11 ore d'inferno: Holeček e Petreček rinunciano al Nanga Parbat

Il caldo anomalo costringe Marek Holeček e Tomáš Petreček alla ritirata dalla parete Rupal del Nanga Parbat. Tornati al campo base, il ceco racconta il crollo psicologico del compagno e di avere rinunciato anche all'idea di un tentativo in solitaria

 

Partiti alla fine di giugno per il Pakistan, Marek Holeček e Tomáš Petreček erano tornati ai piedi della gigantesca parete Rupal del Nanga Parbat per riprendere un progetto rimasto incompiuto nel 2018: l'apertura di una nuova via in stile alpino sulla parete più estesa al mondo. Per Holeček si trattava della terza volta sulla Rupal, dopo un tentativo in solitaria nel 2011, interrotto a circa 7.400 metri per l'instabilità della neve, e quello del 2018 con Petreček, concluso a circa 7.800 metri a causa di venti superiori ai 100 km/h. Nel 2012 il ceco aveva comunque raggiunto la vetta del Nanga Parbat lungo la via Kinshofer, sulla parete Diamir.

Dopo quattro giorni sulla parete, anche quest'anno i due alpinisti sono stati costretti alla ritirata. A determinare la decisione sono state le temperature insolitamente elevate, che hanno trasformato la Rupal in una trappola di continue scariche di pietre e ghiaccio.

Fuggire prima che il demone si svegli

Nel racconto pubblicato al termine della quarta giornata, Holeček descrive la partenza nel cuore della notte dopo oltre trenta ore trascorse rannicchiati in tenda.

"I primi movimenti alla luce della frontale erano il ritratto della disarmonia. Restare accovacciati in tenda per oltre trenta ore lascia il segno. Anche i polmoni si rifiutano di ripartire subito, ma non potevamo permetterci ritardi. Non appena il sole illumina la parete, il demone si sveglia. Non c'è modo di stabilire da dove arriverà, ma sta sicuramente aspettando il momento giusto".

“Restare accovacciati in tenda per oltre trenta ore lascia il segno. Anche i polmoni si rifiutano di ripartire”. Marek Holeček

Il ceco si riferisce all'instabilità della parete, accentuata a dismisura dal caldo anomalo. "Di notte quasi non gelava, perfino a queste quote. È un'anomalia, ma succede, ed è successo a noi".

I due si lanciano dunque nella discesa per una via diversa da quella di salita, una complicata danza con la parete dove un singolo errore potrebbe costare carissimo. "Abbiamo attraversato gli ultimi 400 metri senza pensare a cosa sarebbe potuto succedere, concentrati soltanto a non sbagliare un movimento. Cadere sarebbe significato una sola cosa".

"Eravamo concentrati soltanto a non sbagliare un movimento. Cadere sarebbe significato una sola cosa".

Una volta superate anche le valanghe di blocchi di ghiaccio ai piedi della parete, l'incontro con l'amico Pako, avvisato via satellite del loro arrivo, ha segnato la fine dell'incubo. "Undici ore sono bastate per passare dall'inferno al paradiso".

Questione di scelte

Al campo base, finalmente al sicuro, Holeček racconta la sensazione di rinascita dopo giorni vissuti sotto pressione. Bere un semplice caffè solubile, lavarsi o persino lavarsi i denti tornano a essere piccoli lussi, mentre il prato fiorito del campo base diventa il simbolo del ritorno alla vita. Ma ecco che arriva il momento delle decisioni. Le previsioni meteo annunciano finalmente una lunga finestra di bel tempo e il ceco si sente ancora in ottima forma fisica. L'idea di tentare nuovamente la montagna sembra tutt'altro che impossibile.

È allora che interviene il compagno Tomáš Petreček. "Máro, io mi fermo".

Holeček prova a convincere il compagno a riflettere. Gli ricorda che il fallimento del primo tentativo non è dipeso da loro, ma esclusivamente dalle condizioni della parete, e che entrambi sono tornati al campo base illesi. Ogni tentativo, però, si rivela inutile. "Insistere sarebbe stato un errore. Un alpinista che non ha più fiducia nelle proprie possibilità non può essere convinto a tornare su una parete come la Rupal". 

"Un alpinista che non ha più fiducia nelle proprie possibilità non può essere convinto a tornare su una parete come la Rupal". 

Anche Holeček rinuncia

Rimasto senza compagno, Holeček prende in considerazione l'idea di affrontare la montagna da solo, tornando dove in passato - era l'anno 2011- aveva già salito in solitaria la rupal fino a circa 7.300 metri. Dal punto di vista fisico e tecnico ritiene di avere ancora le capacità necessarie. Ma, dopo una lotta interiore tra la voglia di scalare e la consapevolezza di dover rinunciare, ammette di non avere la forza interiore né la determinazione per affrontare la parete da solo.

Con questa ammissione si chiude anche l'ultima possibilità di proseguire la spedizione. Dopo tre tentativi sulla parete Rupal nell'arco di quindici anni, il sogno di aprire una nuova via dovrà attendere ancora.