Un mosaico raffigurante l'orso dell'Atlante, oggi estinto © criptozoology
Le località in cui sono stati individuati i resti di orso dell'Atlante © Marco Pili, datawrapper
Un'orso nero americano (Ursus americanus) fotografato mentre mangia delle bacche © GlacierNPS, wikicommons
L'orso marsicano è una delle sottospecie di Orso bruno più erbivore, con oltre l'80% della dieta composta da vegetali © Mykola Pokalyuk, wikicommons
Jbel Tidighin, la vetta più alta delle montagne del Rif, nel Marocco centrale © Jesús Ruiz Villena, wikicommons
Un orso bruno “più erbivoro degli erbivori" con cui condivide il territorio. È la scoperta che emerge da uno studio recentemente pubblicato su Palaeogeography, Palaeoclimatology, Palaeoecology e condotto da un team internazionale di ricercatori che ha analizzato i resti fossili di Ursus arctos rinvenuti in due grotte del Rif, Hattab II e Kehf el-Hammar, parte della catena montuosa del Marocco settentrionale la cui vetta più alta tocca quasi i 2500 metri di altitudine.
Il dato più sorprendente dello studio è sicuramente la cosiddetta "ipererbivoria" della specie, osservata grazie all’analisi dei valori di azoto-15 contenuti nel collagene osseo degli orsi. Questo speciale marcatore, infatti, viene utilizzato per ricostruire il livello trofico di un animale, cioè la sua posizione nella catena alimentare, essendo un elemento che si sedimenta nelle ossa quando le proteine di un altro organismo vengono digerite.
I sorprendenti valori osservati negli orsi
Le quantità di azoto-15 osservate negli orsi del Rif risultano addirittura più basse di quelle degli ungulati che vivevano nello stesso ambiente come l’udad, meglio conosciuto come capra berbera, e la gazzella, così come nettamente inferiori rispetto a quelli di altri carnivori. In pratica, questi orsi assumevano proteine animali in quantità minime o nulle, andando addirittura oltre il comportamento tipico anche delle popolazioni più vegetariane della specie, come l’orso marsicano attualmente presente negli Appennini. Un'estremizzazione che, sottolineano gli autori, non ha equivalenti conosciuti nel resto d'Europa durante l'Olocene, l'attuale epoca geologica iniziata circa 11.700 anni fa dopo l'ultima grande glaciazione.
Il lavoro ha previsto lo studio di 150 campioni ossei, dei quali solo 54 hanno restituito collagene in condizioni sufficientemente buone da risultare attendibili. Molte ossa erano troppo frammentate per un'identificazione su base morfologica che distinguesse quelle di orso bruno da quelle appartenenti a esemplari di altre specie. Per distinguere le specie di appartenenza dei diversi frammenti è stata utilizzata una tecnica particolare chiamata Peptide Mass Fingerprinting, che permette di ricostruire la tassonomia dei frammenti non riconoscibili a occhio grazie allo studio dello stesso collagene a partire dal quale sono stati analizzati i valori di azoto-15.
Questa analisi ha permesso di ampliare il numero di resti utilizzabili, svelando a sorpresa anche l’esistenza di alcuni resti umani tra i frammenti che erano stati considerati non determinabili. Tutti i resti individuati sono stati datati, grazie al radiocarbonio, tra gli 11mila e i 10mila anni fa.
Perché l’orso del Rif era vegetariano?
Sul perché, invece, l’orso bruno abbia sviluppato una dieta così estrema, i ricercatori chiamano in causa anche il contesto ecologico in cui viveva. Nelle montagne del Rif, infatti, condivideva il territorio con grandi carnivori come leoni, leopardi e iene striate, tutti collocati ai vertici della catena alimentare. La presenza di questi predatori potrebbe aver favorito l’occupazione, da parte dell’orso, di una nicchia trofica differente, situata nettamente più in basso rispetto ai grandi carnivori.
Secondo gli autori, però, gli orsi del Rif non erano semplicemente animali costretti a ripiegare sulle piante per evitare la competizione. Le analisi isotopiche suggeriscono piuttosto una vera e propria specializzazione, con una popolazione che aveva fatto del consumo di vegetali la propria strategia alimentare dominante. In questo modo gli orsi occupavano una posizione unica nella rete alimentare, con una probabilità ridotta di competere direttamente sia con i grandi predatori sia con altri consumatori di risorse vegetali.
Una dinamica simile, osservano gli autori, è già stata documentata anche per gli orsi delle caverne europei (Ursus spelaeus), una specie estintasi oltre 24mila anni fa. Resta aperta, però, la domanda su cosa esattamente mangiassero questi orsi, anche se gli studiosi ipotizzano che si potesse trattare di una dieta composta prevalentemente da legumi e piante di brughiera. Un’ulteriore particolarità riguarda, inoltre, il consumo di proteine provenienti non solo della carne, ma anche dal pescato. Nonostante vivesse in prossimità della costa, infatti, è probabile che l’orso dell’Atlante non cacciasse pesce in quantità rilevante.
La compresenza con l'uomo
Nella grotta di Hattab II, inoltre, le datazioni mostrano una discreta sovrapposizione temporale tra i resti di orso e quelli umani. Ciò non significa che le due specie occupassero la grotta nello stesso momento, ma indica che condividevano la stessa regione nello stesso periodo. Le due diete, però, non sono sovrapponibili secondo i ricercatori. L’uomo deteneva una dieta più onnivora, garantendogli così una distanza nella piramide alimentare tale da ridurre la probabilità di una competizione diretta per le risorse alimentari.
Ma il campione analizzato, avvertono gli autori, è di dimensioni troppo contenute per poter trarre conclusioni definitive in questo specifico ambito. L'orso bruno dell'Atlante, estintosi nel XIX secolo, si configura così come un caso limite nella storia evolutiva della specie, facendo dell’adattabilità della sua dieta un vero e proprio punto di forza.