Abruzzo, orso in casa: il Parco deve risarcire 200mila euro

I fatti risalenti a 9 anni fa, quando M19 entrò in una abitazione a Villavallelonga. La famiglia fuggì dal balcone. Per il giudice, l'intervento degli operatori non era in numero adeguato a risolvere la situazione.
L'orso M19 (Mario) © Pnalm

 

Il caso dell'orso M19, che 9 anni fa si era introdotto in una casa di Villavallelonga, in Abruzzo, causando danni e spaventando una intera famiglia, costerà al Parco nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise un risarcimento da 200mila euro. Lo ha stabilito il tribunale di Avezzano in primo grado. Alle somme riconosciute si aggiungono interessi e spese processuali. L'orso si era introdotto in casa nella sera del 29 luglio 2017, la famiglia si era messa al riparo da possibili conseguenze calandosi dal balcone.


La consulenza medico-legale ha accertato danni alla salute - principalmente legati a sofferenze di natura psicologica - per tutti i quattro componenti della famiglia, con conseguenze permanenti e periodi di invalidità temporanea. Sono stati stabiliti 178.430 euro di risarcimenti, ai quali si aggiungono 6.301 euro per spese mediche documentate e danni a mobili e forniture dell’abitazione, a cui si aggiungono interessi e spese processuali.

La responsabilità del parco

La condanna identifica nell’invio di due operatori, anziché quattro, come previsto dal protocollo per la gestione degli orsi "confidenti" il motivo che ha portato all'impossibilità di gestire correttamente la situazione. Non sono state quindi le misure di monitoraggio e dissuasione adottate prima dell’episodio a determinare l'inadeguatezza della risposta dell'ente, ma le forze impiegate per riuscire a risolvere il problema. Gli avvocati della famiglia hanno espresso soddisfazione per la sentenza, mentre il Parco non entra nel merito. 

 

Le associazioni ambientaliste si sono astenute da commenti, con l'eccezione della Associazione Italiana per la wilderness, nella persona di Franco Zunino. Il segretario generale, in una nota esprime soddisfazione per il riconoscimento dei danni materiali, morali e psicologici subiti dalla famiglia, ma solleva interrogativi sulle strategie di prevenzione adottate negli anni.

I fatti

L’orso, sigla M19, conosciuto anche come Mario, era già seguito per altre incursioni nei centri abitati. Nella notte del 29 luglio tanto l’impianto di allarme, quanto altri rumori, avevano svegliato la famiglia quando l'animale si era già introdotto. Il padre, che aveva visto l’orso mentre stava salendo le scale, provò a dissuaderlo facendo rumore. Nel frattempo, la moglie metteva al riparo i figli sul terrazzo. Con l’aiuto delle persone accorse, i quattro erano poi riusciti a mettersi in salvo attraverso il balcone. L’orso era stato successivamente sedato dal veterinario e rilasciato in montagna.

Le motivazioni

Il giudice sottolinea come Mario fosse già munito di radiocollare e che erano stati già messi in atto tentativi di dissuasione, tramite lo sparo di pallini di gomma. Il magistrato ha ritenuto inoltre come non ricostruibile con certezza la direzione degli spari esplosi dal guardiaparco; questione non solo rilevante per gli avvocati della famiglia, ma uno dei motivi che hanno portato l'orso verso l'abitazione degli assistiti. In tal senso, la gestione precedente all’incursione è stata quindi ritenuta adeguata rispetto ai comportamenti dell’animale e conferma dell’attività di monitoraggio, dal momento che gli operatori stavano intervenendo per allontanare il plantigrado da un pollaio.


Colpa viene attribuita invece nel numero degli addetti impiegati nell’intervento di dissuasione. Il Parco, che aveva richiamato a proprio avviso le risorse disponibili - considerando il contemporaneo monitoraggio di un altro esemplare- secondo il giudice avrebbe invece potuto inviare tutte e quattro le unità previste dal protocollo, controllando meglio le vie di accesso al paese e indirizzando l'animale con maggiore efficacia. Ulteriore valutazione importante: il magistrato ha rigettato l’eccezione dell'ente sulla collocazione dell’episodio nell’area contigua, esterna al perimetro del Parco stesso, richiamando le competenze assunte nella gestione degli orsi anche in tale territorio.