K2 1986, Agostino Da Polenza al campo base
K2 1986, il campo-base di Quota 8000 © Ev-K2-CNR
Il K2 da Concordia © Stefano Ardito
K2 1986, campo-base di Quota 8000 © Ev-K2-CNR
K2 1986, verso la vetta © EV-K2-CNR
K2 1986, la vetta © Ev-K2-CNR
Renato Casarotto
Kurt Diemberger
Quando si parla di tragedie ad alta quota, e non si vuol tornare alle spedizioni degli anni Trenta al Nanga Parbat, si citano gli otto morti del 1996 sulla cima più alta della Terra, resi celebri da Aria sottile, il best-seller di Jon Krakauer e dal film Everest di Baltasar Kormákur. Sul K2 dieci anni prima, però, i morti erano stati tredici, e di quel dramma non si parla quasi mai.
Agostino Da Polenza, alpinista e imprenditore bergamasco, è tornato per l’ultima volta sul K2 nel 2024, dirigendo la spedizione organizzata dal CAI, a 70 anni dalla prima ascensione della montagna.
Un salto nel tempo
Nel 1983, a 28 anni, era arrivato sulla vetta dal versante cinese, quarto alpinista italiano a toccare quota 8611 dopo Achille Compagnoni, Lino Lacedelli e Reinhold Messner. Nell’estate del 1986, invece, Da Polenza era impegnato sul versante pakistano del K2, e sul vicino Broad Peak, come leader della seconda spedizione del progetto Quota 8000, al quale si erano aggregati Benoît Chamoux, Kurt Diemberger e Julie Tullis.
In quei giorni terribili ha visto morire un amico come Renato Casarotto, insieme al quale aveva scalato qualche anno prima in Perù e ha assistito da vicino ad altri terribili drammi, costati la vita ad alpinisti di prim’ordine come Alan Rouse, Tadeusz Piotrowski e altri ancora. Oggi però non
ha dubbi. “A noi di Quota 8000 non sarebbe potuto accadere”.
Agostino Da Polenza, cosa significa “a noi non sarebbe potuto accadere”? Eravate più bravi degli altri? O più fortunati?
No, eravamo meglio organizzati, e questo nelle spedizioni sugli “ottomila” conta molto. Posso ricordare cos’era Quota 8000?
Prego...
Era un progetto organico, partito dal marketing e arrivato all’alpinismo, che puntava a salire tutti gli 8000 in pochi anni - allora le collezioni ultraveloci di oggi erano impensabili-, per poi utilizzare il marchio sul mercato. Nel team c’erano manager e comunicatori di prim’ordine, gli alpinisti dovevano fare solo gli alpinisti.
E questo cosa c’entra con quello che è accaduto nell’estate del 1986 sul K2?
C’entra perché eravamo organizzati, gerarchici, in grado di prendere delle decisioni e rispettarle. Mi dispiace dirlo, ma a causare le ultime vittime di quell’estate, bloccate sullo Sperone Abruzzi nella tempesta e non più in grado di scendere, è stata la scelta di salire senza organizzazione,
senza nemmeno calcolare le tende e il cibo necessari. Sembrava un grande happening, e sul K2 un errore come quello si paga.
“A causare le ultime vittime di quell’estate, bloccate sullo Sperone Abruzzi nella tempesta e non più in grado di scendere, è stata la scelta di salire senza organizzazione”
Per le prime tragedie dell’anno, però, le cose sono state diverse...
Sì. Il nostro primo obiettivo era la Magic Line, e il 21 giugno ero su quella via, sopra la Sella Negrotto, con Tullio Vidoni e Gianni Calcagno. Renato Casarotto era ancora più in alto, da solo. Un macigno che si è staccato dalla cresta ha tagliato il pendio sotto alla sella, e ha staccato la valanga che ha ucciso gli americani Alan Pennington e John Smolich. Non si poteva fare nulla.
La scomparsa di un amico
Ha citato Renato Casarotto. Anche per lui non c’è stato nulla da fare...
Dopo la morte degli americani, noi abbiamo deciso di abbandonare la Magic Line e di seguire la normale lungo lo Sperone Abruzzi, mentre Renato è rimasto lì da solo. La sera del 16 luglio, mentre scendeva slegato sul ghiacciaio, è caduto in un crepaccio. Lo abbiamo tirato fuori vivo, ma è morto poco dopo. Ero e sono molto amico di sua moglie Goretta, ero in tenda con lei quando Renato ha detto alla radio “Gori, sto morendo”. Sono stati dei momenti terribili.
“Ero e sono molto amico di sua moglie Goretta. Ero in tenda con lei quando Renato chiamò. Sono stati dei momenti terribili”.
Intanto voi eravate arrivati in cima per lo Sperone. Non siete stati fortunati? Il tempo non è stato sempre brutto?
No. Complessivamente, per il K2, quella del 1986 è stata un’estate di bel tempo. C’era un ritmo regolare, tre giorni di bel tempo, uno di peggioramento e poi qualche giorno di brutto. Gianni Calcagno, Soro Dorotei, Tullio Vidoni, Martino Moretti e Joska Rakoncaj sapevano di dove salire
in due giorni e lo hanno fatto. Chamoux, che aveva già stabilito un record di 19 ore sul Broad Peak, ce l’ha fatta in 24 ore.
Poi però, come lei ha detto, è iniziato l’happening. Come ha fatto Kurt Diemberger, un alpinista di straordinaria esperienza, a restare intrappolato anche lui? Dopo la tragedia, ha commosso il mondo con il libro e il film K2 la storia infinita. Ma prima?
Perché Kurt, che è un alpinista straordinario, quando è davanti al K2 diventa un innamorato e non si controlla più. Quando noi siamo ripartiti mi ha detto “resto qualche giorno” senza spiegarmi che voleva tentare la cima, poi si è infilato con Julie in quel gruppone senza capo né coda. Anche Alan Rouse deve aver fatto un errore del genere.
Pensa davvero che sul K2, con i mezzi e l’organizzazione di oggi, una strage come quella del 1986 non potrebbe più accadere?
Siamo chiari. Incidenti come quello degli americani sulla Magic Line possono accadere, un alpinista slegato può morire come Renato Casarotto, e lo stesso vale se si perdono i ramponi come Piotrowski. Ma una strage come quella degli alpinisti bloccati al campo 4 non sarebbe possibile. Può non piacere, ma oggi è tutto molto più organizzato. Se i leader dei grandi team commerciali, a iniziare dal mio amico Dawa di Seven Summit Treks, decidono che si deve scendere non c’è niente da fare. Magari qualcuno protesta, ma poi tutti scendono.
“Oggi una strage come quella degli alpinisti bloccati al campo 4 non sarebbe possibile”.
La natura comanda
Oggi ci sono previsioni del tempo migliori, un abbigliamento migliore, corde fisse migliori. Ma se qualcuno viene bloccato dalla bufera sul K2 è possibile salvarlo oppure no?
La risposta è no. Se il maltempo si scatena davvero, nemmeno i migliori sherpa delle spedizioni commerciali possono salire a recuperare degli alpinisti bloccati in alto. Nel 2024, il soccorso di Benjamin Védrines e compagni che ha salvato la vita a Marco Majori è stato possibile perché il tempo era ancora discreto. Quando una vera bufera investe il K2, chi non scende in tempo muore.