'342 ore sulle Grandes Jorasses', determinazione e speranza per sopravvivere al dramma

In questo grande classico dell'alpinismo, René Desmaison accompagna il lettore attraverso la tragica Direttissima a Punta Walker. "Bisogna essere forti, più forti che mai: la morte non guarda in faccia a nessuno, bisogna affrontarla di petto"

 

342 ore sulle Grandes Jorasses è giustamente considerato uno dei classici della letteratura di alpinismo, ma lo stile con cui René Desmaison racconta il dramma vissuto in prima persona sulla Direttissima alla Punta Walker è talmente coinvolgente e pregno di suspence da portarlo oltre il genere.

Il dramma all'orizzonte

La vicenda di cui tratta il libro è ben nota, al pari, per capirci, della tragedia del Pilone Centrale del Freney. Nel febbraio del 1971, l'alpinista francese rompe gli indugi e decide di aprire una nuova via sullo sperone Walker delle Grandes Jorasses insieme alla giovane guida alpina Serge Gousseault. Ma, durante l'ascesa, la cordata incontra vari problemi, Serge è in difficoltà e la sua progressione si fa sempre più difficoltosa. A soli 80 metri dalla cima, con le corde danneggiate per una caduta di sassi, i due vengono definitivamente bloccati da una tremenda tempesta. Dopo dodici giorni di sofferenze, Gousseault muore per sfinimento. Desmaison verrà recuperato dopo altri tre giorni, al termine di una operazione di salvataggio che accenderà grandi polemiche, per i ritardi e le omissioni che l'avevano caratterizzata.


L'alpinismo di Desmaison e lo stesso Desmaison sembrano segnati per sempre dalla tragedia, ma la tempra dell'uomo ha la meglio sulle discussioni e sulle accuse. Il grande travaglio interiore che segue la vicenda non impedisce a René di trovare nuova forza e - se non entusiasmo- ferma determinazione. Solamente un anno più tardi compie un’incredibile prima solitaria dell’integrale di Peuterey. Quindi, nel gennaio del 1973, decide di onorare la memoria del compagno, tornando sullo sperone Walker e terminando la via in compagnia di Michel Claret e Giorgio Bertone.

Ore terribili

Chi legge 342 ore sulle Grandes Jorasses ovviamente sa già come andrà a concludersi la vicenda, eppure è impossibile rimanere estranei alle speranze, alle inquietudini, alle sofferenze patite da Desmaison. L'abilità dello scrittore trasporta una riga dopo l'altra il lettore verso l'obiettivo prima sognato, verso la vetta e poi dentro il baratro di una tragedia che in montagna, come spesso accade, si materializza un minuto alla volta, quasi impercettibilmente. Il senso di sventura aleggia sulle pagine fin dal principio e non potrebbe essere altrimenti ma, come nei migliori libri di alpinismo, emerge con straordinaria forza la fame di vita del protagonista.

 

È una volontà che tiene Desmaison ancorato alla roccia e a una speranza che non è semplice attesa, ma una consapevole lotta per la sopravvivenza. In questo breve estratto, Serge è ancora vivo ed entrambi combattono. Con una consapevolezza limpida: opporsi al destino non è una semplice questione di resistenza fisica.


"Mi sanguina il cuore mentre parlo così, ma non è certo il momento di piangere. Bisogna essere forti, più forti che mai: la morte non guarda in faccia a nessuno, è inesorabile, senza pietà. Bisogna affrontarla di petto, respingerla con tutte le proprie forze, in modo che sappia, che capisca che noi non ci arrendiamo. Che per noi non tutto è ancora perduto. (...) Non ho paura. Non vedo neppure più il lato tragico della situazione in cui ci troviamo. Mi sto battendo. Ci stiamo battendo. E quelli che sperano riescono a battersi meglio degli altri".

 

Buona lettura!