a guida alpina, nientemeno che dal mio istruttore di allora, il Re del Brenta, Bruno Detassis. A quei tempi però nessuno di noi pensava che quello di guida sarebbe stato il nostro mestiere principale. Qui in Val di Fassa, per esempio, come guide si lavorava solamente nei mesi di luglio e agosto, al limite settembre. La mia prima vera professione è perciò stata, per tutta la vita, quella di falegname. E anche Ivan Vian, l'attuale presidente dei Ciamorces, è falegname.

“Nel 1952 sono stato promosso a guida alpina, nientemeno che dal mio istruttore di allora, il Re del Brenta, Bruno Detassis” Giuseppe Dellantionio

A proposito di Ciamorces, quando è entrato a far parte del gruppo e perché ne sentiva il richiamo?

I Ciamorces de Fasha sono nati nel 1969 grazie a Almo Giambisi e Carlo Platter, con l'obiettivo creare un gruppo simile ai Ragni di Lecco o agli Scoiattoli di Cortina, capace di promuovere un alpinismo competente e di alto livello nella valle. Bisognava presentare un proprio curriculum e ovviamente essere guide alpine. Per me, che abitavo qui, era un autentico onore provare a farne parte e fui davvero molto felice di riuscirvi.

La montagna dei bambini

Di tutte le sue giornate come guida alpina, ce n'è qualcuna che ricorda con maggiore piacere e nitidezza?

Mi è capitato, alcune volte, di portare in montagna dei gruppi di bambini, che mi affidavano le loro mamme. Si trattava spesso di famiglie in vacanza e dovevo andarli a prendere negli alberghi, dare loro le prime raccomandazioni e partire. Quando avevo iniziato a fare il falegname mi era stato detto che il mestiere dovevo rubarlo, osservando gli altri. Ed è lo stesso consiglio che davo anche a loro: “guardate me e seguite le mie istruzioni, guai a chi sgarra”. Erano giorni molto felici per me, vedere la gioia e la fatica negli occhi di questi giovanissimi. Il più agile lo mettevo in coda al gruppo, così imparava ad aiutare gli altri, mentre i più affaticati subito dietro di me, il che li rendeva maggiormente sicuri. Ricordo che quando arrivammo al rifugio, uno di loro mi disse che voleva il timbro del rifugio sulla fronte, per mostrare a tutti che era riuscito a salirvi.

Allo stesso modo, vi è stato qualcuno che ha insegnato a lei ad andare in montagna e che ricorda meglio di chiunque altro?

Sono talmente tanti gli amici e gli insegnanti che farei un torto a tutti quanti, ricordandomene solo qualcuno. Ma c'è invece un consiglio che mi sento di dare io, alle guide alpine e ai nuovi appassionati di alpinismo.

“Consiglio di conoscere, studiare e amare davvero la montagna, per quello che è e non per come vorremmo che fosse”. 

Quale?

Quello di conoscere, studiare e amare davvero la montagna, per quello che è e non per come vorremmo che fosse. Nella mia vita, ho percorso vie che oggi non ci sono più, perché crollate insieme ad alcune frane. La montagna, oggi, è fragile e imprevedibile, cosa che la rende più simile a noi di quanto fosse un tempo. È una tristezza ma anche un privilegio: solo chi la rispetta e ama veramente può riuscire ancora a frequentarla e insegnarla agli altri, dei quali - come guide alpine - abbiamo in affidamento le vite. La responsabilità non è negoziabile.