'Into Altai', un viaggio nella Mongolia più remota

Il film di Yannick Boissenot racconta una spedizione di scialpinismo che è anche una esplorazione personale di montagne, di culture lontane e affascinanti. Isolati ma non soli, i protagonisti si immergono in un paesaggio che è molto più di una cartolina

 

Montagne dorate: questo significa Altai, il nome di una remota area montuosa dell'Asia centrale, al confine tra Russia, Cina, Mongolia e Kazakistan. La catena si estende per oltre duemila chilometri e nonostante la posizione, che la rende difficilmente raggiungibile, anche per la scarsità di vie di comunicazione e la scarsa antropizzazione (o forse proprio per quel motivo), è ben nota per la sua natura incontaminata e le antiche comunità nomadi. Chi ha avuto la fortuna di trascorrere un periodo tra le sue vallate, ricorda sicuramente i particolari colori e la profondità di un paesaggio che sembra non avere fine. Chi non ha potuto godere di questo spettacolo, può invece lustrarsi gli occhi con Into Altai (Protest, 2026, 37'), il film che vi consigliamo questa settimana, facilmente reperibile su YouTube.

Sci, una "scusa" per viaggiare

Come per Pachamama, il documentario proposto la scorsa settimana, ma in realtà ancora di più, Into Altai porta lo spettatore oltre il genere: non si tratta di un film sullo sci, ma di un video che cerca di contenere la passione sportiva all'interno di un equilibrio, alla ricerca di modalità narrative e immagini che rendono giustizia alla bellezza dei luoghi e alla differenza di culture.


Anche in questo film di Yannick Boissenot, lo scenario della spedizione è uno dei massicci più spettacolari dell’Asia centrale. Il Tavan Bogd, il cui nome significa “le cinque montagne sacre”, forma un paesaggio scolpito da vette imbiancate, ghiacciai, valli d’alta quota e altipiani spazzati dal vento (una costante della Mongolia, come per la Patagonia). Il punto più alto del massiccio è il Khüiten Uul, che raggiunge i 4.374 metri di altitudine ed è la montagna più alta della Mongolia. Intorno all'iconica cima si trovano altre quattro vette importanti (Nairamdal, Malchin, Bürged e Ölgii), che compongono l’insieme dei “cinque santi” da cui deriva il nome del massiccio. Il ghiacciaio Potanin, il più lungo della Mongolia, si sviluppa nella sua imponente estensione che sfiora i 20 chilometri.

 


Un'immersione nella tradizione

Camille Armand, insieme a Pierre Hourticq e Victor Daviet, parte alla scoperta di questa remota e poco conosciuta catena montuosa. Accompagnati dal fotografo Soren Rickards e dal regista Yannick Boissenot, il gruppo trascorre due settimane vivendo in un campo base di yurte, nel cuore di questo ambiente selvaggio. Il campo diventa il punto di partenza delle esplorazioni quotidiane verso le pendici del massiccio, in una regione dove la presenza umana è ancora estremamente limitata e comunque fortemente influenzata dal nomadismo, che rende ogni incontro prezioso e temporaneo.


L’isolamento è totale. Le distanze sono immense, le condizioni meteorologiche mutevoli e ogni uscita richiede un costante adattamento. In questo contesto, lo sci diventa un mezzo di esplorazione piuttosto che un fine sportivo. Into Altai conferisce grande importanza all’esperienza del viaggio e lo fa anche grazie al linguaggio scelto, a immagini capaci di trasmettere l'unicità del paesaggio e le peculiarità del luogo.