'Alla radura', quando il sacro incrocia il nostro cammino

In questa puntata di 'Parole in quota', l'autrice ci porta al limitare del bosco, tra presenze sospese e silenzi che parlano. La luce si trasforma in magia, i profumi della terra ci cullano, tutto ci chiama all'ascolto
La luce che filtra nel bosco, qualcosa che va oltre il presente © Daniele Bonini

 

Il bosco è stato tradizionalmente uno spazio dedicato ai riti religiosi. L’atmosfera di certe radure, che si aprono improvvisamente nel folto, inevitabilmente li invita. La luce cala dall’alto filtrata, calda e radente, soffusa. Il silenzio è di una qualità speciale, unica: tangibile anche se non totale. L’ambiente è vivo di presenze, anche se sospese. La verticalità dei fusti degli alberi guida lo sguardo in alto. L’immobilità apparente, tacita e fremente, chiama all’ascolto. Walt Whitman diceva che a Dio si arriva attraverso i sensi. O meglio, che lo si trova, quando non lo si cerca, ovunque, sulla terra. Basta guardare, e notare. Nel bosco non si è mai soli.

Alla radura

Perdonami: quasi non mi accorgevo
del tempio. C’ero dentro, ormai,
e non lo vedevo. I suoi alti pilastri
sottili. La sua patinata penombra
accesa. Il suo fondo silenzio
che chiama e comanda. Il rito.
È al ritorno che stende una tenda
di aghi il ramo caduto, spezzato.
La luce radente dora di chiazze
invasive il muschio e il micelio.
Il profumo dell’humus esala
ebbro dal marrone della terra.

Stavo salendo come tutti i giorni verso la Martissöla per quello che chiamo “il sentiero alto”, in Val Sedornia. Una passeggiata che è una forma di meditazione, una pausa nel lavoro che mi ricentra e rigenera. Forse non riuscivo a trattenere lo sguardo furtivo, laterale, di quando salgo nella stagione dei funghi. Non vado per quello ma trovarli è una gioia almeno grande quanto improvvisa. E così sono arrivata in quel punto in cui c’è l’albero caduto e il tronco sbarra il sentiero. Ed era l’ora giusta: davanti all’ostacolo l’attenzione si è volta a qualcos’altro, a quello che mi
circondava, e ho visto. Ho visto quella luce obliqua, gialla e appena opaca di pulviscolo sospeso, in trasparenza. La tenda di aghi di pino penzolanti dalle ragnatele che oscillavano dal tronco, lente, pacate. E poi il profumo di passito dell’autunno, l’essudare della carne un po’ ebbra di ogni cosa matura che comincia a morire. Ho sentito il silenzio, lo stop, la voce che dice “qui è sacro: fermati”. E mi sono fermata.