© IG Hervé Barmasse
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© IG Hervé Barmasse
30 giorni erano stati messi in tabella e - ora che l'avventura di Hervé Barmasse attraverso l'Italia si sta avviando a compimento- si può ragionevolmente pensare che il programma sarà rispettato. Ma questo non vuol dire che il progetto dell'alpinista valdostano attraverso la penisola non abbia incontrato - come è naturale che sia- tutti gli imprevisti del caso.
L'ultimo sforzo
Abbiamo raggiunto al telefono Barmasse a una ventina di chilometri da Merano, durante una delle tante pause forzate dettate dal maltempo. Ironia della sorte, se anche Hervé ha sofferto per diversi giorni l'ondata di caldo che ha imprigionato l'Italia, i temporali hanno scandito le tappe più recenti, con precipitazioni che lo hanno accompagnato in questo suo ultimo tratto alpino. "Non è stato banale, negli ultimi giorni ha fatto molta acqua e la tabella di marcia è cambiata in base a tanti fattori. Prima il caldo a 40 gradi, che in bici è un problema, ora i temporali. Ma ci si adatta, ci si prova ad adattare, anche perché altrimenti non sarebbe un progetto endurance. Ho visto sospendere degli Iron Man per il troppo caldo, ma qui non ci si ferma".
“Prima il caldo a 40 gradi, ora i temporali. Ma ci si adatta, anche perché altrimenti non sarebbe un progetto endurance”. Hervé Barmasse
Un meteo inclemente
Nei giorni scorsi abbiamo visto lo zero termico in vetta Monte Bianco, che ovviamente era uno dei punti di passaggio "obbligati" di Endurance - Italia. Il percorso tracciato aveva messo in conto le 20 cime più alte di ogni regione, ma non poteva prevedere le specifiche condizioni climatiche incontrate: "Per quanto riguarda il Bianco, salire dal Gonella era l'unica opzione praticabile. La Kuffner non si poteva percorrere, anche se sarebbe stata più diretta. Per mancanza di gelo le montagne stanno crollando, lo possiamo vedere un po' dappertutto, come bastava guardare fiumi e torrenti per vedere quanta poca acqua c'era e toccare con mano la situazione climatica".
Chiaramente il caldo ha influito sulla prestazione: "Sicuramente non mi ha fatto bene, ho passato giornate terribili. È vero che il corpo si adatta, ma se poi non riposi...e io non ho riposato, perché in programma avevo un paio di giorni di stop, ma poi non sono riuscito a farli, il progetto si è rivelato molto più duro di quello che avevo preventivato. D'altronde mi sono trovato in situazioni, soprattutto in Sud Italia, in cui l'applicazione web magari vedeva un percorso e poi, quando arrivavo, trovavo una salita al 20% di pendenza, su strade sterrate".
Oltre i limiti
Difficile comunicare una fatica come quella che ha provato Barmasse, ma il messaggio arriva. Anche perché, se Hervé ha vissuto un'esperienza decisamente personale, in alcuni tratti non ha proseguito da solo: "L'idea è quella di dimostrare che si può fare tanto e che i limiti della stanchezza e della resilienza sono molto lontani. È qualcosa di difficile da trasmettere, ma chi era con me si è accorto della fatica, delle distanze. Diverse persone si sono unite per brevi tratti e mi ha dato tantissima gioia condividere un pezzo di strada insieme. Tutti gentili, con un pensiero, un regalo, con la voglia di esserci anche in orari particolari. Questa è la montagna italiana e dappertutto ho trovato qualche sezione del CAI, persone che ho conosciuto anche nelle conferenze. Ho avuto ancora una volta la conferma di come il Club Alpino Italiano abbia il merito di trasmettere una conoscenza della montagna sincera e appassionata. Emotivamente ho ricevuto molto di più rispetto a quanto mi aspettassi".
“Diverse persone si sono unite per brevi tratti e mi ha dato tantissima gioia condividere un pezzo di strada insieme. Questa è la montagna italiana”
Barmasse non ha mai pensato di mollare: "Sono sempre stato una persona da fatica, è nelle mie corde, mi sono trovato nello stesso set mentale di quando vado in Himalaya. Per me portare a termine questo progetto è come andare in spedizione o aprire una via, l'obiettivo è arrivare fino in fondo. Questo non vuol dire che non ci siano state difficoltà: ieri, solo per raggiungere un rifugio, ho dovuto coprire 4200 metri di dislivello tra bici e camminare".
"Da quanto sentiamo dire che la Marmolada è un ghiacciaio finito? Dobbiamo decidere se continuare a dirci cose giuste o fare tutto il possibile per cambiare le cose".
Verso il traguardo
Mancano ancora la Marmolada (3.343 metri) e il Coglians (2.780 metri), quindi Hervé andrà verso Trieste, dove concluderà il suo progetto. Il passaggio dalla Regina non può non accendere una ulteriore riflessione sul cambiamento climatico: "Trenta, venti, dieci anni fa: da quanto sentiamo dire che la Marmolada è un ghiacciaio finito? Ormai ci siamo abituati, ma noi che amiamo la montagna dobbiamo impegnarci perché dalle parole si arrivi a un cambiamento vero. La salute dell'uomo è strettamente legata a quella del pianeta, dobbiamo decidere se continuare a dirci cose giuste o fare tutto il possibile per cambiare le cose".